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  • 16/09/2006 Il Fallimento della Casa Bianca (Fabrizio Casari, http://www.altrenotizie.org)

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    La ricorrenza del quinto anniversario degli orrendi attentati dell'undici settembre del 2001, ha dato modo di tracciare ricordi e bilanci di un avvenimento che, come molti dicono, ha visto il mondo cambiare in profondità. Dopo l'undici settembre, si dice da più parti, il pianeta non è più lo stesso. Certo, il gruppo di sauditi aiutati dai pakistani che cinque anni fa ha squarciato i cieli americani, nel rappresentare il punto più alto della storia di attacco militare contro gli USA, ne ha anche certificato la fine dell'inviolabilità territoriale. Sarebbe forse suggestivo proporre a simbolo della sconfitta militare statunitense l'immagine del gendarme del pianeta piegato da un gruppo di pazzi armato di taglierini per la carta, ma questa è solo l'immagine "giornalistica" di quanto avvenuto.

    Di ben altro si trattava: di una guerra che, per la prima volta, cambiava scenario e modalità della conduzione, passando dal Golfo Persico e dall'Asia direttamente nel territorio statunitense. Le inchieste aperte dall'Amministrazione USA sugli autori dell'attentato sono risultate un coacervo di bubbole costruite per giustificare l'invasione dell'Afghanistan prima e dell'Irak poi. L'occasione per penetrare nell'Asia centrale ed installare basi militari nei vecchi territori sovietici. Lo stesso Senato USA, pochi giorni or sono, è arrivato a stabilire - con quattro anni di ritardo e a solo due mesi dalle elezioni di mid term - che le tesi sulle responsabilità irachene, tanto in ordine agli attentati al WTC e al Pentagono, quanto al possesso di armi di distruzione di massa, siano state un cumulo di menzogne spacciate senza pudore ai quattro angoli del pianeta.

    Quello che il Senato USA ha reso noto, in realtà, è cosa da tutti ormai ampiamente conosciuta da anni. Quello che invece lo stesso Senato e il Congresso non hanno ancora volutamente preso in esame, è il seguito; cioè la reazione statunitense, la nuova dottrina militare imperiale - definita per comodità dottrina di "sicurezza nazionale" - e i suoi effetti a breve e medio termine. Buona parte dell'establishment statunitense, da Kissinger all'ex Presidente Clinton, ha già criticato duramente l'operato della Casa Bianca con parole di fuoco. Proprio Clinton ha fatto notare come "i nemici degli USA siano spaventosamente aumentati" e ha chiesto "se si ritiene di cominciare a trattare, giacché proprio con i nemici si tratta o se, invece, si pensa di ucciderli tutti". Le organizzazioni della società civile statunitense, in particolare quelle dedite alla salvaguardia dei diritti umani e civili, non cessano di ricordare la ferita profonda che la strategia della Casa Bianca nella guerra al terrorismo ha prodotto nel mondo intero e negli USA stessi e come, a tutt'oggi, in fondo, la strage dell'11 Settembre sia rimasta sostanzialmente impunita.

    Ma forse, per valutare meglio la portata della politica antiterrorista degli Stati Uniti, sarebbe opportuno riferirsi ai dati che loro stessi pubblicano. Non quindi dati provenienti da fonti indipendenti, di solito le più puntuali e le meno servili, ma dati originali degli uffici governativi, che davvero risulterebbe stravagante tentare di giudicare pregiudizialmente "antiamericani".

    In questo caso, poi, ci sarebbe semmai da evidenziare come la fonte, che è il Dipartimento di Stato USA, che pubblica annualmente un rapporto sul terrorismo nel mondo, sia tutt'uno con la Casa Bianca; dunque il più desideroso nel presentare i risultati positivi ed occultare quelli negativi dell'azione dell'Amministrazione statunitense.

    Ebbene, il rapporto diffuso nell'Aprile del 2006 riferisce delle attività terroristiche e dei loro effetti lungo tutto l'anno precedente, cioè il 2005. Il rapporto lascia allibiti: nel corso dell'anno 2005 si sono prodotti 11.000 attacchi terroristici in tutto il pianeta, che hanno provocato la morte di 14.600 persone. Non vengono menzionati feriti, mutilazioni permanenti e danni alle infrastrutture, ma le cifre sono oggettivamente spaventose. Cifre che da sole basterebbero a certificare senza ombra di dubbio quantomeno l'inefficacia della guerra al terrorismo condotta con le modalità militari e d'intelligence con le teorie politiche a supporto che l'Amministrazione neocons ha profuso su scala planetaria. Ma, pur nella sua nettezza, non sarebbe ancora un giudizio sufficiente: perché se si mettono in relazione questi dati con quelli dell'anno precedente - relazione imprescindibile per la valutazione complessiva del fenomeno - allora la sconfitta della politica antiterrorismo statunitense appare ancora maggiore. Nell'anno 2004, infatti, lo stesso rapporto del Dipartimento di Stato USA registrava la realizzazione di 651 attentati terroristici "significativi" che produssero la morte di 1907 persone. Anche qui non ci sono dati riguardanti feriti e danni infrastrutturali, ma è evidente che, confrontando i dati del 2004 con quelli del 2005, si può dedurre, con una semplice operazione matematica, come in un solo anno gli attentati si siano moltiplicati per 23 volte e le vittime per 8 volte.

    Quello che emerge con chiarezza da questi dati, da loro stessi diffusi, è il fallimento completo della strategia utilizzata nella così chiamata "guerra al terrorismo", che lungi dal riuscire ad eliminare il fenomeno o anche solo a contenerlo, ottiene l'effetto di moltiplicarlo anche nei suoi effetti più drammatici. La politica della Casa Bianca risulta essere fomentatrice del terrorismo stesso e moltiplicatrice dell'instabilità planetaria. In altre parole, la politica statunitense ha trasformato il terrorismo da fenomeno limitato e circoscritto in fenomeno globale, autentico tumore del terzo millennio. Altro che progetti di ordine internazionale, di governance globale: l'Amministrazione Bush, oltre ad evidenziare il declino inarrestabile della sua potenza militare, dopo aver drasticamente ridotto il potere d'influenza della sua stessa diplomazia considerata oggi come un ufficio propagatore di menzogne costruite a tavolino, si propone come principale ostacolo alla convivenza internazionale. Causa primaria d'instabilità che ha ridotto a carta straccia il Diritto Internazionale e che, con la scusa della minaccia terroristica, ha introdotto, negli stessi Stati Uniti, legislazione e norme che violano in profondità lo stesso assetto democratico del sistema.

    Una debacle totale dalla quale non sarà semplice uscirne. Grave è la responsabilità degli statunitensi che hanno dapprima scelto e poi confermato (al netto dei brogli elettorali) un'Amministrazione che ha trasformato l'esercizio del governo in potere criminale al servizio dei suoi stessi interessi. L'aggressione all'Irak è stata la mecca degli affari per le grandi corporations legate al clan Bush, sulle quali sono piovute commesse e contratti da centinaia di milioni di dollari. Per aggiustare la relazione tra petrolio e dollaro in chiave favorevole agli interessi dei petrolieri texani di cui Bush è primo esponente, è stata dichiarata una guerra che è stata un disastro militare, una debacle politica e una ecatombe umanitaria, costata duecentomila morti e un paese distrutto.

    In attesa di una Norimberga per gli organizzatori di lager, sequestri e torture, di invasioni illegittime e di stragi di civili, speriamo che almeno il prossimo 7 Novembre arrivi il primo inequivocabile segnale di sfratto per una Amministrazione di faccendieri senza scrupoli e d'integralisti fanatici che mai avrebbe dovuto insediarsi sul trono del mondo.

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