21/11/2006 Vertice di Nairobi, la terra può attendere (Agnese Licata, http://www.altrenotizie.org)

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  • “Non possiamo aspettare i cinque anni necessari per rinegoziare Kyoto. Semplicemente non abbiamo tempo”. Non è bastato neanche il monito di Nicholas Stern e del suo rapporto sull’impatto economico dell’effetto serra per convincere i seimila partecipanti alla Conferenza sul clima dell’urgenza di ridurre in modo drastico l’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera. Non è bastato che un economista – non certo un ambientalista – profilasse il pericolo di una crisi economica della portata di quella del 1929 nel caso in cui i governi di tutto il mondo non s’impegnino fin da subito a investire almeno l’1 per cento del proprio Pil in energie rinnovabili, efficienza tecnologica e risparmio energetico. Gran parte degli oltre 180 Paesi riuniti a Nairobi per il summit delle Nazioni Unite ha, ancora una volta, preferito posticipare decisioni e impegni al 2008. E mentre, giorno dopo giorno, si susseguono rapporti allarmanti sui danni che l’uomo sta causando al pianeta (non ultimo il Living Planet Report del Wwf sullo sfruttamento delle risorse terrestri), si preferisce perdere un altro anno, rinviare tutto al dicembre 2007 (quando si tornerà a discutere a Bali) piuttosto che lavorare fin da subito a un accordo che modifichi ed estenda temporalmente il Protocollo di Kyoto.

    L’obiettivo della 12esima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (svoltasi a Nairobi dal 6 al 17 novembre) era proprio quello d’individuare i nuovi limiti all’emissione di gas serra per il periodo successivo al 2012, quando il Protocollo di Kyoto non sarà più valido. Obiettivo miseramente fallito, nonostante la soddisfazione dichiarata sia dal commissario europeo all’Ambiente Stavros Dimas (che lo ha definito addirittura “un successo”) sia del ministro finlandese dell’Ambiente Jan-Erik Enestam. “La Conferenza ha concordato su un punto fondamentale: entro il 2050 il mondo dovrà dimezzare le emissioni”, ha dichiarato Enestam. Ma in realtà nessun accordo è stato firmato. Tante parole e discussioni, ma ben poche le decisioni concrete. Ci si è limitati a stabilito il 2008 come anno in cui i Paesi che hanno ratificato il Protocollo torneranno a riunirsi. Stesso anno in cui si avvierà il confronto con i Paesi in via di sviluppo (Pvs) per un’adesione non vincolante a Kyoto.

    Di decisioni concrete a Nairobi ne sono state prese ben poche, poco più che qualche limitato investimento, con il dubbio che dietro ci sia poco altro oltre la volontà di scaricarsi la coscienza nei confronti delle nazioni più povere e più colpite dagli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici. Da un lato viene accolta la proposta di Kofi Annan d’istituire un fondo globale per le energie alternative a favore dell’Africa (al fondo hanno per ora aderito la Germania e l’Italia, che s’impegnano a elargire rispettivamente 24 e 8 milioni di euro entro il 2007); dall’altro, si è deciso di coinvolgere anche l’Africa nel Clean development mechanism previsto dal Protocollo. Si tratta di un sistema che, in cambio di crediti di emissione, incentiva le nazioni più ricche a investire in tecnologie pulite a favore dei Paesi più svantaggiati. Resta da vedere, però, se tutto si ridurrà al solito assistenzialismo a favore delle multinazionali o se, invece, si preferirà trasferire alla popolazione locale il know-how, le conoscenze e i mezzi necessari a fare proprie queste tecnologie. Infine, la Conferenza di Nairobi ha stabilito il passaggio di 3 milioni di dollari al fondo destinato ad aiutare i paesi colpiti dal clima. Peccato che, da sola, l’organizzazione del summit ne sia costata 4 di milioni.

    La Conferenza delle Nazioni Unite ha rinviare anche un altro nodo centrale per la riduzione delle emissioni inquinanti: la mancata ratifica del Protocollo di Kyoto da parte degli Stati Uniti. Senza l’impegno della nazione responsabile di circa il 36 per cento delle emissioni globali di gas serra, nessuna politica ambientale può sperare d’incidere realmente sulla situazione ambientale. Lo dimostra il fatto che, secondo un recente studio del World Metereological Organization, la presenza di CO2 e N2O nell’atmosfera non accenna a diminuire, anzi aumenta, nonostante dal 1990 al 2000 i Paesi industrializzati abbiano ridotto le loro emissioni del 3 per cento. Solo un’azione globale riuscirà a invertire la tendenza. E invece, come ha sottolineato lo stesso Kofi Annan, si nota la “spaventosa mancanza di leadership in tema di riscaldamento”; ogni nazione decide e ha deciso per sé. Così, se gli Stati Uniti di George Bush continuano a rifiutarsi anche solo di discutere sul Protocollo, la California di Schwarzenegger lo scorso settembre ha emanato una normativa che limita le emissioni di gas serra e altri Stati potrebbero distaccarsi dalla politica di Bush, all’indomani della sua sconfitta nelle elezioni di metà mandato. Mercoledì scorso, infatti, tre senatori democratici hanno inviato al Presidente una lettera nella quale s’invita a cambiare rotta: “Se vogliamo lasciare ai nostri figli un mondo simile a quello che abbiamo ereditato, dobbiamo agire adesso”.

    Dall’altra parte dell’Atlantico, in Europa, si moltiplicano proposte e obiettivi diversi. In Inghilterra è stata annunciata una legge che vuole raggiungere una riduzione del 60% delle emissioni di CO2 entro il 2050, oltre a istituire un Carbon Committee indipendente che supporti il governo sulle tematiche ambientali. Una proposta di legge che, al momento, non prevede obiettivi annuali per arrivare a questa riduzione. Tony Blair si giustifica aggrappandosi alla difficoltà di fare previsioni con un mercato energetico globale sottoposto a numerose variabili (a partire dal prezzo del petrolio). Per tutta risposta, 200 parlamentari del suo stesso partito, insieme ad alcuni dei conservatori, hanno firmato una mozione del giorno per chiedere l’inserimento nella legge di un obiettivo annuale, pari a una riduzione del 3% l’anno delle emissioni. I tedeschi, invece, propenderebbero per tagliare il 30% delle emissioni entro il 2020. In Francia la proposta è poi quella di imporre una "carbon tax" sui prodotti provenienti dalle nazioni che non hanno ratificato Kyoto (come Stati Uniti e Australia). Molto simile la posizione del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecorario Scanio, che ha dichiarato di voler proporre in sede europea una tassa ambientale contro la distorsione della concorrenza portata avanti dai Paesi che non si sono impegnati con Kyoto.

    Accanto a tutto questo, ci sono poi Cina e India e le loro economie in forte crescita. Il Protocollo di Kyoto finora non è stato applicato ai paesi in via di sviluppo, per non condizionarne la crescita. Ma adesso, di fronte a due nazioni che da sole hanno un terzo della popolazione mondiale e che vantano grandi tassi di crescita, sembra chiaro che se non si troverà un modo per coinvolgerli, l’impegno degli altri stati sarà poco più di una goccia nel mare. Anche perché bisogna considerare che proprio India e Cina utilizzano in gran parte energie particolarmente “sporche”, come il carbone.

    Insomma i temi, le proposte da dibattere e su cui decidere sono – sarebbero – molteplici e impellenti. In ballo c’è l’aumento della desertificazione, l’innalzamento del livello del mare a causa dello scioglimento dei ghiacciai, il rischio sempre maggiore di alluvioni; il cambiamento del ciclo delle piogge. Eventi climatici destinati a far aumentare sempre di più il numero di sfollati, persone colpite da malaria, per la maggior parte concentrate nel Sud del mondo. Di fronte a tutte queste emergenze, la dodicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima ha creduto ci fosse ancora il tempo di meditare per un altro anno.

    Archivio Contromafie

  • 19/11/2006 Archivio Contromafie


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