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  • Inflazione - che cosa è (Da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

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  • Indice dei prezzi al consumo - Che cosa è l' Indice dei prezzi al consumo
  • Deflazione (economia) - che cosa è
  • Moneta Inflazione


  • Tasso di inflazione nei diversi paesi nel 2007

      « Inflazione significa essere povero con tanti soldi in tasca. »
     

    In ambito economico il termine inflazione (dal latino inflatio-onis = gonfiore) indica propriamente un incremento della quantità di moneta circolante. Benché il termine non coincida in senso stretto con l'aumento dei prezzi dei beni di consumo e dei servizi (rappresentandone semmai una delle possibili cause) viene comunemente impiegato per indicare proprio questo fenomeno.

    In economia

    Vi sono diverse possibili cause dell'inflazione. L'aumento dell'offerta di moneta superiore alla domanda, stimolando la domanda di beni e servizi e gli investimenti, è unanimemente considerata dagli economisti una causa dell'aumento dei prezzi nel lungo periodo. Altre cause sono l'aumento dei prezzi dei beni importati, l'aumento del costo dei fattori produttivi e dei beni intermedi, in seguito all'aumento della domanda o per altre ragioni. Nell'ambito dell'aumento del costo dei fattori produttivi, è significativo il ruolo svolto dall'aumento del costo del lavoro. Il costo del lavoro aumenta sotto la spinta della domanda, ma anche in seguito alle rivendicazioni salariali, a meccanismi automatici o semiautomatici di adeguamento di salari e stipendi a precedenti aumenti dei prezzi e al rinnovo dei contratti di lavoro.

    L'aumento del livello generale dei prezzi determina una perdita di potere d'acquisto della moneta: con la stessa quantità di denaro si può cioè acquistare una minore quantità di beni e servizi. A titolo esemplificativo, 1 Lira italiana del 1861 (la lira coniata al momento della proclamazione del Regno d'Italia) equivale ad oltre 6.000 lire del 1999 e ad oltre 3 euro del 2006.

    Tuttavia bisogna riconoscere che il fenomeno dell'inflazione permette al sistema di raggiungere alcuni obiettivi importanti ai fini dell'equilibrio economico.
    Generalmente infatti, questo processo risulta vantaggioso per i soggetti in posizione debitoria, ed in particolare per le imprese (che frequentemente attingono capitali per finanziamenti) ed anche per lo Stato, che trae beneficio poiché lo stesso denaro avuto in prestito in precedenza, al momento di effettuare la restituzione ha un valore reale minore.
     

    Indicando con p(t) il livello generale dei prezzi, l'inflazione è la sua derivata prima rispetto al tempo, ovvero la velocità con cui il livello medio dei prezzi cresce:

    \ \pi = \frac{d \ p(t)}{d \ t}

    La derivata può essere positiva, negativa, raramente nulla. L'opposto dell'inflazione, cioè la diminuzione continuativa del livello generale dei prezzi, prende il nome di deflazione.

    L'incremento del livello generale dei prezzi espresso in termini percentuali è il tasso d'inflazione.

     

    Il calcolo dell'inflazione

    Il livello generale dei prezzi viene misurato in economia attraverso l'utilizzo di numeri indice.

    Viene definito un insieme di beni, detto Paniere, rappresentativo dei beni e servizi di cui si vuol calcolare l'aumento dei prezzi. Si misura la somma di denaro necessaria per comperare tali beni e servizi. La misura viene ripetuta in un secondo tempo e quindi si procede al calcolo dell'aumento (o diminuzione) percentuale del valore del paniere.

    L'uso di numeri indice prevede l'uso di proporzioni. Fatto pari a 100 il valore del paniere in un dato momento, si calcola il valore successivo dell'indice con la seguente proporzione:

    \ \frac{VP_1}{100} = \frac{VP_2}{X_2}

    dove \ VP_1 e \ VP_2 sono, rispettivamente, il valore del paniere al tempo 1 e 2, e \ X_2 è il valore dell'indice da calcolare.

    Al tempo 3 si calcola \ X_3 con la proporzione:

    \ \frac{VP_1}{100} = \frac{VP_3}{X_3}

    e così via nei periodi successivi.

    Calcolando X in occasione di ciascuna rilevazione dei prezzi si ottiene quindi una serie di valori che indicano l'aumento dei prezzi nel tempo. Così se il paniere vale 100 al momento della prima rilevazione, diventa, per esempio, 101,5 al momento della seconda rilevazione, 102 al momento della terza, eccetera.

    La serie di numeri che si ottiene ha il vantaggio di essere facile da leggere, elaborare e rappresentare graficamente.

    In Italia, così come accade nella maggior parte dei Paesi, l'Istituto centrale di Statistica (ISTAT) calcola le variazioni nel livello generale dei prezzi utilizzando l'indice dei prezzi di Laspeyres.

    Il tasso d'inflazione è la variazione percentuale dell'indice dei prezzi al consumo, cioè l'indice dei prezzi di Laspeyres che fissa le quantità sulla base di un paniere rappresentativo della struttura media dei consumi delle famiglie valutati ai prezzi di acquisto.

    Fino al 1999 si usava l'indice di Laspeyres a base fissa ed il paniere era modificato dall'ISTAT ogni 4 anni, al fine di tenere conto del cambiamento nelle abitudini di consumo.

    Dal gennaio 1999 si usa l'indice di Laspeyres concatenato e il paniere viene modificato annualmente. Si modificano contestualmente i pesi utilizzati nel calcolo dell'indice, costituiti dalle quote di spesa per ciascun bene o servizio sul totale della spesa delle famiglie.

    Ciascun mese viene calcolato l'indice dei prezzi assumendo come base il livello dei prezzi e la struttura dei pesi rilevati al dicembre dell'anno precedente e si distingue tra:

    • tasso di inflazione congiunturale, che esprime la variazione rispetto al mese precedente; indicando con Ia:m l'indice dei prezzi del mese m dell'anno a rispetto al dicembre dell'anno precedente, si ha:

      \left(\frac{I_{a:m}}{I_{a:m-1}}-1\right)\cdot 100

    • tasso di inflazione tendenziale, che esprime la variazione rispetto allo stesso mese dell'anno precedente:

      \left(\frac{I_{a:m}}{I_{a-1:m}}-1\right)\cdot 100

    • tasso di inflazione annuale, che è la variazione della media dei dodici indici rispetto alla media dei dodici indici dell'anno precedente:

      \left(\frac{\frac{\sum_{m=1}^{12}I_{a:m}}{12}}{\frac{\sum_{m=1}^{12}I_{a-1:m}}{12}}-1\right)\cdot 100=\left(\frac{\sum_{m=1}^{12}I_{a:m}}{\sum_{m=1}^{12}I_{a-1:m}}-1\right)\cdot 100

    Da notare che, essendo praticamente impossibile che si verifichi una diminuzione del livello generale dei prezzi, l'indice rilevato a dicembre di un qualsiasi anno è superiore alla media dei dodici indici dello stesso anno. Ciò comporta che un tasso di inflazione annuale comprenda una componente propria (la variazione verificatasi nell'anno) ed una componente acquisita, ereditata dall'anno precedente:

      « Il tasso di inflazione acquisito rappresenta la variazione media dell’indice nell’anno indicato, che si avrebbe ipotizzando che l’indice stesso rimanga al medesimo livello dell’ultimo dato mensile disponibile nella restante parte dell’anno. »
     

    In altri termini, supponendo che la media degli indici mensili dell'anno a − 1 sia pari a 1,02, che l'indice rilevato a dicembre dello stesso anno sia 1,03 e che non si rilevi alcun aumento dei prezzi nell'anno a rispetto al dicembre precedente, il livello dei prezzi nell'anno a sarebbe comunque superiore di 0,01 alla media degli indici mensili dell'anno precedente. Se quindi gli indici mensili dell'anno a restassero tutti al livello di dicembre dell'anno precedente, con tassi congiunturali tutti nulli, si avrebbe comunque un tasso annuo di inflazione non nullo, pari a:

    \left(\frac{\frac{1,03+1,03+1,03+1,03+1,03+1,03+1,03+1,03+1,03+1,03+1,03+1,03}{12}}{1,02}-1\right)\cdot 100=\left(\frac{1,03}{1,02}-1\right)\cdot 100=0,98%

    Questo 0,98%, che non è altro che la variazione dell'indice di dicembre dell'anno precedente rispetto alla media di quell'anno, costituisce l'inflazione acquisita che ciascun anno eredita dal precedente.

    Ad esempio, il tasso di inflazione del 2007 in Italia è stato pari all'1,8%, di cui 0,5% ereditato dal 2006 (differenza tra dicembre 2006 e media del 2006) e 1,3% dovuto alla dinamica dei prezzi verificatasi nel 2007.[1]

    Tutti i tassi citati vengono disaggregati dall'ISTAT in vario modo, calcolando tassi per singole categorie di beni e servizi (alimentari, comunicazioni, ecc.), per beni e servizi di diversa frequenza d'acquisto (alta, media, bassa), ecc. In particolare, si calcola una inflazione di fondo escludendo i prezzi ritenuti più volatili, quelli dei beni energetici e gli alimentari non lavorati.

    L'ISTAT offre, peraltro, anche coefficienti per il calcolo del valore della moneta (quindi degli effetti dell'inflazione in generale) a partire dal 1861. Ad esempio, per calcolare che valore avrebbero oggi 100 lire del 1937, si applica il coefficiente 1.646,8831 e si divide il risulato per 1.936,27, ottenendo 85,05 euro.[2]

     

    L'inflazione nella storia economica

    Nella storia antica sono numerosi i periodi inflativi. Il primo di tali periodi storicamente attestati risale all'Antico Regno dell'Egitto ed al Periodo Sumero Tardo, intorno al 2100 a.C., ma ne ignoriamo le cause scatenanti. Ancora durante il regno del faraone eretico Amenothep IV Akhenaton e dei suoi successori il venir meno dello sfruttamento delle miniere nubiane (la Nubia, attuale Sudan, era ricca di miniere aurifere, tanto che il termine Nwb in antico egizio significava appunto "oro"). L'indebolimento del potere interno egizio di questo periodo si ripercosse sulla fuga centrifuga delle province lontane quali la Nubia, la Siria e la Palestina.

    Anche durante la Guerra del Peloponneso (431 - 404 a.C.) tra Atene e Sparta si verificò un periodo di grave inflazione associata a recessione a causa del perdurare della guerra che sottraeva artigiani ed agricoltori al lavoro ed al commercio. Un'inflazione molto grave si verificò durante il tardo periodo repubblicano nell'antica Roma quando lo Stato, per poter continuare a finanziare le campagne militari, alterò la lega metallica delle monete abbassando il titolo (la quantità) di metallo prezioso in esse contenuto.

    Nel periodo di conquista dell'Impero Persiano da parte di Alessandro Magno (334 - 323 a.C.), le ingenti quantità di metalli preziosi sottratte ai paesi assogettati e dirottati in Grecia, in Macedonia ed in Epiro determinarono un decremento del valore intrinseco dell'oro contenuto nel Darico persiano e dell'argento della Dracma greca.

    Una situazione ancora peggiore si verificò tra il II secolo d.C. e la definitiva caduta dell'Impero romano d'occidente, nel 476: durante il corso del basso impero, si verificarono alterazioni talmente marcate dei titoli di metallo prezioso che molti commercianti si rifiutarono di esser corrisposti in moneta per i beni posti in vendita ed anche molti militari preferirono il pagamento in natura per i servizi resi. Ad esempio, all'epoca del regno di Costantino I (312 - 337), l'Asse bronzeo era ridotto a dimensioni pari ad 1/4 di quello repubblicano di trecento anni prima. Analoghe alterazioni subirono il Denario argenteo ed il Sesterzio argenteo e l'Aureo. Costantino, per pagare i soldati, fu costretto a far coniare il Solido aureo (da cui i termini in lingua italiana "Soldo", "Soldato", "Assoldare", etc.): una moneta contenente un buon titolo aureo. Precedentemente, trent'anni prima, l'imperatore dalmata Diocleziano introdusse un paniere di beni calmierati (fu la prima esperienza del genere nella storia): beni di prima necessità che non potevano, per legge, aumentare di prezzo oltre una soglia fissata dall'autorità politica, col risultato che tali beni non vennero più ad esser reperibili sul mercato, a meno di non venire pagati a prezzi assai più elevati rispetto a quelli politicamente imposti (con la creazione, quindi, di un mercato nero).

    Durante l'Alto Medioevo l'economia europea era un'economia di sussistenza, ove prevalevano l'autarchia ed il baratto. Con la riforma monetaria di Carlo Magno, attuata introno al 770 - 780 d.C., venne introdotta la lira (dal termine latino libra, ovvero peso) sia come unità di misura (di peso) ed unità di conto: con tale "moneta virtuale", in un'epoca di grave indigenza e di povertà assai diffusa, si potevano comprare circa 47 appezzamenti di terreno.

    Nel Basso Medioevo i comuni italiani iniziarono a batter moneta aurea (il fiorino fiorentino, il genovino genovese, etc.), ed anche altri stati europei s'incamminarono su questa strada, basti ricordare il penny argenteo di Enrico II Plantageneto re d'Inghilterra. Ma iniziarono presto anche la contraffazione delle monete (si ricordi l'episodio di Mastro Adamo, citato da Dante nell'Inferno, che falsificò il fiorino fiorentino), la tosatura (limatura) e l'adulterazione (alterazione del titolo aureo) con una conseguente ripresa dell'inflazione. Per coloro i quali alteravano la moneta - in qualsiasi modo e sotto qualsiasi forma - era prevista la pena di morte.

    Il primo grande episodio inflativo della storia moderna fu determinato dallo sfruttamento spagnolo dell'oro del Nuovo Mondo: in seguito alle depredazioni dei conquistadores a spese delle popolazioni Maya e Inca e all'estrazione mineraria dai giacimenti del Nuovo Mondo, le casse reali spagnole si trovarono a disporre di ingenti quantità di oro, argento e merci preziose che vennero riversate sui mercati europei sia per armare l'esercito e assoldare mercenari (il che rese la Spagna del XVII e XVIII secolo la più grande potenza europea) sia da parte della corte e dei nobili per comprare, importandoli dalle altre nazioni europee, beni e servizi di ogni genere in tale quantità da causare una loro (relativa) scarsità. Questo portò, sul finire del '500, ad un rialzo generalizzato dei prezzi in Europa.

    Dopo la Guerra di indipendenza americana (1775 - 1783), la stampa di quantitativi di carta moneta al di fuori di qualsiasi controllo produsse una spirale inflazionistica tale per cui anche al giorno d'oggi, negli Stati Uniti, la locuzione "Non vale un Continentale" (dal nome del dollaro di allora detto "Dollaro Continentale") indica un oggetto di valore irrisorio.

    Durante la Rivoluzione Francese, prima che Napoleone Bonaparte istituisse la banca centrale francese, la moneta semplicemente scomparve e venne sostituita da un titolo (una forma mista tra una cambiale ed un titolo di stato) denominata "Assegnato" (1792) e garantita con le proprietà immobiliari confiscate alla nobiltà ed al clero. A causa dell'eccesso di stampa il valore dell'Assegnato, nel giro di pochi anni, colò a picco costringendo il governo ad imporne il corso forzoso, per poi sopprimere del tutto tale forma di pagamento.

    Un ulteriore famoso episodio inflazionistico si ebbe poco dopo la prima guerra mondiale in Germania, durante la Repubblica di Weimar, tra il 1919 ed il 1933: un'errata gestione del diritto di battere moneta e la confusione sociale favorirono una spirale perversa che portò l'inflazione a tassi stratosferici (iperinflazione: salari e stipendi venivano pagati ogni giorno affinché il loro valore non venisse azzerato a livelli tali da annullare, nei fatti, il valore della moneta). Nel 1923 i francobolli vennero a costare miliardi di Reichsmark e per comprare un uovo occorreva una quantità notevole di carta moneta priva di qualunque valore. La spirale inflazionistica fece sì che la gente, appena veniva pagata correva a comperare qualsiasi tipo di merce prima di trovarsi con denaro privo di valore reale in mano, aggravando così la scarsità di beni in circolazione. L'iperinflazione associata alla stagnazione di quel periodo contribuirono non poco all'ascesa del Terzo Reich di Hitler che porteranno, in seguito, alla Seconda Guerra Mondiale.

    Il 15 luglio 1939 il Governo tedesco approvò il Reichsbank Act[3], la legge di riforma che limitava l'autonomia decisionale della Banca Centrale e la vincolava ad eseguire le indicazioni di politica monetaria, che tornavano nei poteri dell'esecutivo. Il Consiglio di Amministrazione della Reichsbank reagì al provvedimento con le dimissioni in blocco, mentre il Giappone recepì la legge praticamente tale e quale nel suo ordinamento giuridico.

    Nel secondo dopoguerra, la Reichsbank venne sostituita dalla Bundesbank e svincolata totalmente dal potere politico, in totale autonomia. Il marco tedesco divenne la moneta di riferimento europea, tanto che lo scellino austriaco, la corona danese ed il fiorino olandese vennero "agganciati" ad esso, ovvero legati da un rapporto di cambio fisso.

    Negli ultimi vent'anni una situazione di rapida perdita di valore della moneta si è verificata, in Russia e nei paesi dell'Europa dell'Est, dopo il 1991 con la fine del comunismo: in un mercato essenzialmente chiuso e privo di concorrenza, statalizzato e politicamente calmierato quale quello dell'Unione Sovietica e dei paesi satelliti, l'apertura al regime di libero mercato avvenuta tra il 1991 ed il 1995, ha provocato in alcuni casi il ritorno al regime del baratto in natura ed il rifiuto del pagamento con le monete nazionali.

     

    La polemica sull'inflazione in Italia

    Con l'introduzione dell'euro, in Italia si è verificato un fenomeno particolare: alcuni indicatori economici segnalavano un aumento dell'inflazione, stimato intorno al 6% annuo, mentre le rilevazioni ufficiali dell'Istat si attestavano intorno al 2-3% annuo. Secondo alcuni il primo dato corrisponde all'inflazione percepita dai consumatori, e a quella rilevata da altri istituti, come l'Eurispes. Questo, secondo il parere di alcuni economisti, non tanto perché i dati siano falsificati, bensì in quanto il campione dell'Istat non è più rappresentativo dei consumi.

    Il campione dell'Istat si basa su di un paniere di prodotti, tra i quali vengono monitorati esclusivamente i più venduti di ogni categoria. Ad esempio, per le auto, non si monitorano le auto di lusso, ma le più diffuse utilitarie, e non tutte, ma solo quella più venduta. Ora, mentre in un mercato con poche offerte il prodotto di punta facilmente raggiunge valori significativi, nei mercati attualmente vi sono decine, se non centinaia, di scelte per ogni prodotto: è dunque difficile che un singolo prodotto, anche se il più diffuso, sia un campione rappresentativo della categoria. Per fare un confronto, i dati dell'Eurispes monitorano, oltre al prodotto più venduto, anche il più caro ed il più economico di ogni categoria. Questo perché, anche se il prodotto più venduto non aumenta di prezzo, ma lo fanno tutti gli altri che possono facilmente essere più del 60% del mercato, l'inflazione misurata resta ferma, ma non quella percepita. Non va però dimenticato che i punti vendita rilevati dall'Eurispes sono in numero molto più basso rispetto a quelli dell'Istat.

    Secondo alcuni, il tipo di rilevazione dell'Istat non misura il disagio delle classi medie, che, abituate a comprare prodotti di una certa qualità e dunque più costosi, non potendoseli più permettere, tendono a comprimere i loro consumi.E infatti si è notato un incremento del ricorso ai discount, aumentato del 10% dall'introduzione dell'euro, un appiattimento dei consumi alimentari, un crollo della spesa media pro capite per le vacanze: tutti indicatori di un aumento dell'inflazione ben al di sopra dell'ufficiale 2-3%[senza fonte].

    Un ulteriore elemento di contestazione è il fatto che il tasso d'inflazione considera allo stesso modo beni durevoli e beni di consumo, che hanno vita utile e tempi di riacquisto molto diversi. L'impatto che un rincaro delle automobili ha sui redditi di una famiglia media si manifesta ogni 10 anni, mentre un aumento del prezzo della benzina ha effetti quotidiani. I prezzi vengono pesati rispetto alla quantità venduta del prodotto/servizio, ma non sono moltiplicati per coefficienti che tengono della loro durata.

    Per altro verso, i prezzi dei beni e servizi ad alta frequenza d'acquisto incidono maggiormente sull'inflazione percepita rispetto a quelli acquistati più raramente. L'ISTAT annovera tra i beni e servizi ad alta frequenza d'acquisto i generi alimentari, le bevande alcoliche e analcoliche, i tabacchi, le spese per l'affitto, i beni non durevoli per la casa (detersivi, ecc.), i servizi per la pulizia e la manutenzione della casa, i carburanti, i trasporti urbani, giornali e periodici, i servizi di ristorazione e i servizi di assistenza. Per essi si è rilevato, a giugno 2008, un tasso di inflazione tendenziale del 5,8%, che può dirsi constatato quasi quotidianamente dai consumatori. Il tasso tendenziale generale è nettamente minore (3,8%) in quanto vi contribuiscono i beni a bassa frequenza d'acquisto (elettrodomestici, servizi ospedalieri, acquisto di mezzi di trasporto, servizi di trasloco, apparecchi audiovisivi fotografici e informatici, articoli sportivi), il cui tasso tendenziale è stato dell'1,6%. Ad esempio, gli alimentari e bevande analcoliche (+6,1%), le spese per l'affitto, l'acqua, il gas, l'elettricità e i combustibili per la casa (+7,2%), i combustibili e le spese di manutenzione per i mezzi di trasporto e le spese per i servizi di trasporto (+6,9%) incidono sull'inflazione percepita, per via dell'alta frequenza di acquisto, più dei servizi sanitari (prezzi invariati rispetto al giugno 2007) o delle comunicazioni (spese postali, tariffe e prezzi di apparecchi telefonici, diminuiti del 2,4%).[4]

    Si può anche supporre che le percezioni individuali siano influenzate più dai rincari che dalle diminuzioni di prezzo, oppure che sull'inflazione percepita da alcune categorie di consumatori abbia influito significativamente la dinamica dei prezzi di beni non compresi nel paniere sui cui si basano gli indici dei prezzi. Come in altri paesi, infatti, in Italia il tasso d'inflazione considera solo i consumi finali, non anche l'acquisto dell'abitazione e le relative rate di mutuo (considerati investimenti), nonostante costituiscano una spesa rilevante per i redditi da lavoro dipendente e autonomo.[5]

    In seguito alle polemiche sul livello dell'inflazione, è stata attivata una "Commissione di studio per il calcolo degli indici dei prezzi", composta da professori universitari, esperti Istat, rappresentanti delle parti sociali (sindacati e Confindustria) e rappresentanti delle associazioni dei consumatori.[senza fonte]

     

    La visione della Scuola Austriaca

      « Inflazione significa aumento della quantità di denaro e banconote in circolazione e della quantità di depositi bancari soggetti a controllo. Ma oggi si usa il termine “inflazione” per riferirsi al fenomeno che è una conseguenza inevitabile dell'inflazione, la tendenza all'aumento di tutti i prezzi e gli stipendi. Il risultato di questa deplorabile confusione è che non c'è più un termine per indicare la causa di questo aumento nei prezzi e negli stipendi. Non c'è più alcuna parola disponibile per indicare il fenomeno che, finora, è stato denominato inflazione. Ne consegue che nessuno si preoccupa per l'inflazione nel senso tradizionale del termine. »
     

    Secondo la scuola austriaca il termine "inflazione" non significa aumento generalizzato dei prezzi, bensì aumento della massa monetaria in circolazione nel mercato. Per gli austriaci l'aumento dei prezzi è solo una delle conseguenze dell'inflazione monetaria, ossia quel processo creato da una politica monetaria espansionistica di una banca centrale, attraverso il quale più denaro in circolazione fa perdere di valore la moneta stessa, creando inevitabilmente un aumento generalizzato dei prezzi.[7] Seguendo questo ragionamento si può comprendere perfettamente l'aumento dei prezzi nella zona euro e negli Stati Uniti come naturale conseguenza dell'aumento degli aggregati monetari, in particolar modo dell'indicatore M3[8][9].

    Partendo da tali presupposti la scuola austriaca critica molto l'attuale sistema monetario (vedi moneta legale) arrivando a parlare di truffa, in quanto consegna ad organi statali quali le banche centrali, il potere di inflazionare a piacimento una moneta, creando quindi perdita di potere d'acquisto, aumento dei prezzi e, a detta degli economisti austriaci, i cicli economici (vedi teoria austriaca del ciclo economico). In contrasto con questo sistema, gli austriaci propongono il ritorno ad un sistema denominato free banking (dove l'emissione di moneta sia gestita da banche commerciali private e non più dallo Stato attraverso la banca centrale) che fu utilizzato soprattutto nel XIX secolo da diversi paesi, tra i quali proprio gli Stati Uniti, oppure il ritorno ad un sistema di parità aurea, nel quale sarebbe ancora presente lo Stato nell'emissione di moneta, ma quest'ultima sarebbe legata indissolubilmente ad un bene reale (generalmente oro).

      « Prendete, per esempio, un'economia in cui la massa monetaria sia mantenuta costante. Per ottenere denaro supplementare, gli attori del mercato dovrebbero scambiare merci e servizi contro moneta. Un rifornimento crescente di articoli vendibili relativamente alla riserva monetaria spingerebbe verso la riduzione dei loro prezzi in denaro.

    Ora considerate il caso di un'economia la cui massa monetaria possa essere aumentata con l'espansione del credito bancario – la caratteristica dell'odierno monopolio della moneta controllato dal governo. Gli attori del mercato possono ottenere bilanci supplementari con i prestiti bancari senza essere obbligati a cedere risorse limitate. La richiesta supplementare finanziata dall'aumentata quantità di denaro ne abbasserebbe il valore di scambio di fronte alle merci. [...]

    La diagnosi degli economisti di scuola austriaca sarebbe che il continuo aumento nel credito e nella riserva monetaria sta al cuore del boom inflattivo; il rialzo dei prezzi (dei beni) è solo il relativo sintomo. Così se la crescita della riserva monetaria e del credito rallenta, non ci vorrà molto per gli austriaci per prevedere una recessione, o persino una deflazione.

    Tuttavia, la recessione e la deflazione – innegabilmente costose in termini di perdita di produzione e occupazione – sarebbero i processi economici di aggiustamento necessari per riportare l'equilibrio nell'economia attraverso la variazione dei suoi costi.

    Non ci vorrebbe molto per attendersi che le banche centrali controllate dal governo, quando dovessero decidere fra mantenere l'inflazione sotto controllo o impedire la recessione, molto probabilmente optino per la crescita, a qualsiasi costo, anche a scapito di una perdita nel potere di acquisto della moneta.

    Una volta che la crisi si diffonde, o anche soltanto si teme che ciò accada, il pubblico comincia chiedere tassi di interesse ancora più bassi ed ancora più credito e moneta. L'iniezione di moneta e il credito “facile” sono largamente considerate la ricetta per evitare la recessione e la deflazione. I banchieri centrali è improbabile che ostacolino tali richieste. »

     
    (Thorsten Polleit[10])

     

    Note

    1. ^ Cfr. ISTAT, La dinamica dei prezzi al consumo. Dicembre 2007, 15/1/2008, pag. 10.
    2. ^ ISTAT, Il valore della moneta in Italia dal 1861 al 2006.
    3. ^ Testo del Reichsbank Act
    4. ^ ISTAT, La dinamica dei prezzi al consumo. Giugno 2008, 15/7/2008, pp. 2, 9 e 12.
    5. ^ Cfr. Paolo Del Giovane e Roberto Sabbatini, «L'introduzione dell'euro e la divergenza tra inflazione rilevata e percepita», Temi di discussione, n. 532, dicembre 2004.
    6. ^ Definizione di inflazione di Ludwig von Mises
    7. ^ Che cos'è veramente l'inflazione, luogocomune.net
    8. ^ Aggregato M3 negli Stati Uniti
    9. ^ Aggregato M3 in Europa
    10. ^ Go for Gold, mises.org

     

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