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  • 28/10/2007 Il picco del petrolio ed il paradosso di Fermi (Michael Byron Fonte: http://myblog.michaelpbyron.com, visto su http://www.comedonchisciotte.org )

    Ricerca personalizzata

    DI MICHAEL BYRON
    myblog.michaelpbyron

    Nel 1950, parlando della possibilità dell’esistenza di altre civiltà nella nostra galassia, a quanto si dice, il fisico Enrico Fermi pose la domanda: “Dove sono tutti quanti?”, che divenne nota come il paradosso di Fermi.
    Il paradosso sorge perché dovrebbe esserci almeno qualche altra civiltà nella nostra galassia composta da 400 miliardi di stelle.

    Nel 1960 il dottor Frank Drake, formulò l’equazione di Drake (vedi la discussione su: http://en.wikipedia.org/wiki/Drake_equation), secondo la quale nel momento attuale dovrebbero esserci almeno altre 10 civiltà nella nostra galassia. Per ora, ancora non abbiamo alcuna prova della loro esistenza, il che ci riporta indietro alla domanda di Fermi: “Dove sono tutti quanti?”.

    Se è vero che esistono altre civiltà, allora sarebbe abbastanza plausibile che almeno alcune di esse fossero più avanzate di noi e che fossero presumibilmente in grado di viaggiare fino al sistema solare; inoltre si potrebbe immaginare che dopo pochi milioni di anni avrebbero dovuto colonizzare l’intera galassia della Via Lattea. I radio-astronomi si sono messi al lavoro dal momento in cui nel 1960 Frank Drake diede il via al progetto Ozma, intraprendendo la prima ricerca scientifica sulle civiltà extraterrestri. Ad oggi, ancora non ci sono segni evidenti di altre civiltà nella nostra galassia e il silenzio che la attraversa si è fatto assordante. Dunque, dove sono tutti quanti?!

    Io credo che la vera risposta al paradosso di Fermi giaccia nel fatto che, mentre la vita in sé sia probabilmente molto comune in tutto l’universo, le condizioni necessarie perché si sviluppi una forma di vita intelligente, quali principalmente una stabilità ambientale per ere geologiche, siano estremamente improbabili. Quindi, la vita intelligente è molto, molto rara.

    Questo tema è sviscerato in dettaglio nel libro Rare Earth: Why Complex Life is Uncommon in the Universe, di Peter Ward e Donald Brownlee, entrambi astrofisici dell’Università di Washington.

    Nel mio nuovo libro The Path Through Infinity’s Raimbow: A Guide to Survival, che sarà pubblicato alla fine di quest’anno (2007), tratto questo tema:

     

    Location, location, location [1]: la Terra come prima abitazione nell’Universo

    Se il Sole fosse stato più massiccio di quanto sia già, a quest’ora sarebbe esploso in una nova e poi si sarebbe spento dopo essere diventato una stella nana bianca sempre più fredda, senza lasciare tempo sufficiente alla specie umana di svilupparsi. Se fosse stato invece più piccolo e debole, le zone abitabili all’interno delle quali l’acqua resta liquida, sarebbero molto ridotte. Quindi, le possibilità che un pianeta si formi proprio alla giusta distanza dal sole entro una zona abitabile così ristretta sarebbero molto scarse.

    Il problema di restare all’interno della zona abitabile del sole sarebbe complesso perché tutte le stelle si scaldano mano a mano che invecchiano. Questo significa che il tempo in cui un qualsiasi pianeta può restare all’interno di una piccola zona abitabile di un sole debole sarebbe di gran lunga più breve rispetto agli oltre 4 miliardi di anni che ci sono voluti perché una specie intelligente abbia potuto evolversi sulla Terra. Il nostro sole ha dimostrato di essere abbastanza luminoso per concederci il lungo periodo di tempo necessario alla nostra evoluzione.

    La nostra collocazione all’interno della zona abitabile si è inoltre dimostrata ottimale. Pensiamo a Venere con la sua atmosfera asfissiata da una serra infernale, o il gelido Marte, esempi di posizionamento assolutamente non ottimale. La sottile atmosfera di Marte e la mancanza di tettonica a zolle dimostrano poi quanto una dimensione non favorevole influisca sulle possibilità di evoluzione di forme di vita complesse.

    Inoltre, la Terra gravita attorno al centro della nostra Galassia, la Via Lattea, percorrendo un tragitto lungo 226 milioni di anni. Questa orbita casualmente ci tiene lontani dal pericoloso fulcro radioattivo della galassia e, al di fuori delle spirali prodotte dalla supernova. Il nostro sistema solare possiede un’orbita galattica che viene incontro al bisogno di carbonio sul quale si basano forme di vita come la nostra.

    In più, la Terra possiede un grande satellite, la Luna, che mantiene il nostro pianeta stabile a livello gravitazionale in modo che non si inclini imprevedibilmente sul suo asse, causando un eterno caos climatico. Il pianeta possiede poi un nucleo fuso che fa muovere le placche tettoniche, fatto che sembra essere decisivo per l’evoluzione della complessità della vita.


    Vado avanti nell’esaminare la necessità dei movimenti tettonici al fine dello sviluppo della vita complessa. Di seguito riporto una citazione da Rare Earth, che cito in The Path Through Infinity’s Rainbow:

     

    Innanzi tutto, la tettonica a zolle assicura alti livelli di biodiversità globale. Nell’ultimo capitolo suggeriamo che la principale difesa contro l’estinzione di massa è la biodiversità. Qui sosteniamo che il fattore più critico nel mantenere sulla Terra la diversità nel tempo sia la tettonica a zolle.
    In secondo luogo, riciclando sostanze chimiche importanti a mantenere relativamente uniforme il volume dell’anidride carbonica, la tettonica a zolle costituisce il termostato globale del nostro pianeta, ovvero l’unico e il più importante meccanismo che ha permesso all’acqua allo stato liquido di restare sulla superficie della Terra per più di 4 miliardi di anni.
    Terzo, la tettonica a zolle rappresenta la forza dominante che causa cambiamenti a livello del mare, essenziali alla formazione dei minerali che mantengono sotto controllo il livello globale dell’anidride carbonica (e dunque la temperatura terrestre).
    Quarto, i movimenti tettonici hanno generato i continenti sul pianeta Terra. Senza di essi la Terra potrebbe apparire piuttosto come era durante il primo miliardo e mezzo di anni della sua esistenza: un mondo acquatico, punteggiato da sparute isole vulcaniche; oppure potrebbe essere ancora più ostile alla vita: senza i continenti ora ci sarebbe mancato il principale ingrediente della vita, l’acqua, e il nostro pianeta sarebbe assomigliato molto a Venere.

    In ultima analisi, la tettonica a placche rende attivo il sistema di difesa più potente della Terra, ovvero il suo campo magnetico. Senza il campo magnetico la Terra, e tutto ciò che essa contiene, sarebbe bombardata da un influsso potenzialmente letale di radiazione cosmica, e il “crepitante” vento solare (ossia particelle di sole che colpiscono l’atmosfera superiore con grande energia) potrebbe lentamente consumare l’atmosfera, come accade su Marte.


    Vista la rarità nel cosmo di eventi come questi che permettono alle specie intelligenti di evolversi, è probabile che una specie non riesca a svilupparsi fino a diventare una civiltà agricola né tanto meno industriale e tecnologica basata sugli idrocarburi, prima che si estingua. Dopo tutto, per la maggior parte dei 100.000.000 di anni della sua storia, l’uomo ha vissuto come cacciatore e raccoglitore. L’agricoltura si radicò solo (per così dire) circa 10.000 anni fa. Durante i lunghi millenni in cui l’umanità era costituita da cacciatori e raccoglitori stanziati in Africa, l’eruzione vulcanica del Toba avvenuta 70.000 anni fa, per poco non causò l’estinzione di tutti i nostri antenati.
    (per approfondire vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Toba_catastrophe_theory; inoltre si può consultare il nuovo libro della mia amica Marie Jones su quest’argomento, intitolato Supervolcano: The Catastrophic Event that Changed the Course of Human History).

    Comunque sia, presupponendo che una specie intelligente sopravviva fino al momento del suo sviluppo industriale e tecnologico, c’è solo una scarsissima probabilità che tale civiltà emergente riesca ad affermarsi all’interno del sistema solare. Cito un altro brano tratto da The Path Through Infinity’s Rainbow:

     

    È importante capire che solo una civiltà in possesso di una tecnologia avanzata e di una grande energia è in grado di lanciarsi nel sistema solare. Lì potrebbe utilizzare le vaste risorse dei materiali allo stato grezzo e l’energia, presenti nella cintura di asteroidi detta cintura di Kuiper, o nella nube di Oort, in particolare le atmosfere dei grossi giacimenti di gas – in particolare di idrogeno - e la scorta infinita di luce solare ricca di energia che si diffonde incessantemente dal sole verso l’esterno.

    Comunque, come abbiamo visto, una civiltà di questo tipo ha solo uno stretto margine di opportunità per passare da una condizione di completa dipendenza dall’energia planetaria e dalle risorse materiali in una di sfruttamento delle risorse presenti nell’intero sistema solare, migliaia di volte più grandi. Questo è il motivo del rapido inizio del picco del petrolio e del cambiamento climatico globale, che a loro volta rapidamente esauriscono la civilizzazione planetaria ad alto consumo energetico. E una volta decaduta, una civiltà non potrà mai riprendersi, dal momento che le risorse di idrocarburi facilmente utilizzabili, tanto quanto i metalli e i minerali necessari, saranno esauriti.


    L’energia degli idrocarburi disponibile per una civiltà planetaria è analoga al tuorlo di un uovo: proprio come il tuorlo che dà alla nuova creatura l’energia necessaria per rompere il guscio e stabilirsi nel mondo, così i depositi dell'energia presenti sul pianeta, e derivanti dagli idrocarburi, forniscono alla civiltà tecnologica emergente la spinta di cui essa ha bisogno per lasciare la terra natia e stabilirsi nel sistema solare. Tale energia offre alle specie un’opportunità limitata di sviluppare le tecnologie e le tecniche per poter lanciarsi al di fuori del proprio pianeta. Una volta nello spazio, una civiltà può sfruttare i materiali e le risorse energetiche migliaia di volte più potenti presenti nel sistema solare, mentre il pianeta natio ha l’occasione di rigenerarsi dopo la sua nascita difficoltosa.

    Cambiando leggermente la metafora, il cordone ombelicale potrebbe essere reciso e la civiltà in espansione potrebbe sopravvivere grazie alla fruizione delle risorse presenti non su un solo pianeta, ma nell’intero sistema solare senza ulteriori aiuti in termini di materiali dal pianeta di origine. Una civiltà la cui scala è quella di un sistema solare intero può sicuramente realizzare viaggi interstellari.

    Credo che i viaggi tra le stelle saranno sempre difficili – niente a che vedere con Star Trek – ma credo anche che saranno realizzabili da una grande civiltà del sistema solare. Tale civiltà si diffonderà in definitiva per tutta la galassia lungo un ampio periodo di tempo.

    I lettori forse si staranno chiedendo se ci siano realmente sufficienti risorse nel sistema solare e se queste siano facili da reperire per permettere ad una civiltà di diventare completamente autosufficiente al di fuori della Terra. L’evidente risposta a questa domanda è sì.

    Tra le orbite di Marte e Giove esiste un’ampia cintura di asteroidi. All’interno di essa non ci sono soltanto i metalli e i minerali necessari al sostegno di una civiltà, ma anche enormi quantità di acqua allo stato solido così come altri elementi volatili ghiacciati, quali il metano (da notare che il metano è un gas naturale!). Leggete l’articolo pubblicato recentemente nel New Scientist: http://space.newscientist.com/article/dn8887--clandestine-comets-found-in-main-asteroid-belt.html I lettori che vogliano approfondire ulteriormente questo argomento, possono consultare il volume Mining the Sky del professor John S. Lewis, astrofisico dell’università dell’Arizona, e anche Island in the Sky: Bold New Ideas for Colonizing Space di Stanley Schmidt e Robert Zubrin.

    Il concetto di base è chiaro: la nostra civiltà avrebbe potuto espandersi al di fuori del pianeta e stabilirsi tra le lune, asteroidi e, nel caso di Marte, anche su di un pianeta del sistema solare, se non fosse che non lo abbiamo fatto. Invece, abbiamo avuto la Guerra Fredda, abbiamo fatto la Guerra in Vietnam, mentre la Russia Sovietica si è impegnata nella Guerra in Afghanistan, ecc. Solo nella metà del decennio scorso, una frazione dei soldi dilapidati nella futile Guerra in Iraq (trilioni di dollari), se amministrata da un personaggio pragmatico e visionario come Robert Zubrin, avrebbe potuto permettere alla nostra specie di proiettarci nel sistema solare.

    Non avendo realizzato ciò, il raggio di opportunità per gli esseri umani di espandersi nel sistema solare si sta rapidamente restringendo. Con tutte le crisi che stanno piombando sulla nostra civiltà, vale a dire il picco del petrolio, i cambiamenti climatici, la conquista della nostra economia e del nostro governo da parte di avide élite antidemocratiche, ecc. io non credo che ci mostreremo all’altezza della situazione.

    Nella nostra galassia questa storia si è svolta diverse volte durante gli ultimi 2 miliardi di anni circa, durante i quali la vita intelligente avrebbe plausibilmente potuto evolversi. Il nocciolo della questione è che il raggio delle opportunità di espansione per il sistema solare è così limitato che tra le poche civiltà che sono probabilmente apparse nella nostra galassia in un tempo lontano della sua storia, nessuna è riuscita a sfruttare l’occasione prima che fosse troppo tardi.

    Questa è la semplice risposta al paradosso di Fermi, secondo me.

    Mentre il nostro raggio di opportunità non è ancora ridotto al minimo, l’umanità presumibilmente mancherà di cogliere questa occasione che accade una sola volta nella vita di un pianeta.

    Vale a dire, mentre ci occupiamo principalmente di problemi più immediati, di cosa fare in un contesto di collasso imminente della civiltà, nel mio libro The Path Through Infinity’s Rainbow, propongo una strategia intesa a permetterci di mantenere le nostre scelte riguardo all'espansione nel sistema solare “nonostante” il collasso della civiltà. A questo punto si tratta di una scommessa azzardata, ma cosa abbiamo da perdere?

    A un livello più profondo, sono arrivato alla conclusione che forse anche le enormi risorse del nostro sistema solare siano comunque limitate. Se dovesse emergere un’ampia civilizzazione del sistema solare, probabilmente questa crescerebbe fino a costituire una popolazione di centinaia di miliardi di individui. Se una tale civiltà fosse solo lontanamente una versione allargata della nostra civiltà attuale, potremmo finire col consumare o distruggere completamente risorse insostituibili non solo su scala planetaria, ma piuttosto su una scala più ampia, all’interno del sistema solare. Non è un bene, in quanto queste risorse potrebbero essere destinate all’uso effettivo da parte di una civiltà culturalmente più evoluta, sempre che non siano già state distrutte in modo assurdo da una cultura primitiva come la nostra.

    Pensate che una civiltà evoluta di umani, successiva alla nostra, in un futuro relativamente prossimo, o di altri esseri, come ad esempio, una specie di volatili intelligenti che potrebbero evolversi in un futuro remoto, possa realmente essere depositaria di un avanzamento culturale necessario a utilizzare in modo proprio queste risorse. Probabilmente, nell’arco di tempo di alcune ere geologiche si formerebbe del nuovo petrolio. Esso potrebbe fornire a tale civiltà culturalmente avanzata proprio la spinta sufficiente a farle varcare la soglia del sistema solare. Nel mio nuovo libro in effetti ho inserito una breve storia ambientata nel futuro, tra 65 milioni di anni, su una specie discendente da volatili che viene a conoscenza del nostro destino e cerca la seconda volta di far andare tutto per il meglio.

    Quindi, nel grande schema delle cose, potrebbe darsi che per la nostra civiltà così immatura, egoista e devastatrice non sia un bene lasciare la Terra per ora. Nel mio nuovo libro mi soffermo su questo particolare e continuo con l’affermare che forse una civiltà post-collasso, trasformata, più saggia ed umana, sarebbe più adatta a compiere l’importante compito. Come ho detto poco prima, spiego la strategia per poter decidere dopo il collasso quando raggiungere questo obiettivo trascendente nel momento in cui noi, come specie, saremo finalmente pronti. Spero che quel giorno venga. Forse noi potremmo essere la prima specie nella nostra galassia a risolvere il paradosso di Fermi. Comunque non sarà la civiltà attuale a realizzare tale scopo, piuttosto una futura e culturalmente avanzata.

    In The Path Trough Infinity’s Rainbow parlo di come potremmo sfruttare la crisi della nostra civiltà che si avvicina rapidamente per trasformarci nella degna civiltà futura. Un modo per avvicinarsi al collasso imminente della nostra civiltà è quello di considerarla un’esperienza formativa. I disastri incombenti non sono dovuti all’intervento di dèi crudeli e maligni, piuttosto sono i nostri valori che ci hanno portato verso l’abisso. Negli anni a venire avremo l’opportunità di apportare un cambiamento profondo e fondamentale in noi stessi, così come nella natura della nostra civiltà. Infatti se non impariamo la lezione, probabilmente non sopravviveremo affatto. In The Path Trough Infinity’s Rainbow descrivo come possiamo organizzarci assieme per raggiungere questo obiettivo di trasformazione volto a creare una civiltà umana ed ecologicamente razionale.

    Mike Byron, PH.D., è professore di storia e scienze politiche e vive a Oceanside, in California. È l’autore di Infinity Rainbow: The Politics Of Energy, Climate, And Globalization. Il suo prossimo libro è The Path Trough Infinity’s Rainbow. Visita il suo blog.

    [1] Location, location, location è un reality show in onda settimanalmente su Channel 4; durante la trasmissione due esperti del settore immobiliare hanno il compito di trovare l'abitazione ideale per i diversi concorrenti. [n.d.t.]

    Michael Byron
    Fonte: http://myblog.michaelpbyron.com
    Link: http://myblog.michaelpbyron.com/2007/09/21/peak-oil-and-the-fermi-paradox.aspx
    21/9/07

    Traduzione per www.comedonchisciotte.org di AGLAIA KOCHELKHOV

    http://myblog.michaelpbyron.com

    http://www.comedonchisciotte.org

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