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  • Decrescita che cosa è (da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

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    In economia ed ecologia, sul tema della decrescita si è sviluppato un complesso di idee sostenuto da movimenti culturali anti-produttivisti, anti-consumisti, anticapitalisti ed ecologisti. Caratteristica comune è il rigetto dell'obiettivo del mantenimento, in quanto tale, di un tasso di crescita economica positivo; alcuni propongono addirittura una riduzione controllata dell'attività economica, corrispondente a un tasso di crescita negativo. Il termine decrescita si accompagna talvolta ad alcuni attributi, in espressioni come «decrescita sostenibile» o « decrescita felice» (in francese, anche «objection de croissance», che realizza un gioco di parole con obiezione di coscienza, objection de conscience).

    Non va confuso con il punto di vista dei difensori dello sviluppo sostenibile, il quale non mette in discussione il perseguimento della crescita economica: questi, infatti, sostengono che il tasso di produzione e consumo non può essere durevolmente mantenuto (né tanto meno accresciuto) fintanto che la creazione di ricchezza, misurata da tradizionali indicatori economici, come il Prodotto interno lordo, si traduce in una distruzione del capitale naturale, dal momento che quest'ultimo non è una risorsa inesauribile.

    Le proposte dei sostenitori della decrescita si sviluppano su due piani: a livello individuale, la scelta di stili di vita detti di semplicità volontaria; a livello globale, una rilocazione delle attività economiche al fine di ridurre l'impronta ecologica, gli sprechi energetici e l'impatto ecologico.

    Definizione

    La decrescita è un concetto socioeconomico, secondo il quale la crescita economica - intesa come accrescimento costante di uno solo degli indicatori economici possibili, il Prodotto Interno Lordo (PIL) - non porta a un maggior benessere e nemmeno a un aumento delle probabilità di sopravvivenza degli organismi conosciuti. Questa idea è in completo contrasto con il senso comune corrente, che pone l'aumento del livello di vita rappresentato dall'aumento del PIL come obiettivo di ogni società moderna.

    L'aggettivo sostenibile allude alla proposta di organizzarsi collettivamente in modo che la diminuzione della produzione di merci non costituisca riduzione dei livelli di civiltà, e anzi risulti sostenibile da un punto di vista ecologico, sociale e civile.

    L'assunto principale è che le risorse naturali sono limitate e quindi non si può immaginare un sistema votato a una crescita infinita. Il miglioramento delle condizioni di vita deve quindi essere ottenuto senza aumentare il consumo ma attraverso altre strade. Proprio per la costruzione di queste vie sono impegnati numerosi intellettuali, al seguito dei quali si sono formati movimenti spesso non coordinati fra loro, ma con l'unico fine di cambiare il paradigma dominante della necessità di aumentare i consumi per dare benessere alla popolazione. Un esempio di questi gruppi sono i gruppi d'acquisto solidale (GAS) o gli ecovillaggi. Il principale esponente di questa corrente è Serge Latouche.

    In Italia troviamo Luca Mercalli, Maurizio Pallante, Massimo Fini, Mauro Bonaiuti, Paolo Gabrini e Claudio Vitari, Paolo Cacciari, il Movimento per la decrescita felice e il Movimento Zeitgeist. A livello politico, il MoVimento 5 Stelle è fortemente schierato su posizioni favorevoli alla decrescita, mentre il Movimento RadicalSocialista e il Nuovo Partito d'Azione vi si ispirano in parte.

    Princìpi

    Decrescita pura o radicale

    La teorizzazione della Decrescita si basa su quattro presupposti:

    • Il funzionamento del sistema economico attuale dipende essenzialmente da risorse non rinnovabili. Così com'è, non è quindi perpetuabile. I sostenitori della Decrescita partono dall'idea che le riserve di materie prime sono limitate, particolarmente per quanto riguarda le fonti di energia, e ne deducono che questa limitatezza contraddice il principio della crescita illimitata del PIL, e che, anzi, la crescita così praticata genera dissipazione di energia e crescente dispersione di materia. Alcuni sostenitori della teoria (in particolare Vladimir Vernadskij), mutuando dalla seconda legge della termodinamica il concetto di entropia, ritengono che la crescita del PIL comporti una diminuzione dell'energia utilizzabile disponibile, e della complessità degli ecosistemi presenti sulla Terra, assimilano la specie umana a una forza geologica entropizzante.
    • Non v'è alcuna prova della possibilità di separare la crescita economica dalla crescita del suo impatto ecologico.
    • La ricchezza prodotta dai sistemi economici non consiste soltanto in beni e servizi: esistono altre forme di ricchezza sociale, come la salute degli ecosistemi, la qualità della giustizia, le buone relazioni tra i componenti di una società, il grado di uguaglianza, il carattere democratico delle istituzioni, e così via. La crescita della ricchezza materiale, misurata esclusivamente secondo indicatori monetari può avvenire a danno di queste altre forme di ricchezza.
    • Le società attuali, drogate da consumi materiali considerati futili (telefoni cellulari, viaggi aerei, uso costante e non selettivo dell'auto ecc.) non percepiscono, in generale, lo scadimento di ricchezze più essenziali come la qualità della vita, e sottovalutano le reazioni degli esclusi, come la violenza nella periferie o il risentimento contro gli occidentali nei paesi esclusi dallo (o limitati nello) sviluppo economico di tipo occidentale.

    Esaurimento delle risorse

    La crescita economica provoca l'aumento della domanda di risorse. Vi è una porzione fissa di risorse non rinnovabili, come il petrolio, e queste risorse sono quindi destinate a esaurirsi dando vita al problema energetico. Le risorse rinnovabili potrebbero anch'esse esaurirsi se prelevate a ritmi insostenibili per periodi estesi. Questo è per esempio avvenuto al caviale nel Mar Caspio[1]. Vi è forte preoccupazione su come conciliare la crescente domanda di queste risorse con la diminuzione della loro disponibilità. Molti guardano alla tecnologia per sviluppare surrogati di queste risorse in via di esaurimento. Si guarda ad esempio ai biocarburanti per colmare il gap di domanda dopo il picco del petrolio. Tuttavia, altri obiettano che nessuna di queste alternative può effettivamente rimpiazzare la versatilità e la trasportabilità del petrolio[2].

    I sostenitori della decrescita affermano che solo la decrescita della domanda può permanentemente combattere il gap di domanda. Per le risorse rinnovabili, la domanda, e quindi la produzione, deve essere abbassata a livelli che prevengano l'esaurimento e siano sostenibili per l'ambiente. Andare verso una società non dipendente dal petrolio è visto come essenziale per evitare il collasso quando le risorse non rinnovabili saranno esaurite[3]. "Ma la decrescita non è solo una questione quantitativa, di fare meno dello stesso, ma anche e soprattutto, un riordino paradigmatico dei valori, in particolare la (ri)affermazione dei valori sociali ed ecologici e la (ri)politicizzazione dell'economia"[4].

    Impronta ecologica

    L'impronta ecologica è la misura della domanda umana sugli ecosistemi terrestri. Compara la domanda umana con la capacità del pianeta di rigenerarsi. Rappresenta l'ammontare delle terre biologicamente produttive e delle aree coperte dai mari di rigenerare le risorse che la popolazione umana consuma e di assorbire e rendere innocui i rifiuti corrispondenti.

    Secondo il rapporto del 2005 della Rete Globale di Impronta Ecologica,[5] mentre gli abitanti dei Paesi sviluppati utilizzano 6.4 ettari globali (gHa), quelli dei Paesi meno sviluppati necessitano di un solo gHa. Ad esempio, mentre ogni abitante del Bangladesh utilizza quanto si produce su 0.56 gHa, un nordamericano necessita di 12.5 gHa (22,3 volte tanto). Dei 12.5 ettari usati dai nordamericani, 5.5 sono negli Stati Uniti, il resto si trova in Paesi stranieri.[5] Secondo il medesimo rapporto, il numero medio di ettari globali a persona era 2.1, mentre oggi i livelli di consumo hanno raggiunto i 2.7 ettari pro capite.

    Per far sì che la popolazione mondiale possa raggiungere gli standards tipici dei Paesi europei, sarebbero necessarie le risorse di un numero compreso tra tre e otto pianeti Terra. Per ottenere eguaglianza economica con le attuali risorse disponibili, i Paesi ricchi dovrebbero ridurre i loro standard attraverso la decrescita. La definitiva riduzione di tutte le risorse disponibili condurrebbe a una riduzione obbligata dei consumi. La riduzione controllata dei consumi ridurrebbe il trauma di questo cambiamento.

    Decrescita e sviluppo sostenibile

    Il pensiero della decrescita è in opposizione a ogni forma di spreco oggi riscontrabile nella cosiddetta economia produttivista che usa tecnologie obsolete figlie della termodinamica delle combustioni. Per la decrescita lo sviluppo sostenibile è un ossimoro[6], in quanto qualunque sviluppo basato su una crescita in un mondo dalle risorse finite e ecologicamente stressato è visto come strutturalmente insostenibile. Dal momento che i correnti livelli di consumo eccedono la capacità terrestre di rigenerare tali risorse, la crescita economica conduce al loro esaurimento. I favorevoli allo sviluppo sostenibile ribattono che una crescita economica continuata è possibile se i consumi di energia e risorse vengono ridotti.

    Inoltre, lo sviluppo basato sulla crescita ha dimostrato di accrescere l'ineguaglianza sociale, concentrando ricchezze nelle mani di pochi anziché generare maggior benessere e aumentare gli standard di vita[7][8]. Le critiche alla decrescita affermano che un rallentamento della crescita economica provocherebbe un aumento della disoccupazione e della povertà. Molti che comprendono le conseguenze ambientali devastanti della crescita sostengono la causa di una crescita economica nel sud del mondo, anche se non nel nord. Tuttavia, un rallentamento della crescita non produrrebbe i benefici della decrescita (autosufficienza, responsabilità materiale) producendo solamente minor occupazione. Piuttosto, i fattori della decrescita propongono l'abbandono completo del modello economico attuale basato sulla crescita, suggerendo che rilocalizzare e abbandonare l'economia globale nel sud globale permetterebbe alle popolazioni del Sud di divenire maggiormente autosufficienti impedendo il sovra-consumo e lo sfruttamento delle risorse del Sud da parte del Nord[9].

    "L'Effetto Rimbalzo"

    Le tecnologie progettate per ridurre l'utilizzo di risorse e incrementare l'efficienza sono spesso ricercate come soluzioni sostenibili o "verdi". Tuttavia, la decrescita osserva che tali progressi tecnologici vengono neutralizzati dall' "effetto rimbalzo" (vedi anche Paradosso di Jevons). Questo concetto mette in evidenza che quando vengono introdotte tecnologie più efficienti, i comportamenti circa l'uso di tale tecnologia si modificano e il suo consumo aumenta tanto da neutralizzare ogni potenziale risparmio di risorse.[10] Alla luce dell'effetto rimbalzo, i fautori della decrescita sostengono che le sole soluzioni autenticamente "sostenibili" devono coinvolgere un completo rifiuto del paradigma di crescita e spostarsi su un paradigma di decrescita.

    La Decrescita sostenibile o moderata

    La teoria della decrescita sostenibile non implica evidentemente il perseguimento della decrescita in sé e per sé: si pone invece come mezzo per la ricerca di una qualità di vita migliore, sostenendo che la crescita del PIL non coincide con una crescita di benessere (un incidente d'auto, ad esempio, è un fattore di crescita del PIL) e che, se si intende ristabilire tutta la varietà della ricchezza possibile, allora è urgente smettere di utilizzare il PIL come unica bussola.Questa ragionevole conclusione è ormai accettata anche da economisti e scienziati estranei alla Decrescita (H. Daly, R. Costanza e altri).

    Storia

    Il movimento di decrescita contemporaneo affonda le sue radici nei movimenti contro l'industrializzazione del XVIII secolo, sviluppati in Gran Bretagna da John Ruskin e il Arts and Crafts Movement (1819-1900), negli Stati Uniti da Henry David Thoreau (1817-1862) ed in Russia da Leo Tolstoy (1828-1911).

    Propriamente, il concetto di "decrescita" compare durante gli anni '70 dietro proposta del thinktank detto Club di Roma contemporaneamente a quella di alcuni intellettuali, tra i quali Nicholas Georgescu-Roegen, Jean Baudrillard, André Gorz e Ivan Illich, tutti con posizioni molto simili a quelle di Serge Latouche e altri economisti contemporanei. Inoltre gli scritti del Mahatma Gandhi contengono simili principi, in particolare riguardo al concetto di Semplicità volontaria.

    Il rapporto del Club di Roma

    Nel 1968 il think tank detto Club di Roma con sede a Winterthur in Svizzera chiese ad alcuni ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di completare un rapporto che indicasse soluzioni pratiche per problemi su scala globale. Il rapporto venne pubblicato nel 1972 con il nome di Rapporto sui limiti dello sviluppo e divenne il primo studio importante a evidenziare i pericoli della crescita senza precedenti che il mondo stava sperimentando.

    Questo rapporto, conosciuto anche con il nome di rapporto di Meadows, non rappresenta però le fondamenta teoriche del movimento in quanto sostiene solo la teoria della crescita zero ed, inoltre, è stato utilizzato dai sostenitori dello sviluppo sostenibile. Il rapporto comunque rappresenta il primo studio ufficiale che esplicitamente indica come la crescita economica sia la causa principale dell'aumento dei problemi ambientali a livello globale come l'inquinamento, la scarsità delle materie prime e la distruzione degli ecosistemi. Un secondo rapporto venne pubblicato nel 1974 che congiuntamente con il primo attirò molta attenzione sul tema.

    La tesi di Nicholas Georgescu-Roegen

    L'economista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen è considerato l'ideatore del concetto di decrescita e il suo massimo teorico. Nel 1971 ha pubblicato The Entropy Law and the Economic Process nel quale notò come il modello dell'Economia neoclassica non tenesse conto del secondo principio della termodinamica, quindi della diminuzione della materia e dell'energia durante una trasformazione e il conseguente aumento dell'entropia. Per questo, egli ha associato a ogni attività economica un aumento dell'entropia legando a ognuna di queste attività un relativo consumo di risorse. Quando il suo lavoro venne tradotto in francese nel 1979, con il titolo Demain la décroissance (Domani, la decrescita) stimolò la creazione del movimento francese.

    Serge Latouche

    Serge Latouche, il professore di economia all'Università 11 di Parigi Sud suggerisce che:

    «Se misurassimo la diminuzione del tasso di crescita prendendo in considerazione i danni causati all'ambiente e le conseguenze sui nostri patrimoni ambientali e culturali, generalmente si otterrebbe un risultato pari a zero o addirittura una tasso di crescita negativa. Nel 1991 gli Stati Uniti hanno speso 3 miliardi di dollari, pari allo 0,1% del PIL, per la protezione dell'ambiente. L'emanazione del Clean Air Act ha aggiunto la spesa di circa 200 milioni di dollari in più all'anno[...]. Il World Resources Institute ha ricalcolato il tasso di crescita di alcuni paesi tenendo conto del grado in cui il capitale naturale è stato sfruttato, con attenzione alle pratiche di sviluppo sostenibile. Per l'Indonesia ha scoperto che il tasso di crescita nel periodo compreso tra il 1971 e il 1984 andrebbe ridotto dal 7,1 al 4,0% annuale, questo tenendo esclusivamente conto della deforestazione, dello sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio ed, infine, dell'erosione del suolo».

    Schumacher e l'Economia Buddista

    Il libro di Ernst Friedrich Schumacher intitolato Piccolo è Bello del 1973, formalmente estraneo al recente movimento della decrescita , tuttavia è utile come base per l'idea di decrescita. In questo libro egli critica i principi dello sviluppo propri dell'economia neoliberista sottolineando l'assurdità dell'assioma che vuole l'aumento del benessere legato esclusivamente all'aumento dei consumi e inteso come obiettivo principale dell'attività economica dell'uomo. Al contrario, sotto la dicitura di economia buddista, egli suggerisce che dovremmo massimizzare la qualità della vita e minimizzare i consumi.

    Movimento della Decrescita

    'Buy Nothing Day'

    Il Buy Nothing Day cade il Venerdì successivo al Giorno del Ringraziamento negli Stati Uniti e rappresenta, non ufficialmente, il primo giorno del periodo di shopping delle vacanze. Solitamente i negozi in questo periodo offrono i loro prodotti a prezzi stracciati per incitare i clienti a spendere di più. Buy Nothing Day nasce come rifiuto a questa spinta al consumo.

    Critiche alla teoria della decrescita

    Critiche della scuola neo-classica

    I sostenitori della regolazione del mercato credono che se una particolare risorsa non rinnovabile diventa scarsa, il mercato limiterà la sua estrazione attraverso due meccanismi:

    Questa posizione sostiene che il modo più razionale per risolvere il problema è lasciar fare alle dinamiche di mercato e ritengono queste forze più efficienti di qualsiasi sistema decisionale centralizzato (si vedano le voci analisi costi-benefici, tragedia dei beni comuni). Il Capitalismo di mercato può trarre vantaggio dallo sfruttamento delle fonti energetiche che non erano economicamente disponibili 10 o 20 anni prima, perché sotto le nuove condizioni la crescita economica necessaria richiederà il loro uso.

    In risposta alle teorie di Nicholas Georgescu-Roegen, Robert Solow e Joseph Stiglitz hanno argomentato che capitale e lavoro possono sostituire le risorse naturali nella produzione, sia in maniera diretta che indiretta, garantendo una crescita sostenuta o almeno uno sviluppo sostenibile.

    La distruzione creativa

    Il concetto di decrescita si fonda sull'ipotesi che produrre di più implichi sempre il consumo di maggiore energia e materie prime, mentre diminuisce contemporaneamente l'importanza della forza lavoro, che viene sostituita dalle macchine. Questa analisi è considerata fallace da coloro che affermano che il progresso tecnologico ci consenta di produrre di più con meno, fornendo maggiori servizi. Questa teoria è conosciuta come distruzione creativa, il processo per cui le "vecchie" compagnie di un certo settore (come le loro tecnologie costose e inquinanti) scompaiono dal mercato come risultato dell'innovazione in quel settore che abbassa i costi consumando meno energia e materie prime pur accrescendo la produttività.

    Allo stesso tempo, tale riduzione dei costi e/o aumento dei profitti aumenta la capacità di risparmiare, che a sua volta consente maggiori investimenti in nuovo sviluppo tecnologico, che andrà a rimpiazzare le vecchie tecnologie.

    Critiche dei Marxisti

    I marxisti distinguono tra due tipi di crescita: quella che è utile agli uomini, e quella che esiste solo per aumentare i profitti delle imprese. Essi ritengono che siano la natura e il controllo della produzione a essere determinanti, non la sua quantità. Questi fattori, il controllo dell'economia e una strategia per la crescita, sono i pilastri che permettono lo sviluppo sociale ed economico. L’errore della teoria della decrescita sta quindi alla propria base, non riconoscendo che il motore del capitalismo non è la produzione di merci in sé, ma il fatto che questa produzione, e quindi la forma assunta e l’inquinamento che spesso provoca, sia subordinata alla produzione e all’appropriazione privata di profitto. Secondo i marxisti, da questa premessa discendono due conclusioni errate. Da un lato, la crisi ecologica frutto dell’eccesso consumistico è descritta, dalla teoria della decrescita, nei termini di un problema comune, che l’umanità deve affrontare a causa del degrado ambientale. Questa lettura tralascia le implicazioni di classe di questa crisi, per esempio il fatto che i costi sociali della crisi ecologica siano scaricati soprattutto sui gruppi sociali inferiori - in Bangladesh come a New Orleans - e molto meno sulle spalle delle élites e delle classi più elevate.[11] Dall’altro lato, considerando l’aumento della produttività del lavoro come un fatto negativo per sé, la teoria della decrescita non riconosce che è stato attraverso tale aumento che storicamente è stato possibile ridurre il tempo necessario alla produzione dei beni (non solo superflui ma anche di prima necessità), creando non solo la possibilità della soddisfazione e dell’ampliamento dei bisogni umani, ma anche le condizioni per la diminuzione del tempo di lavoro.[12] I marxisti, infatti, sostengono che nel capitalismo l’aumento della produttività è teso ad altri fini, dal momento il capitale non ha per suo scopo il soddisfacimento dei bisogni umani, ma la produzione di profitto.[13] Ne discende che il problema non sono gli aumenti di produttività in astratto (e la crescita economica che ne deriva) ma a favore di chi vanno tali aumenti di produttività (e la relativa crescita). Non è il quanto si produce ma il come e per l’interesse di chi si produce. Da questa impostazione, i marxisti concludono che la soluzione non sta nel negare la crescita delle forze produttive, come prescrive in definitiva la teoria della decrescita, ma sta nel ricondurre la crescita sotto il controllo di chi produce secondo un piano razionale, che regoli la produzione complessiva in base ai bisogni e non in base alle esigenze di profitto.[14]

    Critiche tecnologiche

    Secondo i sostenitori del progresso tecnologico la decrescita risolverebbe i problemi legati alla fornitura di energia elettrica, allo smaltimento dei rifiuti e al bisogno di materie prime. Questa ideologia attinge dai principi del Positivismo per una visione fondamentalmente ottimista sulla tecnologia. Essa punta alla riduzione del fattore di relazione tra consumo e produzione di energia (detto intensità energetica). Inoltre suggeriscono che la ricerca in campo nucleare potrebbe fornire soluzioni temporanee alternative alla attuale crisi petrolifera nell'attesa che altre tecnologie, come la fusione nucleare, diventino accessibili.

    Questa teoria è però in contrasto con i risultati emersi dal Global Carbon Project del 2007, i quali dimostrano come attualmente la suddetta diminuzione del valore di intensità energetica non sia avvenuta. Questa diminuzione rappresenta una delle variabili dell'equazione Kaya, la quale tende a dimostrare che sia la decrescita economica, sia una diminuzione della popolazione mondiale sono essenziali al fine di evitare una catastrofe ecologica.

    Critiche dei paesi in via di sviluppo

    Il concetto di decrescita è visto come contraddittorio se applicato ai paesi in via di sviluppo che richiedono invece una forte crescita delle loro economie per raggiungere la prosperità. In questo senso la maggioranza dei sostenitori della decrescita propongono il raggiungimento da parte di questi paesi di un certo livello di benessere in maniera indipendente dalla crescita economica, per esempio attraverso la rivitalizzazione di economie locali di autosussistenza, come tali non finalizzate alla produzione di merci per l'esportazione. L'interrogativo su dove stia il punto di equilibrio (ad esempio, quanto le economie dei paesi sovrasviluppati dovrebbero ridursi e quanto le altre dovrebbero espandersi) rimane aperto.

    Decrescita sostenibile e risposta alle critiche

    Note

    1. ^ Bardi, U. (2008) 'Peak Caviar'. The Oil Drum: Europe. http://www.energybulletin.net/node/46143
    2. ^ McGreal, R. 2005. 'Bridging the Gap: Alternatives to Petroleum (Peak Oil Part II)'. Raising the Hammer. http://www.raisethehammer.org/index.asp?id=119
    3. ^ Energy Bulletin. (Oct 20, 2009). Peak Oil Reports. http://www.energybulletin.net/node/50447
    4. ^ Fournier, V. (2008). Escaping from the economy: politics of degrowth. International Journal of Sociology and Social Policy. Vol. 28:11/12, pp 528-545.
    5. ^ a b http://www.footprintnetwork.org/en/index.php/GFN/page/data_sources/
    6. ^ , poiché nell'attuale pensiero dominato lo sviluppo si contrappone alla sostenibilità, poiché un sistema sociale, economico e politico per essere sostenibile non deve produrre scorie che ledano gli ecosistemi attuali utili alle generazioni future. Lo sviluppo sostenibile è radicato alle tradizionali idee di sviluppo che mirano a incrementare la crescita capitalista e i consumi. Latouche, S. (2004), "Degrowth economics: why less should be much more", Le Monde Diplomatique, November
    7. ^ Latouche, S. (1993). In the Wake of Affluent Society: An Exploration of Post-development. N.J.: Zed Books.
    8. ^ Harvey, D. (2006, June 16). in Sasha Lilley "On Neoliberalism: An Interview with David Harvey". Monthly Review.
    9. ^ Latouche, S. (2004). Degrowth Economics: Why less should be so much more. Le Monde Diplomatique.
    10. ^ Binswanger, M. (2001), "Technological progress and sustainable development: what about the rebound effect?", Ecological Economics, Vol. 36 pp.119-32.
    11. ^ Fotopoulos,T.(2007), Is Degrowth Compatible with a Market Economy?, The International Journal of Inclusive Democracy, Vol. 3, no. 1, http://inclusivedemocracy.org
    12. ^ Questo punto deriva sostanzialmente dall'intuizione di Smith. Secondo l'economista-filoso scozzese, infatti, lo sviluppo della società è legato allo sviluppo della divisione del lavoro, che implica la creazione di branche di produzione differenziate in rapporto tra di loro, e l’ampliamento del commercio tra paesi diversi. Storicamente, ciò ha permesso la riduzione del tempo necessario alla produzione dei beni che consumiamo (non solo quelli superflui ma anche quelli necessari) e quindi la loro maggiore disponibilità. Vedi, Smith, A. (1975), La ricchezza delle nazioni, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, cap.1; (
    13. ^ Marx, K. (1974), Il Capitale,Editori Riuniti, Roma
    14. ^ Per una critica marxista alla teoria della Decrescita, vedi: Moro, D (2011), Cosa sono i teorici della decrescita e come lottano contro il marxismo, Resistenze, n.358; Bellamy Foster, J, (2011), Capitalism and Degrowth: An Impossibility Theorem, Monthly Review, Volume 62, Issue 08 (January). Una video-lezione che sintetizza le critiche marxiste della teoria della decrescita, basata sugli articoli di Moro e Bellamy Foster è stata realizzata da Francesco Macheda, dottorando all'Università Politecnica delle Marche.Guarda la parte 1; parte 2; parte 3.

    Bibliografia

    • S. Latouche (2011) Come si esce dalla società dei consumi : corsi e percorsi della decrescita . Torino: Bollati Boringhieri.
    • S. Latouche (2007), La scommessa della decrescita. Milano:Feltrinelli.
    • P. Cacciari (2006), Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità, Roma: Cantieri Carta Edizioni.
    • P. Cacciari (2009) Decrescita o barbarie. Roma: Cantieri Carta Edizioni.
    • S. Latouche (2004) Decolonizzare l'immaginario, il pensiero creativo contro l'economia dell'assurdo. Bologna: Editrice Missionaria Italiana.
    • S. Latouche (2002) La fine del sogno occidentale. Saggio sull'americanizzazione del mondo. Milano: Elèuthera.
    • S. Latouche (2005) Come sopravvivere allo sviluppo : dalla decolonizzazione dell'immaginario economico alla costruzione di una società alternativa . Torino: Bollati Boringhieri.
    • M. Pallante (2005) La decrescita felice - La qualità della vita non dipende dal PIL. Roma: Editori Riuniti.
    • N. De Padova e R. Lorusso (2007) DePILiamoci - Liberarsi del PIL superfluo e vivere felici. Roma: Editori Riuniti.
    • M. Bonaiuti (a cura di) (2004) Obiettivo decrescita. Bologna: EMI - Editrice Missionaria Italiana.
    • L. Mercalli e C. Sasso (2004) Le mucche non mangiano cemento. Torino: SMS - Società Meteorologica Subalpina.
    • L. Mercalli (2011), "Prepariamoci", Milano: Traccediverse.
    • S. Vaj, Decrescita vs sovrumanismo.
    • Aa. Vv. (2009) Decrescita. Idee per una civiltà post-sviluppista. Salgareda: Sismondi Editore.
    • D. Moro, Cosa sono i teorici della decrescita e come lottano contro il marxismo, pensiero resistente, n. 358.
    • J. Bellamy Foster (2011), Capitalism and Degrowth: An Impossibility Theorem, Monthly Review, 2011, Volume 62, Issue 08 (January).

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