16/12/2005 Pomodori e Buoi dei Paesi tuoi (www.beppegrillo.it)

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    Da più di vent'anni in Europa e nel mondo il trasporto delle merci cresce a velocità quasi doppia di quella della crescita del PIL. Miliardi di tonnellate di merci vanno avanti e indietro sulle strade, sulle ferrovie, nei cieli e sui mari. E ogni anno aumentano e vanno più lontano.

    Il progresso non si può fermare, dicono. Come se il progresso fosse per forza una locomotiva in discesa e senza freni. L'unica cosa che non è stata ancora toccata dal progresso è l'idea di progresso. Io sono stufo di immaginarmi il progresso come facevano Marinetti e i futuristi dell’inizio del secolo scorso: macchine rombanti e sferraglianti, sempre più grosse, sempre più potenti.

    Se vogliamo continuare a credere nel progresso, dobbiamo far progredire anche l'idea di progresso.
    Un progresso progredito è un progresso che sussurra, che non romba. E' un progresso in punta di piedi, non un progresso con i cingoli. "Dall'atomo al bit" ci avevano promesso vent'anni fa i guru della tecnologia. Avevo capito che invece di spostare sempre più atomi, cioè materia, si sarebbero spostati sempre più bit, cioè informazione.

    Avevo capito male.

    Quello che sta succedendo è ben diverso. Stanno esplodendo lo scambio delle merci materiali e l'impiego di miliardi di tonnellate di infrastrutture e di combustibili per trasportare sempre più lontano sempre più cose, spesso sempre più insensate. Mi è ben chiaro che per secoli le vie di comunicazione sono state le arterie della civiltà e che commerci equi e liberi hanno portato vantaggi a tutti.

    Ma la situazione è cambiata. Per più di duemila anni le merci sono state trasportate con varie forme di energia solare indiretta, quella degli animali da soma, del vento, dell’acqua. Oggi i mezzi di trasporto non usano più energia solare ma energia del petrolio, centinaia di milioni di tonnellate all'anno, che diventano miliardi di tonnellate di CO2 nell'atmosfera e che producono danni economici sotto forma di effetto serra, tifoni, uragani, siccità.

    Gli storici dell'economia stimano che per secoli i tassi di crescita economica siano stati di qualche punto per mille ogni anno. Adesso i tassi di crescita economica sono di alcuni punti percentuali all'anno, e gli scambi monetari dell'economia raddoppiano ogni 10-30 anni. Inoltre i commerci materiali aumentano ancora più velocemente dell'economia monetaria. Mi sembra chiaro allora che il ritmo attuale di crescita dei trasporti è un mostro mai esistito prima e che mai potrà esistere in futuro. Stiamo vivendo pochi decenni di follia.

    Se i prezzi di una bottiglia di vino australiano trasportato fino in Piemonte o di acqua San Pellegrino trasportata fino a Sidney, bruciando a ogni viaggio una bottiglia di petrolio, coprissero anche i costi dei danni ambientali generati, quel vino e quell'acqua costerebbero il doppio, il triplo, il quadruplo.

    Perché le salsicce vendute a Norimberga devono essere fatte con maiali bavaresi portati a macellare a Mola vicino a Napoli? E i pigiami tessuti e venduti in Svizzera devono andare fino in Portogallo per farsi cucire i bottoni? E i gamberetti del mare del Nord venduti in Germania devono andare in Marocco per essere lavati? E nei supermercati di Stoccarda deve arrivare acqua minerale irlandese a prezzi inferiori a quella tedesca? E lo speck "nostrano" altoatesino deve essere fatto coi maiali belgi? E la carne secca dei Grigioni con i manzi brasiliani? E i corn flake a Ginevra con il granturco argentino? E la pizza a Napoli con il pomodoro cinese? E il pesto a Genova con il basilico del Vietnam?
    La Gran Bretagna importa ogni anno duecentomila tonnellate di carne di porco straniero. Ma esporta anche duecentomila tonnellate di porco britannico. E se ognuno si mangiasse i porci suoi?

    In un pianeta sempre più affollato, dove miliardi di persone vogliono a un maggior benessere materiale, si potrà soddisfare tutti solo se si ricomincerà a produrre e consumare localmente tutto quello che è possibile, lasciando ai commerci a lunga distanza il resto.

    Un pomodoro prodotto in Cina , in Italia deve costare 50 euro, 10 centesimi di prodotto e 49,90 di danno ambientale.
    Poi chi vuole il pomodoro esotico lo compri pure.

    In questo folle su e giù per il pianeta di aerei, navi, traghetti, camion e treni sempre più TAV chi ci guadagna è il commercio e non più la produzione.
    Anzi, il contadino, l’artigiano vengono espulsi dal sistema produttivo dagli ipersupermegamercati, punti di carico e scarico delle merci del pianeta.
    Sentinelle delle multinazionali che ci dicono cosa mangiare attraverso l’informazione e la pubblicità.
    E se poi la carne, il miele, il latte prodotti localmente sono più sani e costano meno, chi se ne frega.


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