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  • 05/12/2007 Foreste stressate (http://www.lanuovaecologia.it)

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    Parco delle Foreste Casentinesi Foreste Casentinesi


    Otto foreste italiane su dieci sono a rischio siccità. Mentre il 31% dei boschi già subisce l'aumento delle temperature. I nostri polmoni verdi analizzti da una ricerca di tutti i dipartimenti botanici delle università italiane/
    La mappa del rischio

    Ci sono anche le foreste italiane nel mirino dei mutamenti climatici. Otto su dieci risultano a rischio siccità, perché interessate dalla diminuzione delle precipitazioni piovose e nevose. Mentre poco meno di un terzo dei boschi (31%) è già colpito dall'aumento delle temperature, che registra nel nostro Paese un andamento a "macchia di leopardo" con grandi differenze tra zone distanti anche pochi chilometri. Questo il quadro dei nostri polmoni verdi sottoposti allo stress dovuto all'emergenza clima sulla base di una ricerca effettuata da tutti i dipartimenti botanici delle università italiane e presentata ieri al seminario "Le foreste d'Italia", organizzato dal ministero dell'Ambiente come seguito della Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici e prima tappa in vista della Conferenza nazionale sulla biodiversità, fissata per ottobre 2008.

    In Italia, ha ricordato il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, «"nella Finanziaria sono stati stanziati 150 milioni di euro» per nuovi polmoni verdi anche in città, in un progetto che prevede di piantare «36 milioni di alberi nei prossimi tre anni». In concomitanza con il vertice di Bali sul clima, Pecoraro ha rilanciato l'importanza della riforestazione, come spugne di gas serra. Ma quali sono oggi i punti critici nel panorama delle foreste italiane? Dai dati provenienti da 400 stazioni termopluviometriche distribuite su tutto il territorio nazionale emerge una lista di 23 foreste italiane minacciate in primo luogo da siccità, caldo e azione combinata di questi due elementi.

    Tra le maggiori emergenze climatiche quella che colpisce i boschi di peccio (abete rosso) del Lago Gabiet, in Val d'Aosta, dove in 20 anni la media delle precipitazioni è passata da 2.800 millimetri di pioggia l'anno a 1.000; o le faggete di Boscolungo, in Toscana, dove mancano all'appello 1.700 millimetri di pioggia l'anno (da 4.000 a 2.300 millimetri); sempre le faggete di Pescasseroli, in Abruzzo, dove si registra un saldo negativo di 900 millimetri di pioggia l'anno. Va comunque considerato che «il cambiamento climatico, nel nostro paese, non è uguale dovunque – ha spiegato Carlo Blasi, del Centro interuniversitario biodiversità – la maggiore riduzione di precipitazioni viene registrata sull'arco alpino, nella bassa pianura padana e nelle isole maggiori (Sicilia e Sardegna), mentre il più forte aumento di temperature avviene in Toscana, Umbria, Abruzzo, Sicilia, Sardegna e Puglia. Le regioni sottoposte al maggior processo di inaridimento dei suoli sono Marche, Molise, Campania, Basilicata, Caloria, Sicilia e Sardegna».

    In generale, secondo lo studio i boschi che stanno maggiormente subendo le conseguenze della diminuzione di precipitazioni nell'arco alpino sono le peccete (abete rosso) e i querceti di rovere e farnia. Scendendo più giù lungo la penisola, invece, le foreste soffrono del maggiore inaridimento, ossia della pressione congiunta di siccità e caldo: è il caso specifico delle faggete e dei querceti di roverella e cerro. Nell'Italia meridionale, specialmente in Puglia, Calabria e Basilicata, il maggior elemento di rischio per lo sviluppo dei boschi è costituito dall'innalzamento delle temperature che minaccia la virgiliana, la vallonea e il fragno, tutti appartenenti al genere delle querce. Mentre nelle isole, a rientrare nelle aree a maggior cambiamento climatico sono le sughere e la macchia mediterranea in Sicilia e i boschi di leccio in Sardegna.

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