16/11/2006 Clima, nuove malattie in Italia (www.lanuovaecologia.it)

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  • Dall'Africa arrivano malaria, leishmaniosi e febbre del Nilo. Il dossier di Legambiente (SCARICA)
     

    Mentre a Nairobi la Conferenza sui mutamenti climatici entra nella fase delle decisioni politiche, Legambiente presenta tutti i dati dell’impatto non futuro, ma attualissimo, dei cambiamenti climatici sulla vita degli italiani.

    «Il nostro Paese – ha detto il direttore generale di Legambiente Francesco Ferrante, illustrando il dossier – si trova ai margini meridionali della zona temperata, per questo è uno dei più colpiti dalla rottura degli equilibri climatici. Arrivano malattie importate dall’Africa, animali e piante tropicali attaccano la nostra biodiversità, si intensificano alluvioni e siccità, compaiono le prime aree semi-desertiche. In Europa dovremmo essere i più pronti e reattivi nello sforzo di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, che sono la causa principale di questi sconvolgimenti e che derivano in larga misura dalla combustione di petrolio e gas nell’industria, nel settore residenziale, nei trasporti e in particolare nel trasporto su gomma. Invece fino adesso siamo stati la “maglia nera”: dal 1990 le nostre emissioni di anidride carbonica dovrebbero ridursi del 6,5% entro il 2012, ad oggi sono cresciute di quasi il 15%. Serve una decisa conversione a U, il nostro appello al governo Prodi è di consolidare e potenziare nei prossimi mesi i positivi segni di svolta di questo inizio di legislatura. La Finanziaria prevede risorse e incentivi per promuovere l’efficienza energetica e spingere le energie pulite come il solare e l’eolico, insieme ad altre misure come la revisione delle tasse automobilistiche che aiuta a disincentivare il trasporto su gomma: è la direzione giusta, ma bisogna accelerare o i costi sanitari, sociali, ambientali per la collettività finiranno presto fuori controllo».

    14/11/2006 Kyoto, la timidezza dell'Europa (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)

    Le Ong accusano Francia, Germania e Uk: «Chiariscano obiettivo negoziati»
     LINK: Unfcc

    È un’Unione europea timida, quella fino ad ora vista a Nairobi, e poco convinta del ruolo di leader dei negoziati sul clima di cui pure ama fregiarsi. Uno scarso impulso verso impegni futuri più ambiziosi nella lotta ai cambiamenti climatici, un apporto come mediatore al di sotto delle aspettative. «l’atteggioamento degli europei – si legge in un comunicato stampa diffuso dal Can, la rete delle organizzazioni non governative qui presenti – crea confusione e semina dubbi. I 25 devono chiarire con urgenza la loro posizione rendendo noto l’obiettivo che intendono raggiungere con questi negoziati». Sotto accusa in particolare Francia, Germania e Gran Bretagna che vengono esortate a mantenere le promesse fatte alla vigilia del vertice. Si tratta in primo luogo dell’impegno a definire un percorso che da qui a due anni dovrebbe portare alla ridefinizione del protocollo di Kyoto, attraverso una serie di modifiche da attuare a partire dal 2012 e che qualcuno già chiama Kyoto 2. «Cosa sta facendo l’Unione europea per la definizione di nuovi impegni di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti?» si chiede il Can. Nel 2005 i 25 avevano reso noto la loro intenzione di andare verso un abbattimento sostanzioso dell’anidride carbonica e degli altri gas previsti nel protocollo, con riduzioni tra il 15 e il 30 per cento entro il 2020 e del 60-80 per cento entro il 2050. Prospettiva che tuttavia è scomparsa dai documenti ufficiali pubblicati alla vigilia della Conferenza di Nairobi e viene rigorosamente taciuta nelle sedute plenarie del vertice.

    Ma è soprattutto sulla definizione di uno stringente programma di lavori per l’approvazione del Kyoto 2 che si notano le maggiori lacune di Bruxelles. «Gli stati – sottolineano le organizzazioni ambientaliste – devono mettersi d’accordo per concludere i propri lavori entro il 2008 ed evitare così una dannosa cesura tra il primo e il secondo periodo di Kyoto». Sull’argomento tuttavia manca ancora una posizione unitaria all’interno dei 25. Mentre alcuni sono convinti della necessità di concludere i negoziati al più presto, altri pensano a tempi più dilatati che potrebbero far slittare il l’accordo anche di alcuni anni. Ipotesi quest’ultima che oltre a sottovalutare l’urgenza di un contrasto efficace ai cambiamenti climatici, creerebbe anche una forte incertezza nel primo periodo di adempimento del Protocollo, rischiando di mandare un messaggio sbagliato a governi e settore industriale. «Una cosa è chiara – conclude il Can, nel suo comunicato inviato alla delegazione europea – se l’Unione è veramente intenzionata a contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi – considerato come un limite estremo di sopportazione del pianeta – deve esprimere chiaramente qui a Nairobi ciò che è imperativo fare per non rischiare di mancare l’obiettivo».

    13/11/2006 I Masai chiedono i danni (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)

    Nella sede dell'Onu i lavori della Conferenza sul clima procedono a rilento. Fuori, il corteo dei popoli africani e asiatici

    LINK: Unfcc
     

    Un migliaio di persone hanno sfilato sabato per le strade del centro di Nairobi chiedendo ai governi, riuniti nella sede dell’Onu, di agire immediatamente per far fronte ai cambiamenti climatici in atto. A manifestare, insieme alle organizzazioni non governative che hanno promosso l’evento, i cittadini di Nairobi, oggi letteralmente soffocata dai fumi del traffico. Tante anche le delegazioni venute da fuori. Avvolti nelle tradizionali stoffe rosse c’erano i Masai, una delle più numerose etnie del Kenya, venuti a Nairobi per chiedere un risarcimento ai paesi industrializzati per i danni generati dai gas serra e il conseguente surriscaldamento del clima.

    «I paesi industrializzati sono responsabili del riversamento ogni anno di miliardi di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera – dice Sharon Sian Looremetta, rappresentante kenyota dell’associazione Practical Action – e oggi a pagare sono i popoli come i Masai, costretti ad assistere inermi alla strage del proprio bestiame decimato dalla siccità prolungata». Gli fa eco Nafiza Goga D’Souza, dell’organizzazione indiana Laya, sottolineando come circa il 60 per cento della popolazione indiana è oggi esposta agli impatti di un clima impazzito. «I villaggi dei pescatori lunghe le coste, i pascoli delle zone aride, i ghiacciai delle zone montagnose, le foreste: in India – racconta Nafiza – possiamo contare almeno sei ecosistemi diversi, ognuno con la propria biodiversità, ma ognuno seriamente minacciato dai risultati dell’attività umana».

    Eppure all’interno della sede Onu di Nairobi dove è in corso la Conferenza sui Cambiamenti climatici, la richiesta di un’azione urgente e sostanziosa non sembra costituire una priorità. I negoziati, proseguiti tutta la scorsa settimana, sono incagliati nelle strategie diplomatiche messe a punto dalle delegazioni in nome degli interessi di singoli governi. Il fronte anti Kyoto, con in testa Australia, Canada e Stati Uniti, rema contro qualsiasi nuovo impegno che possa mettere in discussione una crescita economica fondata sui combustibili fossili. Dall’altro lato i paesi in via di sviluppo, e soprattutto le economie a forte crescita, si irrigidiscono all’idea di una loro partecipazione sempre più attiva nella riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Mentre l’Unione europea non esercita con sufficiente energia quel ruolo di leadership che ci auspicava.

    Risultato: si procede a rilento soprattutto sulla revisione del Protocollo di Kyoto, prevista dall’articolo 9 dello stesso testo. Un passaggio cruciale, la revisione del protocollo, così come è fondamentale la sottoscrizione da parte dei paesi industrializzati di nuovi impegni di riduzione per il periodo successivo al 2012. La speranza è che i negoziati si sblocchino, come successo in passato, con l’arrivo al tavolo delle trattative dei ministri. Quanto all’obiettivo sarà cruciale uscire da Nairobi con un programma dettagliato e un accordo di massima sui contenuti del Protocollo di Kyoto nel periodo successivo al 2012. «Bisogna fare in modo – ripetono le Ong ambientaliste – che un accordo complessivo sul periodo successivo al 2012, sia negoziato entro il 2008 per garantire consequenzialità alle azioni di contrasto sui cambiamenti climatici».

    10/11/2006 L'onda lunga di Washington (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)

    Dopo la sconfitta di Bush gli Stati uniti ratifichernno il Protocollo di Kyoto? Intanto i paesi in via di sviluppo temporeggiano

    LINK: Unfcc

    Giunge fino al complesso delle Nazioni Unite di Nairobi, l’onda lunga delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Se ne parla, ci si interroga, si tenta di capire quali sono le reazioni. La sconfitta dei repubblicani al Congresso americano aprirà una breccia nella politica anti-Kyoto dell’amministrazione Bush? Washington ratificherà finalmente il protocollo?

    «Il terremoto elettorale americano – si legge sul bollettino informativo diffuso qui a Nairobi dalle organizzazioni non governative – apre importanti spiragli per la futura politica su clima e energia degli Stati Uniti. Nel programma elettorale dei democratici – prosegue l`articolo – c’è un punto specifico che riguarda la diminuzione della dipendenza da combustibili fossili attraverso il rilancio delle rinnovabili e investimenti nelle tecnologie pulite» La speranza è che il nuovo Congresso, a cui presto potrebbe associarsi un nuovo Senato anch’esso a maggioranza democratica, pianifichi sin dal suo primo anno di attività un intenso programma legislativo sul fronte dell’energia. Nuovi fondi per la ricerca sulla produzione di energia, incentivi per i bio diesel e per l’installazione i pannelli solari. «Questi – spiega uno dei rappresentanti delle ong statunitensi giunte in Kenya a seguire la Conferenza Onu sui cambiamenti climatici – sono tutti argomenti che dovranno essere discussi da subito in parlamento».

    Ma l'auspicio di un cambio repentino, che accomuna qui anche diverse delegazioni governative e non da ultima quella europea, si riduce se si parla della tanto attesa ratifica del Protocollo. Gli Stati Uniti sono il paese più inquinante, il primo produttore mondiale di gas a effetto serra, con un aumento delle emissioni che nel 2004 ha portato a oltre 7 miliardi di tonnellate l`ammontare di anidride carbonica riversata nell`atmosfera. Ma per vedere l`accettazione da parte della Casa Bianca di limiti internazionali vincolante sulla produzione di climalteranti bisognera` ancora attendere. Almeno fino alle elezioni presidenziali e all’insediamento, previsto nel gennaio del 2009 di uno nuova amministrazione alla Casa Bianca – dicono i più informati – Premere ora della ratifica del protocollo- spiega un`ambientalista possa cambiare idea alle presidenziali.

    Fuori dalle sedute negoziali, nei corridoi del Complesso Hariri di Nairobi, la posizione statunitense non sembra preoccupare piu` come un tempo. Fino ad ora nel corso delle discussioni cominciate il 6 novembre, la delegazione di Washington ha mantenuto un profilo veramente basso, intervenendo solo in rare occasioni. Gia scossa per un calo generale di popolarita`, l`amministrazione Bush ha ricevuto in questi ultimi mesi una serie di batoste in tema di cambiamenti climatici. Basti pensare al pacchetto di misure per un`ambiziosa riduzione dei gas serra approvato dal governo conservatore della California.

    Oggi la preoccupazione maggiore è piuttosto il sorgere di una frattura netta tra i governi dei paesi industrializzati e quelli dei paesi in via di sviluppo, in parte rappresentanti dal Gruppo dei 77 più la Cina. Lo ha dimostrato la lunga seduta negoziale che si è tenuta ieri a proposito della verifica e del miglioramento del Protocollo di Kyoto. Un autentico muro contro muro tra i 134 paesi rappresentati dal G77 più Cina e il resto delle delgazioni, che è risolto in nulla di fatto. L`oggetto del contendere è sempre lo stesso. I paesi in via di sviluppo sono assolutamente contrari ad avviare discussioni formali su possibili impegni vincolanti che li coinvolga nel futuro di Kyoto. «È troppo presto- dicono – vogliamo prima vedere se i paesi industrializzati stanno effettivamenbte rispettando i propri impegni di riduzione».

    09/11/2006 La conferenza si chiude il 17 novembre. Nairobi, la parola degli ambientalisti (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)

    Al grido «il tempo è oro» popoli indigeni e società civile irrompono al vertice sui cambiamenti climatici. «Servono azioni concrete, rischiamo la catastrofe»
    LINK: Unfcc

    finalmente uno spiraglio anche la società civile, rappresentata qui a Nairobi dalle delegazioni delle organizzazioni ambientaliste e dei popoli indigeni. L’occasione è stata la riunione sugli impegni dei paesi industrializzati nel periodo successivo al 2012 (l’Ad hoc Working Group). L’argomento in discussione: la quantità di emissioni di gas serra che le economie avanzate sono disposte a tagliare entro il 2020 e nei decenni successivi. «Il tempo è oro - ha detto il rappresentante delle ong ambientaliste di tutto il mondo, riunite sotto l’ombrello del Climate Action Network (Can) - e noi non possiamo permetterci ulteriori ritardi perchà se non agiamo ora il cambiamento climatico molto probabilmente si tradurrà in una catastrofe». Un punto di vista molto critico quello offerto dalle organizzazioni ambientaliste del Can, che ha spezzato la monotonia dei discorsi misurati e spesso nebbiosi fatti dalle delegazioni governative. E il dito è puntato soprattutto contro quei governi che, attraverso argomentazioni fuorvianti o il continuo uso del diritto di parola, stanno tentando di far slittare a tempo indeterminato le trattative. «Chi non agisce in buona fede - ha dichiarato il delegato del Can di fronte all’assemblea delle delegazioni governative – deve rivedere la propria posizione per il bene del pianeta e dell’umanita. E citiamo il caso del Canada, visto che il suo attuale governo si e` allontanato dagli obblighi sanciti dal Protocollo».

    La questione chiave affrontata nelle discussioni di ieri è stata la messa a punto di un programma di lavoro per far procedere il più speditamente possibile le trattative. Il fronte anti Kyoto, che riunisce tra gli altri Australia, Canada e Arabia Saudita ritiene essenziale lo studio e la produzione di nuovi dati scientifici sui cambiamenti climatici e sulla quantità di gas serra rilasciati nell’atmosfera, prima di stabilire la quantità di emissioni che ciascun paese dovrà tagliare. Una questuione fittizia, come è stato sottolineato, visto che i dati a disposizioni oggi sono in realtà più che sufficicienti per iniziare a parlare di percentuali di riduzione. Ma di numeri fino ad ora non c’è traccia. L’unica delegazione a parlarne in modo ufficiale è stata fino ad ora proprio quella del Can, ribadendo che, i paesi industrializzati dovranno abbattere, entro il 2020, il 30 per cento delle emissioni di gas serra, se si vuole evitare che il surriscaldamento del clima superi i 2 gradi centigradi, ovvero il limite massimo di sopportazione del nostro ecosistema.

    A richiamare i paesi industrializzati alle loro responsabilità sono stati anche i paesi in via di sviluppo, e i piccoli stati insulari, i più minacciati di fronte al cambio del clima. «Quando il surriscaldamento globale avrà raggiunto i 2 gradi – ha amminito il rappresentante del piccolo stato di Granada – allora dovremo solo attendere la scomparsa di paesi come il nostro, già pesantemente colpiti dall’innalzamento del livello degli oceani». A fargli eco le dichiarazioni della delegazione indonesiana che ha parlato del rischio concreto, da qui al 2070, della scomparsa di oltre 2000 isole oggi parte dell`archipelago, e del conseguente desplazamento di almeno 200 mila persone.

    Dagli ultimi banchi della grande sala assembleare dell’Onu a Nairobi si sono infine levate le voci dei popoli indegeni riuniti qui in un Foro per i cambiamenti limatici. «Riaffermiamo i nostri diritti sulle nostre risorse naturali, terre e territori che rappresentano la base essenziale della nostra stessa esistenza – ha esordito Teobaldo Hernandez, del popolo panamense dei Kuna – e chiediamo che la minaccia del cambio climatico sia affrontata sulla base dei diritti umani». Assordante è infatti, secondo i popoli indigeni, il silenzio dei governi rispetto ai diritti delle persone che più direttamente pagano le conseguenze dello sfruttamento improprio delle risorse e dell’inquinamento atmosferico. Mentre quasi inesistenti sono stati gli spazi per una partecipazione attiva delle rappresentanze indigene del pianeta alle trattative sul clima. «I nostri popoli custodiscono una conoscenza millenaria sul rapporto con la natura e l`interpretazione dei segnali climatici – spiega Hernandez all’uscita dell’assemblea – Ma nessuno qui è disposto ad ascoltarci. Non lo sono stati quando abbiamo preannunciato in anticipo catastrofi puntualmente verificatesi, e non lo sono nenache oggi quando diciamo che l’elaborazione dei cosiddetti progetti per uno sviluppo pulito (i Cdm previsti nel protocollo di Kyoto) non devono essere realizzati a danno nostro». Il riferimento è ai grandi programmi di forestazione per uso commerciale approvati in paesi come Colombia, India, Panama, contro il consenso delle popolazioni locali. Ma questo è un altro capitolo, che affronteremo a tempo debito.

    08/11/2006 La strada dei negoziati (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)

    Alla Conferenza di Nairobi sui Cambiamenti climatici, procedono in modo serrato le discussioni sul futuro del protocollo di Kyoto. Ieri si e`conclusa la prima giornata di discussioni sugli impegni di riduzione nel periodo successivo al 2012 per i paesi industrializzati. Si tratta di un dibattito cruciale per capire come proseguira` il tracciato di Kyoto iniziato nel 1997. Fino ad ora le economie ricche si sono impegate a ridurre del 5 per cento le proprie emissioni di gas serra entro il 2012. Ma in futuro, come oramai sostengono innumerevoli studi scientifici, ci sara bisogno di tagli molto piu consistenti. Almeno del 30 per cento entro il 2020, se si vuole evitare che in futuro il surriscaldamento globale superi il picco dei 2 gradi centigradi, generando effetti imprevedibili sul nostro ecosistema. Ma la strada dei negoziati è lunga. A Nairobi regna una grande perplessità sulle politiche fino ad ora attuate dai paesi industrializzati in merito ai gas serra. Negli ultimi mesi all’asse contro Kyoto formato da Stati Uniti e Australia, che non hanno mai ratificato il Protocollo, sembra ormai essersi aggregata la voce del Canada dominato dal nuovo governo conservatore di Rona Ambrose. A ciò si aggiunge l`aumento complessivo delle emissioni di gas serra in tutta l`area più industrializzata del pianeta, mentre solleva dubbi anche il sistema del mercato europeo delle emissioni (Ets), che fino ad ora ha mostrato di non essere uno strumento reale per il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto.

    Dall'altro lato si invoca un allargamento degli impegni di riduzione anche alle economie a forte crescita, come la Cina, l'India o il Brasile, il cui inquinamento da gas serra ha ormai raggiunto quello delle grandi economie. Gli stessi paesi in via di sviluppo riconoscono ormai la necessità di traghettare le proprie economie verso un modello a basse emissioni, attraverso nuovi meccanismi per il trasferimento di tecnologie pulite e l’assunzione di responsabilità all'interno del protocollo. Tuttavia la scarsa performance dei paesi industrializzati nell'attuazione di politche per frenare la produzione di gas serra, non aiuta il raggiungimento di un accordo nei negoziati.

    A Nairobi non ci si aspetta il raggiungimento di un accordo sul futuro di Kyoto ma è considerata assolutamente indispensabile l`approvazione di un`agenda serrata dei lavori per il prossimo anno, in modo da evitare che i negoziati vadano oltre la data limite del 2008. È sempre più chiaro - si legge nel comunicato diffuso quotidianamente dale Ong - che l'unico modo per evitare una catastrofe climatica è raggiungere rapidamente un accordo ambizioso e globale che possa fermare la crescita delle emissioni e iniziare a ridurle nei prossimi dieci anni. Ieri è toccato all`Australia il primo posto del Trofeo Fossile, la speciale graduatoria, dei paesi che più intralciano i negoziati stilata ogni giorno dalle ong.

    Le posizioni al vertice
    Sud Africa: Ridurre le emissioni? Abbiamo bisogno del tempo necessario per completare il nostro sviluppo.
    Corea del Sud: Non possiamo pensare che tutte le nostre risorse possano essere investite per far fronte ai cambiamenti climatici.
    Canada: La nostra economia cresce rapidamente, e cresce la richiesta di energia. L’uso dei combustibili fossili durerà fino alla fine di questo secolo,
    Unione europea: I Paesi in via di sviluppo dovranno contribuire al taglio delle emissioni. Ma non per forza attraverso impegni vincolanti. basterebbe rendere lo sviluppo delle economie più sostenibile.

    07/11/1006 Diario da Nairobi (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)

    Si apre all`insegna dell`Africa la Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, iniziata il 6 novembre a Nairobi. Ad ospitare il secondo incontro tra le Parti firmatarie del Protocollo di Kyoto (COP/MOP 2) e la dodicesima sessione della Conferenza sui Cambiamenti Climatici (COP 2), è infatti, per la prima volta, un paese dell’Africa sub-sahariana.

    «Il cambiamento climatico sta rapidamente diventando una delle più serie minacce per l’umanità» ha detto all’apertura della sessione plenaria il ministro dell’ambiente del Kenya, Kivutha Kibwana, nominato ieri alla presidenza della Conferenza. E l’Africa è senza dubbio uno dei continenti più vulnerabili agli impatti del surriscaldamento del clima. Innalzamento dell’oceano, siccità, carestie, inondazioni. Secondo un rapporto appena pubblicato dall`Unfccc, l’organo dell’Onu che si occupa dei Cambiamenti Climatici, la temperatura nel continente africano e` salita con una media di 0,7 gradi in questi ultimi cinque anni, provocando effetti ben più pesanti di quanto si potesse prevedere. «Nei prossimi decenni – si legge nel rapporto – l’innalzamento del livello dell’Oceano Atlantico potrebbe provocare la scomparsa del 30 per cento delle infrastrutture costruite nei paesi che affacciano sul Golfo di Guinea, come il Senegal». Ma a preoccupare sono anche le inondazioni, generate da fenomeni meteorologici meno prevedibili che in passato, e la sempre maggiore frequenza con cui si ripetono i periodi di siccità, e di conseguenza le gravi situazioni di insicurezza alimentare.

    Non a caso a Nairobi uno dei principali argomenti di discussione saranno le già evidenti disastrose conseguenze del surriscaldamento del clima e l’attuazione dei meccanismi previsti dal Protocollo per fare in modo che i paesi poveri, spesso i più esposti alle catastrofi naturali, possano prevenire e proteggere le proprie popolazioni. Si tratta delle misure per il cosiddetto Adattamento, di cui si dovrebbero far carico principalmente i paesi industrializzati vista la loro maggiore responsabilità storica nelle emissione di gas a effetto serra. Un principio che tuttavia stenta ad essere reso concreto. Tra le decisioni attese a Nairobi ci sono la messa in funzione del fondo di Adattamento, previsto dal protocollo ma non ancora entrato in funzione a causa delle divergenze riguardo a chi dovrebbe governarlo. E poi c’è l’applicazione di un programma quinquennale che dovrebbe specificare, tipologie e aree di intervento sull’adattamento nonché stabilire le priorità.

    Messi da parte l’adattamento e gli impatti già in atto dei cambiamenti climatici, l’altro argomento in discussione a Nairobi è il futuro del Protocollo di Kyoto nel periodo successivo al 2012. A Montreal, in occasione dell’ultima Conferenza sui cambiamenti climatici, sono state aperte le discussioni sui tre principali argomenti che riguardano il post 2012: nuovi sostanziosi impegni per la riduzione delle emissioni di gas serra da parte dei paesi industrializzati, che per il 2012 si sono impegnati a un taglio del 5 per cento; la revisione e il miglioramento del Protocollo; il futuro coinvolgimento dei paesi in via di sviluppo, finora esenti da impegni vincolanti, all’interno delle misure di riduzione.

    Su tutti questi argomenti ci si aspetta un chiaro segnale da parte delle delegazioni governative a non voler perdere ulteriore tempo. Per evitare brusche interruzioni tra il primo e il secondo periodo di attuazione del Protocollo, un accordo complessivo dovrebbe essere auspicabilmente raggiunto non oltre il 2008.


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