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  • 08/11/2017 Archivio ADUC dal 01-11-2017 al 07-11-2017 IV PARTE. Tlc: bollette a 28 giorni, Alimenti cotti. Furani e danni epatici, Soia: fa bene al cuore? Dubbi, Piani Individuali di Risparmio, Due o tre cose che ho imparato sui mercati finanziari (e su come guadagnarci), La malnutrizione non risparmia piu’ nessun Paese al mondo, Mangiare bio. Fa bene?, Eutanasia, Legalizzazione marijuana, Crisi Usa degli oppiacei, Cambiamento climatico, Coltivazioni marijuana, Lotta al narcotraffico, Coltivazioni marijuana in calo, Eradicazione coca, USA/Cannabis terapeutica, Fame nel mondo in crescita, Farmaci anticancro a base marijuana?, Auto ecologica, USA/Cannabis legale, ALTRE NEWS

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    COMUNICATI
    
    07-11-2017 09:43 Pneumatici estivi e invernali
    Primo Mastrantoni
     Cambia la stagione, cambiano gli pneumatici e anche gli italiani si adattano ai diversi periodi dell'anno con il cambio delle gomme. Come scegliere? C'e' una etichetta informativa, da apporre sulle gomme, che aiuta i consumatori ad acquistare gli pneumatici. Facile da interpretare, questo strumento e' un valido aiuto per chi non sa ben orientarsi tra le varie tipologie di gomme, vuole risparmiare carburante ma non intende trascurare la sicurezza sulla strada. I produttori e importatori di pneumatici hanno l'obbligo di accompagnare tutti i tipi di pneumatici con adesivi, etichette e depliant tecnici promozionali.
    I distributori, invece, dovranno rendere disponibile il materiale informativo e ben accessibile nei punti vendita. Tre parametri: basso consumo di carburante, tenuta sul bagnato e rumorosita' del pneumatico, con una scala che va da "A" (il migliore) a "G" (il peggiore).
    Un'iniziativa di cui non beneficeranno solo i consumatori, ma anche l'ambiente dato che la tipologia di classificazione aiuta a risparmiare energia in una settore dominato dai combustibili fossili e dall'alto valore di emissioni di CO2.
    
    06-11-2017 14:39 Tlc: bollette a 28 giorni. Il legislatore sia piu’ incisivo e non leda le liberta' economiche
    Emmanuela Bertucci
        Il senatore Stefano Esposito (PD) ha presentato un emendamento al decreto fiscale per arginare il potere di modifica contrattuale delle compagnie telefoniche impedendo loro di fatturare a 28 giorni anziché su base mensile. In caso di approvazione, quindi, telefonia fissa, mobile e pay tv dovranno tornare alla fatturazione mensile o su multipli del mese, fatta eccezione per le offerte promozionali a carattere temporaneo o su base stagionale.
    
    Che faccia avranno fatto gli operatori telefonici? Immaginiamo stiano sghignazzando, già pronti a passare oltre e magari aggirare la norma. Come? Ad esempio proponendo tante offerte promozionali a carattere temporaneo (uno o due anni, ad esempio).
    
    Abbiamo più o meno tutti un cellulare e, più o meno tutti, esperienza di quanto creative siano le compagnie telefoniche quando si tratta di aumentare prezzi ed appioppare servizi non richiesti. Compriamo una sim a consumo e ci troviamo a pagare un importo fisso a settimana (Tim Prime Go nella sua formulazione attuale), ci promettono un “per sempre” che dura da Natale a Capodanno, ci vengono attivati senza il nostro consenso abbonamenti dal costo di 5 euro a settimana che possiamo disattivare chiamando il gestore, che spergiura di non entrarci nulla e quindi di non poterci restituire il maltolto (sul quale però prende una percentuale).
    
    Insomma, sono dei veri creativi dell'esborso, e questo provvedimento sarà di nuovo stimolo per la loro già fervida immaginazione.
    
    L'emendamento è una toppa messa male, per far finta di fare la voce grossa e il pugno di ferro contro le compagnie telefoniche, incidendo - fra l'altro - in modo pesante sulla libertà del mercato. Si è mai visto un legislatore che detta i tempi di fatturazione delle società private? Che gliene importa?
    
    Ed è anche una toppa che non risolve il problema. L'intento delle compagnie telefoniche – secondo noi – non era certo quello di cambiare il tempo della fatturazione (cosa cambia a loro se fatturano a settimana, a mese, a 28 giorni?) ma aumentare i prezzi e rendere più complesso per i consumatori capire quanto spendiamo al mese per il telefono. E infatti, qualche giorno fa le compagnie hanno già annunciato un mezzo dietro front, pronte a tornare alla fatturazione mensile ma lasciando invariato l'aumento di prezzo dell'8,7%.
    
    Un intervento  normativo servirebbe (più d'uno, a dire il vero), ma ben più incisivo di quello proposto. Il settore della telefonia è infatti l'unico nel quale la modifica unilaterale delle condizioni contrattuali è possibile senza regole. L'unico altro esempio presente nella legislazione italiana è il settore bancario: la banca può modificare il nostro contratto di conto corrente unilateralmente, ma può farlo in ragione di un giustificato motivo preventivamente previsto dal contratto.
    
    Per il resto, in tutti i contratti – anche per prestazioni periodiche di lungo periodo o a tempo indeterminato – se uno dei due contraenti vuole modificare il contratto può solo proporlo e, se le parti non si trovano d'accordo, risolvere il contratto. E il Codice del consumo (art. 33, comma 2, lett. m) dichiara addirittura la vessatorietà (e quindi l'inefficacia) delle clausole contrattuali che  consentono di modificare unilateralmente il "contratto, ovvero le caratteristiche del prodotto o del servizio da fornire, senza un giustificato motivo indicato nel contratto stesso". Fanno eccezione i contratti di telefonia e pay tv, ai quali si applica il Codice delle comunicazioni elettroniche – legge speciale che deroga al Codice del consumo – che consente loro la modifica a proprio piacimento,limitandosi a sancire il diritto dell'utente "di recedere dal contratto senza penali nè costi di disattivazione".
    
    Chiediamo quindi al senatore Esposito e agli altri parlamentari di buona volontà che hanno a cuore la tutela dei consumatori (ma anche la tutela delle loro tasche, anche loro hanno almeno una sim) di intervenire in modo serio sul problema, presentando un emendamento che modifichi l'art. 70 del Codice delle comunicazioni elettroniche e che consenta la modifica unilaterale del contratto solo in caso di giustificato motivo indicato nel contratto stesso, come avviene per tutti gli altri contratti fra professionista e consumatore.
    
    06-11-2017 13:39 Vita da cani in casa, condominio, spazi pubblici. Aduc a Mi Manda Rai Tre martedi’ 7 Novembre, alle 10
    Redazione
     Vivere con un cane in citta’. Quali diritti, quali doveri, quali comportamenti. Come agire e reagire nei confronti di chi lamenta una eccessiva presenza di questi animali da compagnia o nega loro i minimi spazi che le leggi invece consentono: casa privata, condominio, spazi pubblici. Di questo si parlera’ alla trasmissione tv Mi Manda Rai Tre, condotta da Salvo Sottile, in onda martedi’ 7 Novembre alle ore 10.
    Per Aduc sara’ presente l’avv. Laura Cecchini, che dara’ consigli su norme ed iniziative di rivalsa pro o contro i cani in citta’.
    
    06-11-2017 13:10 Smog, Padova raddoppia le giornate inquinate. Il Comune continua ad ignorare i primi produttori di polveri sottili
    Maria Grazia Lucchiari
     L'inquinamento da polveri sottili a Padova tocca le 70 giornate, il doppio delle 35 concesse in un anno a tutela della salute pubblica. Che non è tutelata, perchè le azioni di contrasto che l'amministrazione comunale propone da oltre un decennio riguardano il traffico urbano, una quota minima dell'inquinamento. Se, per ipotesi, da domani scomparisse tutto il traffico cittadino le polveri sottili si ridurrebbero dell'8%. Il restante 92% continuerebbe e continua nella sua inesorabile produzione di malattia. Il primo inquinatore sono le attività industriali, il secondo la combustione residenziale di pellets e legna. Sono dati noti a chi deve sapere e si trovano sul sito dell'Arpav nell''inventario delle emissioni in atmosfera, attualmente utilizzato in sette regioni e due provincie autonome. Il sistema permette di stimare le emissioni dei principali macroinquinanti (SO2, NOx, COVNM, CH4, CO, CO2, N2O, NH3, PM2.5, PM10 e PTS), delle frazioni carboniose del particolato (EC, OC), degli idrocarburi policiclici aromatici (BaP, BbF, BkF, IcdP, IPA-CLTRP), dei metalli pesanti (As, Cd, Cr, Cu, Hg, Ni, Pb, Se, Zn) e degli inquinanti aggregati (CO2eq, precursori dell'ozono e sostanze acidificanti) per numerosi tipi di attività e combustibili. Di fronte alle morti premature e alle malattie che colpiscono soprattutto i bambini e gli anziani si parla di inerzia dei pubblici amministratori, che di per sè è grave. Secondo noi, invece, è ancora più grave la responsabilità dei sindaci, perchè scelgono scientemente di non intervenire sulle fonti principali di inquinamento e quindi di non fare quello che la legge gli impone di fare. I professionisti dell'ambientalismo hanno creato il totem dell'automobile, un indottrinamento dell'opinione pubblica che non è utile alla salute pubblica e alla verità.
    
    06-11-2017 11:15 Alimenti cotti. Furani e danni epatici
    Primo Mastrantoni
     L'esposizione dei consumatori a furano e metilfurani, nei prodotti alimentari, potrebbe causare possibili danni di lungo termine al fegato. Il furano e i relativi derivati sono contaminanti chimici che si formano naturalmente durante il trattamento termico degli alimenti, compresa la cottura. Tali sostanze sono sempre state presenti negli alimenti cotti o riscaldati. I furani si formano da una molteplicità di sostanze naturalmente presenti negli alimenti, come la vitamina C, i carboidrati, gli amminoacidi, gli acidi grassi insaturi e i carotenoidi. 
    In laboratorio sono stati evidenziati effetti negativi del furano e derivati anche se non se ne conosce ancora il meccanismo di induzione.
    Il gruppo di persone più esposte è quello dei bambini piccoli, principalmente tramite il consumo di alimenti pronti al consumo in scatola o in vasetto, specialmente se sono riscaldati con il coperchio chiuso, perché i furani evaporano e, quindi, sarebbe opportuno un riscaldamento a vasetto aperto.
    Negli adulti il rischio non preoccupa, anche se forti consumazioni, per esempio, di caffè, possono dare fenomeni di bioaccumulo. La concentrazione di furani diminuisce dal caffè in caspule, all'espresso e a quello casalingo.
    
    03-11-2017 11:31 Polveri sottili a Padova, il Comune stravede per il trasporto urbano, ma i primi responsabili dell'inquinamento dell'aria sono le attività industriali e il riscaldamento residenziale a biomassa
    Maria Grazia Lucchiari
      Dev'essere che viviamo in un periodo di percezioni distorte ma si è fatta strada una narrazione alterata, una sorta di distrazione di massa che proietta erroneamente sul trasporto urbano il maggior responsabile dell'inquinamento da polveri sottili. Invece è tra le ultime cause. Perchè? A chi serve? Secondo i dati della Regione Veneto, al primo posto ci sono le emissioni delle attività industriali (33%), a seguire gli impianti residenziali di riscaldamento con biomassa, legna e pellets (29%), il trasporto autostradale (11%), il trasporto extraurbano (10%), il trasporto urbano (8%), la combustione di tabacco (3%), i fuochi d'artificio (3%), agricoltura (1%). Da oltre un decennio i sindaci di Padova individuano la loro attività di contrasto all'inquinamento dell'aria su un settore che produce solo l'8% delle emissioni. Le azioni si limitano essenzialmente al traffico urbano dei veicoli più inquinanti, ad esclusione del traffico extraurbano nelle tangenziali e in autostrada. Il riscaldamento domestico è l'altro grande responsabile della produzione di particolato (PM) e composti altamente tossici come il benzo(a)pirene e le diossine: le stufe automatiche a pellets o cippato producono le emissioni maggiori, a seguire le stufe tradizionali e i camini aperti. Anche su questo settore l'amministrazione comunale continua con azioni inefficaci che riguardano la riduzione della temperatura interna negli edifici. Bisognerebbe, in zone come le nostre, scoraggiare l'uso delle biomasse legnose e favorire tecnologie a gas o con produzione di calore da altre rinnovabili (elettriche o termiche). E invece le istituzioni locali, da anni, incentivano con contributi a fondo perduto l'acquisto di impianti a biomassa. Di questo passo con questi cattivi amministratori è evidente che cambierà ben poco, ed è peraltro assai difficile eliminare l'inquinamento prodotto da una zona industriale dentro la città con acciaierie e inceneritore inclusi. Si tratta di dire le cose come stanno, e soprattutto di smetterla con la presa in giro delle domeniche ecologiche e le feste in bicicletta. Il sindaco e il consiglio comunale hanno la responsabilità dello stato di salute della popolazione, e Padova sta male, ha una grave malattia ai polmoni ma l'abbiamo affidata a medici che la curano per un raffreddore. Tra i morti per asma registrati in Veneto due su tre sono a Padova, lo stabilisce uno studio del direttore dell’unità di Fisiopatologia respiratoria dell’Azienda ospedaliera locale; gli attacchi di asma sono in continuo aumento, gli accessi acuti al Pronto soccorso, dal 2012 al 2014, sono passati da 304 a 395. Il Comune, nonostante sia un obbligo di legge, da oltre un decennio continua a non dotarsi della Valutazione ambientale strategica per il Piano di azione di risanamento dell'aria, sottraendo alla popolazione il diritto di partecipazione e conoscenza sul reale stato di salute del proprio ambiente e sulle azioni strutturali che si devono avviare. 
    
    03-11-2017 10:15 Soia: fa bene al cuore? Dubbi
    Primo Mastrantoni
      Non c'è una correlazione tra il consumo di soia e i benefici per l'attività cardiovascolare (1). Così, in sintesi la presa di posizione della FDA americana. 
    La soia è un legume dei più coltivati, sia per l'alimentazione umana sia per quella animale, in particolare per quelli di allevamento. La soia è ricca di isoflavoni che si pensava potessero svolgere una attività di riduzione dei rischi cardiovascolari.
    Insomma, dopo anni di annunci e promozioni, sorgono dubbi sugli effetti benefici della soia per l'attività cardiovascolare che aveva indotto molti consumatori a farne uso esagerato.
    Un mito da sfatare.
    
    (1) https://www.fda.gov/newsevents/newsroom/pressannouncements/ucm582744.htm
    
    02-11-2017 13:43 Televisori 5G e non solo. Come non spendere e guadagnarci in soldi e qualita’
    Vincenzo Donvito
     Lo switch off alla nuova banda 5G avverra’ in Italia nel 2022. Entro quella data tutti dovranno possedere solo apparecchi con tecnologia T2-HEVC se vorranno vedere quello che oggi si vede col digitale terrestre. Una precisazione fatta oggi dal ministero dello Sviluppo Economico, che ricorda anche che, per quattro anni dal 2019 a 2022, sono stati previsti incentivi di 25 milioni di euro all’anno per accelerare e agevolare il processo di ricambio, si che’ tutti gli apparecchi tv abbiano la nuova tecnologia (gia’ gli apparecchi in vendita ora ce l’hanno) (1).
    Dopo l’imposizione di cambio di apparecchi di alcuni fa dovuta all’introduzione del digitale terrestre, che costo’ non pochi soldi agli utenti, altrettanto si prefigura per questa nuova disposizione, nonostante i contributi. Gia’ diverse voci si sono levate per contestare questo passaggio e chiedere di andare oltre la scadenza. Voci che o non sanno o fanno finta di non sapere che, proprio per la data, il nostro Pese ci e’ gia avvalso della proroga al 2022, perche’ la data fissata dalla Commissione Europea e’ quella del 2020. Certo, tutto e’ possibile. Ma teniamo i piedi per terra e, visto che i tempi e i metodi per capire come e quando, ci sono, e anche ampi, non pretendiamo di fare ostruzionismo anti-tecnologico e a-logico (che’ si sa’ che e’ perso in partenza). La tecnologia e la scienza non sono solo momenti in cui -come abbiamo letto da piu’ parti- “si vuole fare innovazione sulle tasche dei consumatori” (e, in economia, sarebbe strano il contrario…), ma strumenti che possono servire ai consumatori proprio per essere migliori in economia e qualita’.
    Economia. Gia’ oggi si puo’ benissimo non possedere apparecchi tv col digitale terrestre e vedere molti dei programmi che si trovano sul digitale terrestre, anche in tempo reale. E’ Internet. Attraverso cui, anche la Rai, consente di vedere i suoi programmi in diretta senza che scatti l’obbligo di pagare l’imposta/canone. E non ci si dica che le offerte in Internet sono piu’ limitate del digitale terrestre e che questo collegamento rappresenterebbe un costo in piu’, visto che oggi, comunque, piu’ della meta’ degli italiani e’ gia’ in Rete (2)… e prevedere che nel 2022 lo saranno molti di piu’, non ci sembra astruso.
    Qualita’. Sfondiamo delle porte aperte nel ricordare che la scelta che si puo’ fare in Rete e’ decisamente un invito a maggiore qualita’. La scelta e’ di per se’ qualita’, figuriamoci se la si accompagna anche al dato di economicita’ (anche solo il risparmio dell’imposta/canone…).
    Sta a tutti gli attori delle comunicazioni -e noi del no-profit tra questi- far si’ che i nostri servizi siano sempre di piu’ in Rete che non solo nella tradizionale scatola soprammobile delle famiglie. E se ipotizziamo che nel 2022 ci potrebbero essere percentuali molto diverse da quelle attuali per gli utenti dei servizi Internet, non crediamo di essere visionari e di sollecitare cose costose ed impossibili.
    
    1 - https://www.aduc.it/notizia/tempo+fino+al+2022+televisori+nuova+generazione_134243.php
    2 - https://tlc.aduc.it/notizia/web+piu+della+meta+italiani+rete+audiweb_134159.php
    
    02-11-2017 11:57 Reddito di cittadinanza: una bufala da 300 miliardi
    Primo Mastrantoni
      Il reddito di cittadinanza è una bufala che vale 300 miliardi di spesa. Poiché la spesa complessiva annuale dello Stato è di 830 miliardi, è del tutto evidente che, chi propone questa soluzione, sta prendendo in giro i cittadini con promesse che nessuno può mantenere, neanche il mago Zurlì. 
    
    Il reddito di cittadinanza, come dicono le parole stesse, è un sussidio dato a tutti, ricchi e poveri, ai miliardari e ai senza reddito, solo perché sono cittadini italiani. Considerato un sussidio di 600 euro a testa per 50 milioni di italiani, si arriva ai 300 miliardi di cui sopra. L’entità del sussidio può essere variata ma il risultato conduce, sempre, a una spesa di centinaia di miliardi.
    Altra cosa è il reddito minimo garantito, connesso alla situazione reddituale e patrimoniale del beneficiario, che potrebbe inglobare  il settore assistenziale tutt’ora esistente. 
    
    Purtroppo i venditori di fumo abbondano, sempre presenti nei cosiddetti talk show, che chiamiano tok sciò perchè servono ad allontanare qualsiasi riflesso di intelligenza critica nello spettatore e, soprattutto, ad aumentare l’audience della trasmissione: più si spara una notizia fasulla più si ottiene ascolto, più aumenta la pubblicità, più aumentano gli introiti pubblicitari. 
    
    01-11-2017 14:50 Tassa di soggiorno. Firenze e non solo. Guardiamo al futuro, facendo tesoro dell’oggi?
    Vincenzo Donvito
     E’ in corso a Firenze un certo confronto per gli aumenti che l’amministrazione comunale ha previsto per la tassa di soggiorno. Tassa che non e’ economica, sia per le disposizioni nazionali che quelle locali, dove queste ultime contribuiscono a darle un bel colpo verso l’alto. Niente da ridire sulla tassa di soggiorno in se’: e’ giusto che chi visita una citta’ debba contribuire alla sua manutenzione/decoro anche rispetto all’alloggio che ha scelto. Ma alcuni importi ci dovrebbero far riflettere su alcuni usi e problemi.
    Questa tassa fiorentina va, coi nuovi aumenti, dai 2 euro degli alberghi ad 1 stella ai 5 euro per quelli a 5 stelle (che pero’, nella fattispecie, non hanno subito aumenti). La tassa per quelli a 4 stelle, per esempio, e’ passata da 4,50 a 4,80 euro.
    Tassa costosa, cosi’ come sostengono le associazioni degli albergatori? Sembra di si’!
    Per capire.
    A Parigi questa tassa va dai 22 centesimi di un campeggio a 3,30 euro per un 5 stelle.
    A Berlino e’ il 5% sul costo del solo pernottamento a persona.
    A Londra non ci sono tasse del genere
    A New York si paga 3,50 Usd (circa 3 euro)
    A Tokyo la tassa va da 100 a 200 JPY (da 0,77 a 1,50 euro), dipende dal costo dell’albergo
    Quindi, in Italia e a Firenze, questa tassa e’ esosa (anche a Berlino, pero’, puo’ presentare delle sorprese). Certo il costo della vita a Firenze, nonostante e’ opinione diffusa che sia il contrario, e’ piu’ alto che a New York o Tokyo. Ma come la mettiamo con Parigi, per esempio, che non e’ decisamente piu’ economica di Firenze? C’e’ una diversa e piu’ oculata allocazione delle risorse finanziarie? Sembra di si’.
    Ma noi vogliamo lanciare una sfida ad associazioni di categoria ed amministratori cittadini.
    A questi ultimi: aumentate pure questa tassa, ma fate dei bilanci a medio raggio sull’impiego di questi maggiori introiti. Se qualcosa non torna e/o ha ampiamente assolto alla bisogna, mettete in bilancio anche la possibilita’ di farla calare.
    Alle associazioni di categoria, invece, chiediamo di essere vigili e battagliere, non per essere col cappello in mano come stanno facendo in questi giorni (l’unica cosa che hanno chiesto e’ di rimandare l’entrata in vigore dell’aumento per meglio chiedere i soldi ai loro clienti), ma per partecipare, valutare, consigliare e, nel caso contestare (avete, per esempio, previsto qualche ricorso contro questi aumenti, o vi limitate solo a bofonchiare?).
    Siamo consapevoli di ipotizzare un modello di citta’ e di partecipazione che non rispecchia la realta’. Ma vogliamo porci due domande:
    - e’ realta’ quella di una amministrazione che corre sempre ad avere maggiori imposte, valutando solo marginalmente i ritorni alla citta’, anche in termini di calo delle imposte?
    - e’ realta’ quella di una importante categoria economica (albergatori) che guarda solo al profitto, aggiustando quest’ultimo alle mutate esigenze e non cercando di influenzare e condizionare la quantita’ e la qualita’ delle imposte? Cari albergatori e cari amministratori, per capirci, in soldoni: ve l’immaginate quale immagine nel mondo ci sarebbe se un giorno dovesse rimbalzare la notizia che Firenze e’ stata talmente brava ad amministrare le sue imposte, che ha deciso di farle pagare meno anche a chi viene a visitarla?
    
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    07-11-2017 15:53 Piani Individuali di Risparmio. Aggiornamenti
    Corrado Festa
    Corrado Festa (di seguito CF), consulente finanziario indipendente e consulente di Aduc, è intervenuto il 27 ottobre scorso nella trasmissione "I vostri soldi" su Class CNBC TV  a proposito dei "P.I.R.: cosa sono, come valutarli, aggiornamenti pratici" condotto in studio da Claudia Signorile (di seguito CS). Ecco la trascrizione della puntata ed il link per poterla rivedere. 
    (CS): Allora, le chiedo subito di ricordare ai nostri telespettatori e telespettatrici che cos'è un P.I.R., quali sono i vantaggi per i risparmiatori.
    (CF): Dunque ricordiamo il P.I.R. che cos'è. Il P.I.R. è un contenitore fiscale, è una possibilità data dal Governo italiano di investire godendo di agevolazioni fiscali a determinate condizioni. Quindi sostanzialmente si può non pagare le tasse sui capital gain, sui dividendi o sulla successione a patto di investire su prodotti che investano su titoli che siano per il 70% appartenenti a società italiane o che hanno sede permanente in Italia e di questo 70% un 30% deve essere investito su titoli emessi da società che non appartengono all'indice FTSE MIB. Ricordiamo che l'indice FTSE MIB è l'indice delle 40 aziende più grandi della borsa italiana. Il che vuol dire, su titoli emessi da società di medio-piccole dimensioni. L'altra condizione è che questo investimento va tenuto per un periodo minimo di 5 anni per poter godere del beneficio fiscale.
    (CS): Perfetto. Diciamo che come reminder, come si dice in inglese, come una rapida ripetizione. Lo facciamo sempre, come scelta editoriale. Ogni settimana, qui ad Investire con i P.I.R., lo ricordiamo, perché magari c'è qualcuno che giustamente vuole avvicinarsi a questo prodotto soltanto adesso. Ormai il P.I.R. ha ben 10 mesi di vita, ma questo può anche non interessare. C'è però anche una novità, proprio degli ultimi giorni. Allora le chiedo subito Dottor Festa, di commentarcela, di raccontarci qual è la portata. Allora si allargano i P.I.R. anche agli strumenti che investono nel settore immobiliare, le SIIQ. Allora ci spiega bene, in modo semplicissimo qual è dunque l'intenzione del Governo soprattutto, ma anche quali potrebbero essere le ripercussioni sul mercato.
    (CF): Dunque inizialmente i titoli delle società del settore immobiliare erano esclusi, quindi questi P.I.R. non potevano contenere titoli emessi da società del settore immobiliare, mentre ora è stata appunto data la possibilità di includere in questo contenitore, nei fondi che ne fanno parte, anche società del settore immobiliare. Qual è la conseguenza? Evidentemente l'obiezione che era stata fatta era che l'obiettivo era di convogliare capitali a favore delle piccole e medie imprese e quindi il settore delle costruzioni è un settore trainante, un settore molto importante per l'economia italiana e quindi l'obiezione era, ma perché vogliamo escludere questo settore? E quindi che cosa ci possiamo attendere? Beh innanzitutto un aspetto positivo è che si allarga l'universo dei titoli investibili e questo è molto importante, visto il flusso di capitali raccolto sul mercato. La raccolta sui P.I.R. è andata oltre ogni aspettativa, oltre i 7 miliardi quindi vuol dire che se si hanno più aziende sulle quali si può investire è positivo. In più l'altro beneficio è dal lato delle aziende o anche società o che operano …
    (CS): Ecco la grafica ci sta mostrando un cartello, dove c'è una parola, SIIQ, che cos'è?
    (CF): Sì sono le società di investimento nel settore delle costruzioni, quindi le società che possono investire in aziende che operano nel settore immobiliare. Quindi sono veicoli che sono a disposizione del pubblico per investire nel settore immobiliare, però senza investire nella singola società, quindi con determinati benefici per l'investitore privato.
    (CS): Benissimo, quindi secondo lei è una scelta giusta. Noi dedicheremo tutta la prossima puntata di "Investire sui P.I.R." de "I Vostri Soldi" con un rappresentante del mondo immobiliare proprio per approfondire. Ancora è una proposta, non abbiamo i dettagli, ovviamente. Lei voleva concludere?
    (CF): Beh, lei chiede, è positivo? Sicuramente è positivo come dicevo allargare l'universo dei titoli, quindi la possibilità di scelta dei fondi. Noi stiamo vedendo che c'è una grande raccolta, quindi quale può essere il rischio in questa circostanza? Che ci sia un surriscaldamento, una bolla, un problema proprio di impiegare questi capitali che vengono investiti e quindi coprire anche altri settori che corrispondono alle finalità del Governo a me sembra coerente.
    (CS): …. Lei giustamente ha detto, bisogna capire adesso chi sta beneficiando. Sicuramente le società del listino AIM, come del listino STAR hanno sicuramente beneficiato dall'inizio dell'anno di questo nuovo strumento. Abbiamo visto che anche il listino dei titoli immobiliari quando si è diffusa la notizia che c'è questa possibilità di allargamento è subito schizzato verso l'alto. Però io volevo ritornare, come piace a noi, con un focus sui risparmiatori. C'eravamo lasciati qualche mese fa, Dottor Festa, quando aveva partecipato alla nostra trasmissione, con un focus sui costi. Sono in tanti che puntano il dito sulle commissioni un po’ troppo alte sui P.I.R.. Bene, adesso che abbiamo anche più strumenti, perché nelle ultime settimane si sono aggiunte anche altre società di investimento, che cosa ci può dire sul fronte dei costi sui P.I.R.?
    (CF): L'osservazione è giusta, che i costi sono un fattore essenziale, perché il P.I.R. perché ha un grande successo? Evidentemente perché la possibilità di risparmiare da un punto di vista fiscale attrae. Quindi è evidente che se io scelgo questo prodotto per avere un risparmio, dall'altro lato devo stare attento che i costi del prodotto non mi si mangino il risparmio fiscale che ho ottenuto. Quindi l'obiezione e l'osservazione sono assolutamente valide e quindi, cosa sta accadendo? C'è una grande varietà, ci sono prodotti … diciamo prima una cosa, la gran parte della raccolta avviene attraverso fondi di investimento di tipo attivo, quindi fondi di investimento classici, che possono essere con un contenuto azionario più o meno elevato.
    (CS): Quindi fondi già esistenti sui quali hanno messo il bollino "P.I.R. compliant" …
    (CF): Beh sì, sono prodotti che magari investivano sulla borsa italiana e si è fatto in modo che siano coerenti, che soddisfino i requisiti dei P.I.R. e quindi adesso sono adeguati ai P.I.R.. Detto questo, rimangono comunque investimenti sulla borsa italiana ed eventualmente su titoli obbligazionari italiani quindi è chiaro che bisogna andare a vedere prima di tutto quali sono le commissioni di gestione che si pagano su questi prodotti e fare molta attenzione ai costi, perché troviamo prodotti che hanno costi annui che sono inferiori all'1%, ci sono prodotti che vanno oltre il 2%. Ogni risparmiatore che è chiamato a prendere una decisione di questo tipo è bene che faccia molta attenzione e si chieda …
    (CS): Bene, che consigli può dare? Bisogna leggere i Prospetti Informativi, magari con MIFID 2 dal prossimo anno ci auguriamo che sia tutto un po’ più chiaro relativamente ai costi
    (CF): Al momento, sì assolutamente, fare domande, leggere la documentazione, la prima e più semplice è il c.d. KIID, le Informazioni Chiave per l'Investitore, tra le quali, al Paragrafo "Spese" si trovano i costi, che sono costi di sottoscrizione, costi di gestione e la famosa commissione di performance. Questi sono tutti specificati in questo documento, che deve obbligatoriamente essere consegnato all'atto della sottoscrizione, quindi in fase di offerta, quindi si può ottenere assolutamente prima di firmare il contratto e qui il risparmiatore può trovare le informazioni sui costi.
    (CS): Partiamo ora dalla domanda del Signor Stefano da Firenze: posso costruirmi un P.I.R. da solo, sul mio dossier amministrato. Se la mia banca non lo consente, a chi posso rivolgermi?
    (CF): Sì, può farlo, con due avvertenze. La prima, evidentemente lei deve essere in grado di scegliere i titoli personalmente e quindi fare una scelta sia relativamente alla bontà del titolo che va a comprare sia al fatto che lei con i titoli che compra soddisfa i requisiti dei P.I.R. e mantiene questo requisito nel tempo. Il secondo aspetto, al momento non facile da soddisfare, è che lei ha bisogno non di un semplice dossier titoli, ma di un dossier titoli adeguato ai P.I.R., P.I.R. compliant e questo attualmente non viene offerto da molte banche. Ce ne sono ben poche, io ne conosco almeno un paio, ma non sono molte, quindi ci sono, però bisogna cercare. Il più delle volte vi sentirete dire che non avete la possibilità di aprire questo dossier e quindi non potete fare quello che l'ascoltatore ha chiesto, quindi non potete comprarvi i titoli da soli e realizzarvi il P.I.R. da soli.
    (CS): Andiamo dal Signor Giuseppe. Fa una domanda molto chiara: i P.I.R. distribuiscono dividendi?
    (CF): Il P.I.R. è un contenitore, il P.I.R. può contenere diversi prodotti e distribuirà dividendi se i prodotti che costituiscono il P.I.R. distribuiscono dividendi o cedole. Faccio un esempio, se nel P.I.R. ci sono titoli di stato, i titoli di stato distribuiscono la cedola, io la ricevo. Se nel P.I.R. c'è un fondo di investimento ed il fondo è a distribuzione, riceverò i dividendi, se è ad accumulazione non riceverò i dividendi. Quindi il P.I.R. come tale è neutro. Il P.I.R. è un contenitore, dipende dai prodotti che lo costituiscono.
    (CS): Risposta chiarissima e precisa da parte del nostro ospite. Andiamo avanti, Raffaele, sono previsti limiti di età per sottoscrivere un P.I.R.?
    (CF): No, non ce ne sono in alto, come età massima; c'erano dubbi relativamente ai minorenni, ma è stato chiarito che si possono anche aprire dei P.I.R. in favore dei minorenni, rispettando sempre il requisito di un P.I.R. al massimo per persona fisica. Quindi la risposta è no, non ci sono limiti di età.
    (CS): Chiarissimo, andiamo al Signor Sandro. È vero che ci sono anche delle assicurazioni sotto forma di P.I.R. e come funzionano? Domanda interessante
    (CF): Sì, adesso sono entrati nel settore anche diversi prodotti assicurativi ed il caso più tipico può essere quello di una polizza unit linked. Consideriamo che anche in questo caso i prodotti che costituiscono il P.I.R. rimangono quello che sono originariamente, quindi io posso avere ad esempio una polizza unit linked, che vuol dire una polizza con un contenuto prettamente di investimento finanziario, che investirà l'importo versato su diversi fondi. Quindi è una polizza unit linked come qualsiasi altra polizza; il requisito evidentemente è che i titoli che fanno parte di questa gestione devono corrispondere ai requisiti P.I.R., quelli che abbiamo detto prima.
    (CS): Ecco, in che modo è un'assicurazione P.I.R.? Altrimenti non si riesce a capire perché potrebbe essere P.I.R. compliant. Quindi essendo un tipo di assicurazione legata a questo indice che deve essere omogeneo con il P.I.R..
    (CF): Sì, infatti deve soddisfare il requisito di investire almeno il 70% sull'Italia, quindi ci deve essere un contenuto di investimento, perché altrimenti, se io faccio una polizza di pura copertura Vita, è difficile che io riesco a soddisfare il requisito. Ci deve essere un investimento nei titoli che corrispondono ai requisiti P.I.R.. Però non è necessario che sia una polizza unit linked. Potrebbe essere una polizza multiramo, ce ne sono sul mercato prodotti di questo tipo, dove c'è una gestione separata, in genere con un contenuto minore e poi c'è una polizza unit linked, normalmente per il contenuto preponderante ed insieme costituiscono un prodotto che è P.I.R. compliant.
    (CS): Davvero chiara la risposta, andiamo da una telespettatrice finalmente, Gloria, che cosa succede al mio P.I.R. se durante i 5 anni, ricordiamo questo è il vincolo temporale, decido di andare a vivere all'estero. Quest'altra domanda molto tecnica, che cosa succede?
    (CF): Sì, anche questo è stato chiarito di recente. Dunque, il P.I.R. decade nel momento in cui ci si trasferisce all'estero, però non si perdono i benefici fiscali maturati fino a quel momento, a patto naturalmente di tenere l'investimento per 5 anni. Faccio un esempio: io compro oggi un P.I.R., tra 3 anni mi trasferisco all'estero, quindi dal punto di vista fiscale quello che ho maturato fino a quel momento rimane, a patto che io mantenga il P.I.R. per altri 2 anni, quindi giunga a soddisfare il requisito dei 5 anni. Mentre negli ultimi 2 anni, in cui ho ancora il prodotto ma vivo all'estero non ho più il beneficio fiscale.
    (CS): Chiarissimo. Andiamo dal Signor Salvatore, perché chiedeva proprio una cosa sui costi. Ci tenevo molto, poi però poi non abbiamo avuto tempo …. Come faccio a capire se un P.I.R. è troppo caro? Cosa devo guardare? Ecco, questa mi sembra un'altra domanda importante
    (CF): Vediamo di dare qualche indicazione semplice, pratica. Allora innanzitutto abbiamo detto, devo guardare i costi. I costi principali sono di 3 tipi, parlando di fondi di investimento che è l'ipotesi base: i costi di sottoscrizione, i costi di gestione e le commissioni di performance. Allora lei cominci a dire che le commissioni di sottoscrizione non dovrebbe pagarle, è ampiamente raccomandato da tutti e quindi anche se poi le offrono di non fargliele pagare, come un piacere, come una negoziazione, non dovrebbe neanche considerarle una grande concessione che le viene fatta. Quindi commissioni di sottoscrizione da evitare.
    (CS): In sintesi Dottor Festa, perché purtroppo il tempo si sta esaurendo. Concluda pure il ragionamento.
    Commissioni di sottoscrizione da evitare. Commissioni di gestione che siano nell'ordine della media di mercato, nell'ordine dell'1,2% - 1,3%, di questo tipo, quindi se vedo commissioni più elevate, nettamente più elevate, devo cominciare a chiedere come si giustificano. Magari posso pensare che il prodotto le valga, però devo avere delle motivazioni per cui valga la pena pagarle. Il terzo punto sono le commissioni di performance. Anche queste si trovano nel KIID, Informazioni Chiave per l'Investitore. Le commissioni di performance sono molto difficili da valutare per l'investitore, comunque sono un aggravio di costo ed esistono prodotti che non le applicano. Quindi se non ci sono meglio. 
    Il link per rivedere la puntata: PIR novità ed aggiornamenti
    
    07-11-2017 15:30 Prima erano i ‘Paradise Papers'. Cio’ che dieci anni di inchieste finanziarie ha cambiato
    Redazione
     I “Paradise papers”, rivelati dal quotidiano Le Monde e i suoi partner internazionali, sono l’ultimo, temporalmente, di una lunaga serie di scandali finanziari, che hanno ciascuno alzato -a modo loro- una parte del velo nel mondo opaco dei paradisi fiscali, dell’evasione fiscale e del riciclaggio di denaro.
    
    1 – Lo scandalo UBS (2008)
    Da dove nasce? Le autorita’ americane, grazie alla testimonianza di un’allerta da parte di Bradley Birkenfield.
    Cos’e’ successo? A novembre del 2008, la giustizia americana ha accusato la banca svizzera UBS di avere, tra il 2000 e il 2007, attirato diverse decine di migliaia di investitori americani ricchi per piazzare presso di loro qualcosa come 20 miliardi di dollari (14,7 miliardi di euro). Non solo UBS ha aiutato queste persone a truffare il fisco, ma ha fatto anche sollecitazioni transfrontaliere illegali, perche’ senza licenza e senza dichiarazione fiscale.
    Che cosa abbiamo appreso? Che la Svizzera resta un gigantesco paradiso fiscale grazie al quale, protetti dal segreto bancario, numerosi clienti truffatori del fisco del proprio Paese vi aprono dei conti non dichiarati. E che le banche, oltre ad accettare questi clienti, li aiutano attivamente in queste loro azioni.
    Quali conseguenze? Nel 2009, UBS ha accettato di pagare 780 milioni di dollari di multa e di trasmettere agli Stati Uniti i nomi di circa 4.450 clienti americani per evitare di essere incriminata e per poter conservare la licenza. Diverse altre banche svizzere hanno accettato di cooperare con le autorita’ americane, incoraggiate da una nuova legge svizzera che permette di non rispettare il secreto bancario.
    In Francia, la giustizia si e’ interessata della vicenda nel 2012, ed ha incriminato UBS e la sua filiale francese l’anno successivo per avere collaborato attivamente con dei suoi clienti francesi proponendo loro di aprire dei conti non dichiarati in Svizzera. A luglio del 2015, la giustizia tedesca ha inviato al fisco francese un disco contenente 38,330 conti di clienti francesi. La banca dovrebbe essere chiamata il mese prossimo davanti al tribunale correzionale di Parigi. Dove rischia una bella multa di diversi miliardi di euro, cioe’ la meta’ del montante globale degli importi nascosti.
    
    2 – Gli Offshore Leaks (2013)
    Da dove nasce? Il Consorzio internazionale dei giornalisti d’inchiesta (ICIJ) e 36 media internazionali.
    Cos’e’ successo? Offshore Leaks ha, per la prima volta, permesso di comprendere con precisione e dall’interno, i meccanismi della finanza offshore e dell’evasione fiscale. L’operazione ha permesso di mettere in evidenza il ruolo cruciale di alcune banche francesi, come BNP Paribas e il Crédit Agricole, in questo sistema. Per andare nei particolari, si e’ appreso che 130 francesi avevano messo degli utili in queste societa’ offshore (principalmente imprenditori e notabili di provincia, ma anche il tesoriere della campagna elettorale di François Hollande, Jean.Jacques Augier).
    Quali conseguenze? A livello internazionale, il direttore generale del gruppo austriaco Raiffeisen Bank International (RBI), Herbert Stepic, si e’ dimesso dal consiglio d’amministrazione della sua banca dopo l’annuncio dell’apertura di un’indagine giudiziaria sui suoi investimenti personali nei paradisi fiscali. E un mese dopo queste informazioni, gli Usa, il Regno Unito e l’Australia hanno messo mano su dei dati comparabili con quelli ottenuti dall’ICIJ, che in seguito hanno condiviso con gli altri Paesi. Gli Offshore Leaks hanno giocato un ruolo importante nell’offensiva del G20 e dell’OCSE contro i paradisi fiscali, che mira essenzialmente a generalizzare lo scambio automatico di dati.
    
    3 – I China Leaks (gennaio 2014)
    Da dove nasce? L’ICIJ ed una équipe ristretta di media internazionali.
    Cos’e’ successo? Si tratta della parte piu’ importante del dossier Offshore Leaks, che era stata messa da parte per trattarla piu’ in la’ nel tempo, in virtu’ della barriera linguistica (e delle variazioni di traduzione quando si passa dai caratteri cinesi all’alfabeto latino), una difficolta’ per analizzare questi documenti.
    Cosa abbiamo appreso? L’operazione ha rivelato che piu’ di 20.000 clienti di origine cinese o di Hong Kong erano legati a delle compagnie offshore situate nei paradisi fiscali, tra cui diversi “principi rossi” legati al Partito comunista cinese (come il fratelli del presidente Xi Jinping, il figlio e la figlia del primo ministro Wen Jiabao e alcuni parenti di Deng Xiaoping, Li Peng, Pen Zhen e Hu Jintao).
    Con quali conseguenze? Le autorita’ cinesi hanno censurato la maggior parte delle informazioni relative ai “leaks”, bloccando essenzialmente i siti Internet stranieri: le accuse non hanno portato a nessuna incriminazione.
    
    4 – I Luxembourg Leaks (novembre 2014)
    Da dove nasce? Grazie a diversi informatori, come Antoine Deltour (ex-impiegato delllo studio di revisione di PricewaterhouseCoopers), e al giornalista francese Edouard Perrin, l’ICIJ e quaranta media partner, rivelando 28.000 pagine di accordi fiscali confidenziali conclusi tra il 2002 e il 2010 tra il fisco lussemburghese e alcune multinazionali (Apple, Amazon, Verizon, AIG, Heinz, Pepsi, Ikea).
    Di che si tratta? Non e’ solo evasione fiscale di privati attraverso dei conti bancari, ma ottimizzazione fiscale di 340 grandi multinazionali con la complicita’ delle autorita’ lussemburghesi.
    Che cosa abbiamo appreso? Questi tax rulings permettono a queste imprese di derogare al regime fiscale di diritto comune per pagare meno imposte. Questi vengono dalll'ufficio dei revisori e del consiglio di PricewaterhouseCoopers, che li ha redatti e ne ha negoziato i termini con l’amministrazione lussemburghese.
    Quali conseguenze? I Luxembourg Leaks hanno reso piu’ fragile il nuovo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che e’ stato primo ministro del Granducato quando gli accordi sono stati sottoscritti. Juncker e’ riuscito a salvare il suo posto, ma ha dovuto ingaggiare notevoli sforzi di credibilita’ per mostrare la sua volonta’ di cambiamento.
    Nuove direttive e legislazioni hanno obbligato le multinazionali a trasmettere delle informazioni dettagliate (giri d’affari, profitti, imposte pagate…) sulle loro attivita’, Paese per Paese, ai sistemi fiscali nazionali.
    Per combattere l’evasione fiscale, la Commissione europea è inoltre impegnata a prevenire l'uso abusivo di dispositivi altamente "defiscalizzanti" (prestiti intragruppo, deduzione di interessi, ecc.).
    Dopo il 1 gennaio 2017, gli Stati europei hanno anche l’obbligo di trasmettere ai loro vicini, l’insieme dei ruling fiscali che loro stessi hanno accordato.
    Gli informatori dei Luxembourg Leaks, Antoine Deltoru e Raphael Halt, sono stati accusati di violazione del segreto bancario e riciclaggio di informazioni rubate, e condannati a marzo del 2017, in appello, a rispettivamente sei mesi di prigione con sospensione e 1.500 euro di ammenda per l’uno e 1.000 per l’altro. Il giornalista Adourad Perrin e’ stato invece assolto.
    
    5 – Swiss Leaks, i listings HSBC (febbraio 2015)
    Da dove nasce? Si tratta di documenti rubati da un ex-informatore della HSBC Hervé Falciani, alla banca, e che la Francia ha recuperato.
    Di che si tratta? Sul lato francese, si tratta di due listings concordanti, stabilita dal fisco e dalla giustizia a partire dalla base di dati diffusi da Falciani. Essi contenevano circa 3.000 nomi di cittadini francesi che avevano avuto un conto nella banca svizzera HSBC nel 2005-2006. Per il resto del mondo, i dati li’ contenuti erano stati dati su una chiavetta USB da un informatore al quotidiano Le Monde: questi contenevano i nomi di piu’ di 100.000 clienti e di 20.000 societa’ offshore.
    Che cosa abbiamo appreso? Alcuni nomi della lista erano in una situazione regolare (come Christian Karembeu e Alain Afflelou, residenti svizzeri), mentre gli altri erano in situazione di illegalita’, come Arlette Ricci, ereditiera della casa di moda Nina Ricci. L’inchiesta francese ha anche messo una certa attenzione sulle pratiche di HSBC, che avrebbe attivamente aiutato i suoi clienti ad evadere le imposte, proponendo loro di costituire essa stessa le loro societa’ offshore, e tentando talvolta di dissuadere dei clienti a regolarizzare la loro situazione. Secondo un resoconto del fisco del 2014, piu’ di 5,7 miliardi di euro sarebbero anche stati nascosti da dei contribuenti francesi, nascosti dietro delle societa’ di comodo che avevano sede a Panama o nelle isole Vergini britanniche.
    Quali conseguenze? Arlette Ricci ha ricevuto una condanna a tre ani di prigione due dei quali sospesi e 1 milione di euro di multa per frode fiscale (commutata in tre anni con sospensione e 1 milione di euro di multa in appello a maggio 2017). Nel Regno Unito, i deputati hanno aperto un’inchiesta sulle pratiche di HSBC. In Brasile, dopo l’apertura di un’inchiesta da parte della giustizia, e delle difficolta’ economiche da parte dell’insieme del gruppo, la banca ha finito per chiudere la sua filiale. Negli altri Paesi, la banca alla fine ha negoziato per pagare una multa piuttosto che rischiare un processo, come in Svizzera, dove ha versato 38 milioni di euro, mentre sta cercando di fare altrettanto in Belgio. L’informatore Hervé Falciani e’ stato messo sotto accusa da parte della Svizzera per spionaggio economico. Rifugiato in Spagna, che ha rifiutato di estradarlo dopo che ha collaborato con il fisco spagnolo, poi ritornato in Francia, dove non e’ “estradabile”, e’ stato condannato in contumacia a cinque anni di prigione in Svizzera, alla fine del 2015.
    In Francia, l’inchiesta contro HSBC si e’ accelerata: la sua filiale svizzera, HSBC Private Bank, e’ stata accusata di “complicita’ in riciclaggio aggravata di frode fiscale” e “complicita’ in sollecitazione illegale”. Dopo, a novembre 2016, la procura nazionale francese (PNF) ha chiesto il rinvio a giudizio della casa-madre britannica per “riciclaggio aggravato di frode fiscale”. La banca avrebbe cercato di ottenere dalla PNF un accordo giudiziale di pubblico interesse, che le avrebbe permesso di pagare una multa senza passare attraverso un processo.
    
    6 – I “Panama Papers” (aprile 2016)
    Da dove nasce? E’ una fonte anonima, si fa chiamare “John Doe”, che ha contattato nel 2015 il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, che in seguito ha chiesto all’ICIJ di condividere e di valutare i diversi documenti. Circa 300 giornalisti di 109 media internazionali, sono stati mobilitati per questa inchiesta.
    Di cosa si parla? Gli 11,5 milioni di documenti sui quali si fonda l’inchiesta provengono da uno studio di avvocati panamensi, Mossack Fonseca. Questo studio, specializzato in diritto commerciale e notoriamente con la domiciliazione delle societa’, ha aiutato numerosi privati a creare delle false societa’ nei paradisi fiscali e dei complessi accordi finanziari allo scopo di dissimulare degli averi. Questa e’ la piu’ grande fuga di dati finanziari della storia che sia stata trattata da dei media.
    Che cosa abbiamo appreso? Diversi nomi francesi sono comparsi nei Panama Papers. I file di Mossack Fonseca hanno fornito dei dettagli in piu’’ sugli affari di Cahuzac e Guérini, ….. Attraverso dei nomi meno conosciuti, i Panama Papers mostrano come Fréderic Chatilon e Nicolas Crocher hanno montando un circuito complesso di societa’ offshore per far uscire 316.000 euro di una societa’’ prestataria del Front National, D’altra parte, il maggiordomo di Jean-Marie Le Pen, Gérard Gérin, ha riconosciuto di essere il benficiario di una societa’ offshore alle isole Vergini britanniche, che e’ servita per dissimulare 2,2 milioni di euro per conto di Jean-Marie Le Pen.
    I Panama Papers hanno messo in luce le azioni di diversi dirigenti internazionali: il primo ministro islandese, Sigmundur David Gunnlaugsson; il presidente argentino Mauricio Macri’; o ancora il primo ministro britannico David Cameron. Vi si trova anche il presidente ucraino Petro Porochenko, o ancora i ricchi amici oligarchi del presidente russo Vladimir Putin.
    Altri personaggi pubblici ad apparire nei documenti panamensi, personalita’ del mondo del calcio, come Michel Platini (ex-presidente dell’UEFA), Lionel Messi (giocatore nel FC Barcelona), o ancora diversi patron di squadre francesi, come Waldemar Kita (FC Nantes) o Dmitri Rybolovlev (AS Monaco).
    L’inchiesta getta anche un sguardo diretto sul ruolo degli intermediari finanziari, essenzialmente le banche. In Francia, le tre grandi banche francesi (BNP Paribas, Crédit agricole e Societé Générale) erano particolarmente presenti nei file.
    Quali conseguenze? A Panama, i fondatori dello studio Mossach Fonseca sono stati incriminati nell’ambito dello scandalo della corruzione Odebrecht, il gruppo di BTB brasiliana, Il primo ministro islandese e’ stato forzato alle dimissioni, ma e’ un’altra figura del suo partito -anch’essa citata nei “Panama Papers”- che e’ attualmente al suo posto. David Cameron e’ stato detronato dallo scandalo del trust offshore di suo padre, ed e stato spazzato via dalla vittoria della Brexit. Il presidente argentino, Mauricio Macri’, ha dovuto far fronte ad un’inchiesta giudiziaria aperta dopo il deposito di una denuncia da parte di un membro dell’opposizione, che ha rilevato delle contraddizioni nelle dichiarazioni sotto giuramento, che riguardavano essenzialmente il valore reale del suo patrimonio.
    Oltre alle molteplici manifestazioni della societa’ civile -talvolta molto numerose, come a Malta o in Islanda- in seguito alle rivelazioni dei “Panama Papers”, sono stati attivati almeno centocinquanta indagini o controlli giudiziari e di polizia in seguito alle rivelazioni e alle pressioni popolari, oltre ad altre indagini avviate in seguito.
    A seguito delle inchieste e delle perquisizioni delle amministrazioni fiscali, sono state scoperte delle somme importanti: piu’ di 80 milioni di dollari in Colombia, 1 milione in Slovenia e anche 170 Kg di lingotti d’argento in Australia. Le rivelazioni hanno ugualmente fatto perdere circa 135 miliardi di dollari di capitalizzazione borsistica a quattrocento imprese quotate: un impatto considerevole, soprattutto sulle imprese citate direttamente nei “Panama Papers”, mentre delle nuove leggi sono state approvate da diversi Paesi (Nuova Zelanda, Mongolia, Panama, Libano, Irlanda, Germania, …). …..
    
    7 – Dei “leaks” di registri aziendali (maggio 2016 e febbraio 2017)
    Da dove nasce? Nel quadro dei Bahamas Leaks, e’ l’ICIJ che fa un’inchiesta, in collaborazione con diverse decine di partner. ……
    Di che si tratta? Di registri di societa’ delle Bahamas e di Madera (Portogallo), due centri offshore con una legislazione accomodante. I due registri sono pubblici, ma di difficile accesso. Situazione che permette a dei singoli di aprire delle societa’ senza giurisdizione, con il massimo di discrezione.
    Che cosa abbiamo appreso? Neelie Kroes, ex-commissario europeo alla concorrenza, era direttrice di una societa’ offshore alle Bahamas, che non aveva segnalato nella sua dichiarazione dei redditi. Madera e’ stata utilizzata da diverse star del calcio come hub del campionato spagnolo per dissimulare una parte dei loro guadagni al fisco, utilizzando delle societa’ di comodo per gestire i propri diritti all’immagine. Vi si trovano anche delle multinazionali e decine di francesi, tra cui Jerome Valcke, ex-numero due della Fifa che possedeva un battello.
    Quali conseguenze? Per Neelie Kroes, la Commissione europea pur avendo stimato che non aveva certamente rispettato il “codice di condotta” dei commissari, non poteva essere incolpata perche’ lei sosteneva di non essere al corrente di avere ancora una responsabilita’ della societa’ offshore incriminata.
    
    8 – I Malta file (maggio 2017)
    Da dove nasce? E’ ignoto chi ha lanciato l’allerta, ma sono comunque giunti dei dati alla rivista Spiegel. Il giornale tedesco ha trasmesso i dati all’European Investigative Collaboration, che fa parte di Mediapart.
    Di che si tratta? I dati portano su uno studio fiduciario maltese, Credence, nonche’ sull’insieme dei dati pubblicati dal registro delle aziende maltesi. L’inchiesta e’ venuta fuori durante la presidenza di turno di Malta all’Ue.
    Di che si parla? Malta tassa le societa’ di stranieri ad un livello del 5%, Vi si trovano quindi molte societa’ che approfittano della disponibilita’ fiscale dell’isola. Numerose societa’ francesi sono citate nell’inchiesta, ma i principali clienti dell’isola sono italiani: 15% delle societa’ sono italiane e Malta serviva da hub per il riciclaggio della mafia. Vi si trovano anche dei “leaks” di numerosi potenti e personalita’ pubbliche, o di loro familiari, come il genero del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. L’isola e’ molto utilizzata per gli sconti fiscali che offre sugli yacht.
    Quali conseguenze? Il primo ministro dell’isola, Joseph Muscat (la cui moglie era citata nei “Panama Papers”), ha giurato che Malta non era un paradiso fiscale. “Affermare che esistono delle societa’ offshore a Malta, non e’ corretto … Io sostengo che noi abbiamo un sistema competitivo”. Le autorita’ maltesi hanno assicurato che “il sistema legale e fiscale maltese era tale prima dell’adesione dell’isola all’Ue”, nel 2004.
    
    (articolo di Jérémie Baruch, Maxime Vaudano e Mathilde Damgé, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 06/11/2017)
    
    07-11-2017 11:33 Due o tre cose che ho imparato sui mercati finanziari (e su come guadagnarci)
    Alessandro Pedone
    Sono circa venti anni che studio il comportamento dei mercati finanziari e degli investitori, per interesse personale prima e per interesse professionale negli ultimi 15 anni. Ho letto svariate centinaia di paper accademici, diverse decine di libri ma – soprattutto – ho analizzato migliaia di dati realizzando centinaia di fogli di calcolo. Ho pensato di riassumere in questo articolo i concetti più importanti che ad oggi considero “verità acquisite” ed utilizzo per tutte le strategie d'investimento che propongo ai miei clienti.
    
    I mercati finanziari non sono semplicemente rischiosi, ma incerti.
    L'economista Frank Knight ha proposto una distinzione importante fra rischio ed incertezza: il rischio è misurabile, l'incertezza no. In finanza si usa tantissimo la matematica ed in particolare la statistica. In genere si esprime il rischio degli investimenti finanziari in termini numerici. Se si è esperti, questi numeri non traggono in inganno, ma se non si ha una sufficiente preparazione si corre il rischio di “credere” in questi numeri che non esprimono assolutamente la realtà dei rischi che stiamo correndo.
    Bisogna prendere atto, una volta per tutte, che i mercati finanziari non sono fenomeni fisici come il moto browniano che tanto ha ispirato la ricerca accademica sulle variazioni dei prezzi delle attività finanziarie. Sono, prima di ogni altra cosa, un fenomeno sociale influenzato dalla psicologia di massa e da ciò che accadrà in futuro (quindi inconoscibile).
    Ciò significa che non dobbiamo mai fidarci troppo dei numeri che, inevitabilmente, utilizziamo quando facciamo ragionamenti sui mercati finanziari. E' bene avere sempre in mente che ragionare di scelte riguardanti i mercati finanziari significa prima di ogni altra cosa tentare di governare, nei limiti del possibile, l'incertezza. E' utile applicare strategie d'investimento non tanto per guadagnare di più, quanto per tentare di gestire l'incertezza, preparandosi ad ogni evenienza.
    
    I mercati finanziari sono tutt'altro che efficienti, ma non sono “prevedibili” (in senso comune).
    Esiste una letteratura scientifica sterminata sulla cosiddetta “ipotesi dei mercati efficienti”. Questa teoria – in breve – postula che i prezzi incorporano, in ogni momento, tutte le informazioni disponibili in modo efficiente. “Efficiente” nel senso che sfruttando le informazioni disponibili non sarebbe possibile aumentare il rendimento atteso ponderato per rischio.
    Questa ipotesi ha dominato il pensiero accademico per molti decenni e tuttora la maggioranza degli accademici che si occupano di finanza partono da questo assunto.
    Uno degli assunti di questa teoria è che le variazioni dei rendimenti delle attività finanziarie siano indipendenti le une dalle altre, così come i risultati del lancio di un dado o di una monetina. Se lancio una moneta ed esce testa, questo non mi dice assolutamente niente sul fatto che sia più o meno probabile che al prossimo lancio esca ancora testa.
    Tutti gli strumenti statistico-matematici che si usano comunemente in finanza partono da questo assunto: le variazioni dei rendimenti delle attività finanziarie sono indipendenti le une dalle altre. Se oggi il rendimento di un titolo è sceso, questo non potrà dire assolutamente niente circa la probabilità che domani il titolo continui a scendere.
    Ciò che ho imparato in questi anni di studi e verifiche sul campo è che questa tesi è un'approssimazione delle realtà fondamentalmente sbagliata. In particolari momenti, abbastanza rari, ma molto rilevanti, conduce ad errori determinanti. Partendo da questo assunto sbagliato si è portati ad impostare strategie d'investimento poco redditizie e potenzialmente rischiose e si escludono strategie d'investimento potenzialmente molto vantaggiose.
    Questo non significa che i mercati finanziari siano prevedibili, almeno non nel senso comune del termine. Le variazioni dei rendimenti delle attività finanziarie hanno una piccola, molto piccola, correlazione diretta nel breve termine ed una più marcata correlazione inversa nel lungo termine.
    In parole più semplici, nel breve termine, se i prezzi salgono è leggermente più probabile che continuino a salire e viceversa. Nel lungo termine, quando i prezzi sono scesi molto in passato è più probabile che risalgano e viceversa.
    Tutto questo è vero e verificabile, oltre ogni ragionevole dubbio, analizzando le serie storiche dei prezzi e delle loro variazioni. Anche nel mondo accademico, da circa 10-15 anni, si è fatta strada l'evidenza che le variazioni dei prezzi non sono indipendenti (vedi nota), sebbene si continui ad usare tutti gli strumenti matematici che lo presuppongono.
    Ciò nonostante, dal momento che i mercati finanziari sono essenzialmente un fenomeno sociale e l'incidenza degli eventi futuri è predominante, l'andamento dei mercati finanziari deve essere considerato essenzialmente imprevedibili, almeno nel senso colloquiale del termine.
    Cerco di essere più chiaro. Ipotizziamo che i prezzi di un'attività finanziaria stiano salendo, si può affermare che sia più probabile che il prezzo di domani continui a salire piuttosto che l'opposto. Questa maggiore probabilità però è molto bassa: diciamo nell'ordine del 5%. Ciò significa che nel 55% dei casi salirà e nel 45% dei casi scenderà. L'effetto di questa piccola correlazione tende a confondersi nel rumore di fondo delle contrattazioni a breve termine.
    Passando alla correlazione inversa, nel lungo termine è senza dubbio vero che quando i prezzi delle attività finanziarie sono molto cari rispetto ai fondamentali, i rendimenti attesi nel lungo periodo saranno molto bassi e viceversa. Vi è sono elevate probabilità, ad esempio, che il rendimento del prossimo decennio delle azioni quotate negli Stati Uniti sia sotto la media storica, ma questo non ci può dire nulla su quando il mercato invertirà la sua attuale direzione positiva né su quanto sarà il rendimento del prossimo decennio.
    In sintesi, i mercati finanziari sono sostanzialmente imprevedibili sebbene le variazioni dei prezzi non siano completamente indipendenti le une dalle altre.
    
    La matematica è niente senza la psicologia.
    I fattori di gran lunga più importanti per guadagnare sui mercati finanziari sono quelli psicologici. Questa frase è vera su diversi piani, sia a livello individuale, sia a livello di analisi dei mercati finanziari. A livello individuale gli errori che vengono fatti dagli investitori a causa di avidità e paura generano ancora più danni di quanto già fanno i comportamenti commercialmente discutibili delle banche e delle istituzioni finanziarie in genere. Sappiamo che le banche “tosano” i loro clienti mediamente per un 2% all'anno, applicando commissioni sostanzialmente non giustificate da un reale servizio. Questo è un bel danno, ma gli studi in materia dimostrano come gli errori che fanno gli investitori entrando nei mercati quando non dovrebbero, presi dall'avidità, e uscendo nei momenti più sbagliati, presi dalla paura, fanno danni ben superiori a quel 2% all'anno dovuto agli inutili costi delle banche.
    Impostare delle strategie d'investimento sistematiche che riducano la possibilità di fare scelte dettate dalle emozioni del momento è probabilmente il singolo consiglio più utile e potenzialmente profittevole che mi sento di poter dare ad un investitore generico.
    Il punto di partenza per l'impostazione di una qualsiasi strategia d'investimento è l'investitore stesso.
    La psicologia è un fattore chiave anche nell'analisi dei mercati finanziari.
    Tutti gli indicatori statistico-matematici che si sono sviluppati e si possono sviluppare possono essere fuorvianti se non si inseriscono all'interno di un'analisi qualitativa dei mercati stessi che tenga in considerazione il sentiment del mercato che in parte può anche essere espresso in termini numerici, ma che è essenzialmente un dato qualitativo e quindi discrezionale.
    
    Tutte le strategie d'investimento sensate funzionano, ma in modo irregolare.
    Ci sono decine di strategie che si possono raggruppare tutte in due macro categorie:
    compra ciò che costa poco, rispetto al suo valore, e vendi quando è diventato caro;
    compra ciò che sta salendo e vendi quando inizia a scendere.
    In finanza si usa il termine “value” per indicare le strategie del primo tipo e “momentum” per indicare le strategie del secondo tipo. Nel corso degli anni ho studiato numerose strategie d'investimento, le ho testate su dati storici, le ho sperimentate ed ho realizzato delle mie strategie d'investimento. Quello che ho imparato è che tutte le strategie d'investimento attraversano momenti nei quali sembrano non funzionare più e poi riprendono a funzionare egregiamente per poi attraversare altri momenti di crisi. Questo è un fatto ineliminabile. Ciò nonostante investire in base ad una (o più) strategia d'investimento, ben testata, conosciuta e adatta al proprio profilo psicologico è la cosa più sensata che possa fare un investitore.
    Eppure, in genere, gli investitori non usano precise strategie d'investimento. Questa è la principale ragione dei rendimenti drammaticamente deludenti degli investitori non professionali dimostrati dai numeri dichiarati negli studi internazionali sul tema.
    La maggioranza delle persone non ha neppure chiaro cosa s'intenda, di preciso, per “strategia d'investimento”. Conosco molti professionisti che lavorano nel settore degli investimenti finanziari i quali investono senza precise strategie e compongono i portafogli sulla base delle opinioni (spesso mode) del momento.
    Una strategia d'investimento è un insieme di regole codificate in modo inequivocabile che determinano come si compone e ribilancia un portafoglio finanziario. Una volta scelta una strategia d'investimento, tutte le scelte su cosa, quando e quanto comprare e vendere sono conseguenti.
    
    Principio KISS (Keep It Simple, Stupid).
    Le informazioni commerciali dei prodotti d'investimento non fanno altro che magnificare la complessità delle scelte che i gestori devono compiere, facendo capire che vengono analizzati milioni di dati e applicati decine e decine di criteri complicatissimi. Il “non detto” di questi messaggi è: tu che sei ignorante non potrai mai capire la scelta giusta da fare...
    Ebbene, una delle poche cose di cui sono assolutamente certo, dopo aver analizzato e sperimentato decine di strumenti di analisi finanziaria, è che gli strumenti più semplici sono quelli che funzionano meglio.
    Ad esempio, ci sono molti sofisticati strumenti matematici per determinare se la tendenza di una certa serie di prezzi sia in salita o meno. Per le strategie di momentum determinare la tendenza di un titolo non è semplicemente importante: è tutto! Ebbene, qual è lo strumento che funziona meglio per determinare la tendenza di un titolo e selezionarlo rispetto ad altri? Ci sono vari tipi di medie mobili, oscillatori, indicatori, formule matematiche complicatissime, ma nessuno di questi strumenti complessi funziona come la cosa più semplice. Basta calcolare la banalissima differenza percentuale fra il prezzo di oggi e quello del precedente periodo di analisi: tutto qui. Questo è ciò che funziona meglio (specialmente su archi temporali più lunghi, quelli che interessano gli investitori).
    Una buona strategia d'investimento, per funzionare, non deve essere complicata. Deve essere completa e coerente, ma non complicata.
    
    Primo, non prenderle.
    Una delle cose semplici-semplici che in finanza funzionano benissimo, ma che troppo spesso viene trascurata è così riassumibile: ciò che aumenta maggiormente il rendimento di lungo termine è non subire le grandi perdite di breve termine. In termini calcistici: primo non prendere goal, poi segnarlo.
    I mercati finanziari, in particolare quelli azionari, subiscono di quando in quando delle discese anomale. Negli ultimi 20 anni abbiamo vissuto la discesa del 2000/2001 con lo scoppio della bolla tecnologica ed i fatti dell'11 settrmbre 2001. Poi abbiamo vissuto la crisi dei subprime (2008) e poi ancora la crisi dell'euro (2011). Ebbene, evitare - anche in parte – queste discese è il singolo fattore più rilevante per aumentare il rendimento di lungo termine. Esistono strategie molto semplici che evitano la maggior parte di questo tipo di perdite, naturalmente ciò implica alcuni svantaggi che vanno conosciuti prima (non è questa la sede per una disamina completa dell'argomento), ma complessivamente questo tipo di strategie sono estremamente convenienti, direi indispensabili.
    E' particolarmente importante dotarsi di strategie di questo tipo durante le fasi dei mercati finanziari come quelle che stiamo vivendo, caratterizzate da prezzi molto tirati (in particolare per il mercato azionario USA).
    Una buona strategia d'investimento sui mercati azionari dovrebbe rispondere alla domanda: come penso di gestire le eventuali fasi di forti discese dei mercati? Una strategia d'investimento che non si pone questo problema non è una buona strategia d'investimento e andrebbe scartata.
    
    Disciplina e pazienza discendono dalla conoscenza.
    Come detto, tutte le strategie d'investimento sensate, per quanto semplici, producono degli ottimi risultati sui mercati finanziari aumentando di molte volte il rendimento della media del mercato rapportato al rischio nel lungo periodo. Non mi piace focalizzare l'attenzione sui rendimenti perché ho verificato, negli anni, che questo distoglie l'attenzione dalle cose che invece sono più importanti per poter ottenere proprio quegli stessi rendimenti tanto desiderati. Resterò quindi volutamente sul vago, ma dovrò necessariamente affrontare il tema perché è necessario per capire il prossimo ed ultimo concetto.
    Una delle strategie di momentum che io applico quotidianamente produce notevoli extra rendimenti rispetto all'indice delle azioni mondiali. Nella mia attività professionale l'applichiamo da molti anni e facciamo periodicamente backtest (cioè analisi sui dati storici). Negli ultimi 20 anni avrebbe prodotto un capitale a scadenza di molte volte superiore a quello che si sarebbe ottenuto investendo direttamente nell'indice azionario. Questo notevole risultato sarebbe stato ottenuto diminuendo il rischio rispetto al mercato.
    Dal momento che si tratta dell'applicazione di concetti abbastanza conosciuti, perché una strategia del genere non viene utilizzata da tutti?
    Ovviamente ci sono diverse ragioni, ma la principale è che – mediamente – le persone non hanno la disciplina e la pazienza necessaria per mantenere la strategia nei momenti – e ce ne sono! – nei quali la strategia semplicemente non funziona.
    Negli ultimi 20 anni, questa strategia ha fatto meglio del mercato azionario mondiale (al netto di tutti i costi di transazione) per 16 anni su 20 ed ha raggiunto un montante dieci volte superiore al rendimento del complesso delle azioni mondiali (l'indice di riferimento MSCI World in dollari) ma..., ma... nei 12 mesi terminati a maggio del 2004 ha fatto circa il 10% in meno dell'indice mondiale, nel 2006 il 7% in meno, nel 2010 il 4,5% e nell'ultimo anno circa l'1% in meno dell'indice mondiale.
    Se diminuiamo il periodo di osservazione, passando dall'anno al mese, la frequenza dei periodi nei quali la strategia fa peggio dell'indice aumenta molto. Circa 1 mese su 3 ha un rendimento peggiore dell'indice. Nel maggio del 2009 la strategia ha fatto peggio dell'indice del 28% poiché la strategia non era investita nel mercato azionario ed il mercato azionario ha messo a segno un recupero stellare proprio in quel mese. Il mese successivo è rientrata nell'azionario, ma ha fatto peggio dell'indice del 3,79%. In quei momenti è molto difficile rimanere disciplinati.
    L'unico mezzo che conosco per farlo è comprendere, nel modo più dettagliato possibile, le ragioni che stanno alla base di una determinata strategia (aumentando così la propria fiducia nella stessa) e conoscere come si è comportata nel passato – specialmente nei periodi poco piacevoli – al fine di non rimanere sorpresi e delusi nei momenti in cui si presenteranno risultati sgraditi (ed è certo che ciò accadrà!).
    Solo accettando i periodi nei quali la strategia non funziona si potrà beneficiare dei momenti nei quali la strategia crea un grande valore aggiunto. Ho sottolineato come 1 mese ogni 3 la strategia faccia peggio della media del mercato, ma ci sono 2 mesi su 3 nei quali fa meglio.
    In media, questa strategia, ha prodotto in passato un esorbitante extrarendimento mensile dell'1% circa (il che significa raddoppiare il risultato del mercato nel giro di pochi anni) ma sempre a condizione che l'investitore sia stato paziente e disciplinato nel superare i momenti in cui sembrava aver smesso di funzionare. Pochi lo fanno, anche (e forse soprattutto) a questo dovrebbe servire la consulenza finanziaria: a far comprendere agli investitori le decisioni più profittevoli da assumere.
    
    Conclusioni.
    I mercati finanziari sono fenomeni estremamente complessi, ma le cose da fare, per poter guadagnare o – come minimo – evitare di farsi male, sono relativamente semplici.
    Dopo oltre vent'anni che li studio, rimango sempre sopraffatto nell'osservare la potenza della natura umana che fa sì che si ripetano in maniera abbastanza prevedibile, di ciclo in ciclo, gli stessi comportamenti che portano così tante persone, anche intelligenti, a perdere così tanti soldi nei mercati finanziari, soldi guadagnati con tanta fatica ed intelligenza nel proprio lavoro o con quello dei propri cari.
    
    Nota: Questo è un articolo divulgativo e non ho voluto appesantirlo con riferimenti incomprensibili al 99% dei lettori. Non posso esimermi, almeno in nota, dall'indicare i titoli di alcuni dei paper che vanno nella direzione qui espressa. Non ho messo i paper più recenti, ho voluto elencare quelli che, in qualche modo, hanno segnato un cambiamento di orientamento del mondo accademico partendo dal paper del “padre nobile” della teoria dei mercati efficienti. Quando ho iniziato a studiare questi temi, parlare all'interno del mondo accademico di dipendenza delle variazioni dei rendimenti era un po' come parlare del diavolo in chiesa. Fama è stato, chiaramente, uno degli ultimi ad ammettere che vi sono anomalie “pervasive”, come il momentum, non spiegabili dalla sua teoria. Leggere, nel 2008, la sua frase: “The anomalous returns associated with net stock issues, accruals, and momentum are pervasive; they show up in all size groups (micro, small, and big) in cross-section regressions, and they are also strong in sorts, at least in the extreme” è stato qualcosa di professionalmente molto significativo per me.
    Fama, E. French, K. (2008). Dissecting Anomalies. The Journal of Finance Vol. LXIII, n. 4
    Jegadeesh, N. and S. Titman (1993). Returns on buying winners and selling losers: implications for market efficiency. The Journal of Finance 48, 65–91.
    Lo, A., H. Mamaysky, and J. Wang (2000). Foundations of technical analysis: Computational algorithms, statistical inference, and empirical implementation. The Journal of Finance 55 (4), 1705–1770.
    Lo, A. W. and A. C. MacKinlay (1988). Stock market prices do not follow random walks: evidence from a simple specification test. Review of financial studies 1, 41–66.
    
    05-11-2017 19:35  Le 15 citta’ che non dovremmo mai visitare in automobile
    Redazione
     E’ autunno e le citta’ si inghiottono da se’ stesse: la pioggia ha riportato i peggiori blocchi di traffico nelle grandi citta’. E’ tempo di perder tempo, perche’ i conducenti ci rimettono da 40 a 50 ore all’anno in imbottigliamenti, secondo i dati del Traffic Index de Tom Tom. L’azienda di navigatori satellitari pubblica ogni anno una sua nota e, nella sua ultima edizione, cerca di dimostrarci che la mobillita’ urbana e’ un infermo in molti luoghi. Riportiamo qui le 15 citta’ europee con il maggiore traffico, da cui fuggire se si ha intenzione di fare un viaggio in auto in Europea.
    Il dato principale, e’ quello in percentuale relativo al livello di congestione che ci da’ l’indicatore di TomTom. Un livello di congestione medio del 54%, per esempio, che vuol dire che un conducente medio deve impegnare il 54% di tempo in piu’ per percorrere il suo abituale tragitto, rispetto ad una condizione ideale di traffico.
    1 – Bucarest (nella foto)
    La capitale della Romania ha un livello di congestione medio del 50%, che arriva al 90% nelle ore di punta di mattina e al 98% in quelle della sera. I conducenti perdono una media giornaliera di 57 minuti, cioe’ 218 ore all’anno (il dato e’ calcolato considerando un numero standard di 230 giorni lavorativi all’anno).
    2 – Mosca
    Nei loro tragitti abituali, i conducenti russi dedicano il 44% di tempo in piu’ di quello realmente necessario. Le percentuali arrivano al 71 e al 94 nei momenti di punta della mattina e della sera. 189 sono le ore perse ogni anno.
    3 – San Pietroburgo
    Il traffico della seconda citta’ russa fa perdere ogni anno ai suoi conducenti ben 179 ore. Il livello di congestione e’ in media al 41%, con una situazione particolarmente grave la sera (90%). La mattina, la percentuale e’ invece del 65%.
    4 – Londra
    Se i conducenti non escono di casa con la tipica flemma britannica, perderebbero i nervi. Il motivo e’ un livello di congestione del 40% (64 e 68% nei picchi), Questo si traduce in 152 ore annuali perse in media.
    5 - Marsiglia
    Il gioiello della Costa Azzurra si sfrutta meglio quando non ci si va in automobile. Uguale a Londra per la congestione (40%), e ci si muove peggio alla fine della giornata (75%) rispetto alla mattina (62%). La conseguenza: 158 ore perse ogni anno.
    6 – Roma
    Nella capitale italiana traffico e caos sono sinonimi. Gli ingorghi di traffico sono all’ordine del giorno. Livello di congestione: 40%. Ore perse: 163.
    7 – Parigi
    Se si cerca di aguzzare la vista, dall’alto della Torre Eiffel, si vede meglio la situazione: gli automobilisti perdono il 38% di tempo in piu’ rispetto a quando non c’e’ traffico e passano in automobile 154 ore ore in piu’ del dovuto.
    8 - Bruxelles
    Il tempo in piu’ che e’ necessario per muoversi nella capitale belga fanno la somma di 171 ore in un anno, con un livello di congestione medio del 38%.
    9 – Manchester
    Altra citta’ inglese con problemi, simile a Parigi e Bruxelles. La congestione e’ la stessa (38%), e il numero di ore in piu’ si avvicina a quelle della citta’ belga (169).
    10 – Atene
    La crisi greca ha fatto lasciare un po’ di automobili in garage, ma i problemi persistono. Nel 2010, primo anno dell’indice TomTom, il livello di congestione era del 43%; ora siamo solo al 37%.
    11- Varsavia
    La capitale polacca e’ uguale ad Atene per il livello di congestione (37%) ed e’ al di sopra di Londra per le ore perse (158).
    12 – Colonia
    La prima citta’ tedesca della lista e’ lontana da Berlino per numero di abitanti, ma si circola abbastanza peggio, con una congestione del 34%.
    13 – Napoli
    Ancora caos italiano nelle citta’ europee che sono bloccate dal traffico. Qui si perde in media il 33% di tempo e si mandano nella spazzatura 122 ore ogni anno.
    14 – Amburgo
    Se si scarta la citta di Napoli per visitarla in automobile, lo stesso si deve fare con la tedesca Amburgo, la quarta citta’ piu’ popolata della Germania. I numeri sono: 33% e 116 ore
    15 - Nizhny Novgorod
    Chiude la lista una citta' russa il cui nome e’ difficile da pronunciare e poco conosciuta, anche se e’ la quarta citta’ del Paese per numero di abitanti. Il suo indice di popolazione si nota nel traffico, con un livello di congestione del 32% ed una perdita annuale di 126 ore.
    
    Il primo posto di questa classifica a livello mondiale e’ per Citta’ del Messico (66% e 227 ore), seguita da Bangkok e Giacarta. Notare che Bucarest e’ la quinta piu’ caotica in tutto il mondo. New York (49mo posto) e’ messa meglio di Los Angeles (12) e San Francisco (30). Per l’Italia, dopo Napoli e Roma, abbiamo Milano (72mo posto e 30% di congestione), Torino (113 e 25%),
    
    (da un articolo di Sergio Amadoz pubblicato sul quotidiano El Pais del 05/11/2017)
    
    05-11-2017 14:00 La malnutrizione non risparmia piu’ nessun Paese al mondo
    Redazione
     Per la prima volta, il Pianeta intero si e’ confrontato con una crisi di malnutrizione. Secondo il rapporto sulla nutrizione mondiale 2017, pubblicato il 4 novembre, tutti i 140 Paesi analizzati devono far fronte ad almeno una delle principali forme di questo fenomeno: il ritardo di crescita dei bambini, l’anemia presso le donne in eta’ riproduttiva e il sovrappeso degli adulti. L’80% di questi Paesi e' pesantemente toccato da due o tre di questi problemi.
    Se niente verra’ fatto per invertire la tendenza, nessuno dei diciassette "Obiettivi per lo sviluppo durevole", adottati nel 2015 dalle Nazioni Unite per “eradicare la poverta’, proteggere il Pianeta e garantire la prosperita’ per tutti”, sara’ raggiunto da qui al 2030. E risulterebbe una minaccia per lo sviluppo umano mondiale. E’ questa la constatazione molto inquietante che e’ stata fatta da un gruppo di esperti internazionali indipendenti nella quarta edizione di questo stato dei fatti annuale, il piu’ completo in materia. Soprattutto ci sono i numeri crudi che danno il capogiro. Nel mondo, 2 miliardi di persone soffrono di carenze all’alimentazione minima di base, come ferro, vitamina A o iodio; 155 milioni di bambini di meno di 5 anni (23%) presentano un ritardo di crescita, essenzialmente in Africa e in Asia, e 52 milioni di loro sono colpiti da una estrema magrezza; 1,5 miliardi di adulti sono in sovrappeso o obesi (32% degli uomini, 40% delle femmine), cosi’ come 41 milioni di bambini di meno di 5 anni. Complessivamente, una persona su tre soffre di malnutrizione, qualificata come “una nuova norma” dagli autori -che si basano sui dati delle agenzie Onu e dei singoli Paesi.
    815 milioni di persone hanno fame
    Ma sono anche le tendenze che destano preoccupazione. I dati sulla fame nel mondo evolvono verso una cattiva direzione: oggi, 815 milioni di persone si coricano con lo stomaco vuoto, una cifra in aumento in rapporto ai 777 milioni di persone recensite nel 2015, come ci fa sapere l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura nel rapporto di settembre. Inoltre, 38 milioni tra questi devono far fronte ad una insicurezza alimentare grave in Nigeria, Somalia, Sudan del Sud, Yemen, Etiopia e Kenya.
    Il numero di bambini di meno di 5 anni che soffrono di malnutrizione -responsabile di circa la meta’ dei decessi in questo ambito di eta’- e’ sicuramente diminuito in numerosi Paesi, ma questo calo non e’ stato cosi’ rapido per poter mettere la parola fine entro il 2030. Il numero di donne tra 15 e 49 anni che soffrono di anemia e’ aumentato rispetto al 2012, attestandosi al 38%, una patologia che comporta degli impatti a lungo termine sulla salute della mamma e del bambino.
    Infine, il sovrappeso e l’obesita’ sono in aumento quasi ovunque, sia nei Paesi ad alto reddito che negli altri. Nel continente nord-americano, un terzo degli uomini e delle donne sono obesi, mentre 10 milioni di bambini africani presentano un sovrappeso considerevole.
    Scappare dalla poverta’
    “E’ urgente reagire a questa situazione planetaria -dice Corinna Hawkes, copresidente del gruppo di esperti che ha fatto il rapporto e che dirige il Centre for Food Policy dell’Universita’ di Londra-. Si tratta di lottare contro tutte le cause di malnutrizione in modo completo”. La malnutrizione costa molto cara -10% del PIL mondiale. Ma al contrario, ogni dollaro investito offre un rendimento di investimento di 16 dollari, dice il rapporto.
    Perche’ una buona alimentazione sostiene lo sviluppo economico. I bambini che mangiano e soddisfano la loro esigenza di nutrizione, hanno il 33% di possibilita’ in piu’ di evitare la poverta’ in eta' adulta. In virtu’ di un migliore sviluppo cognitivo, si registrano risultati scolastici maggiori, oltre ad un maggiore tasso di remunerazione. La nutrizione e’ di fatto correlata all’aumento del PIL. “La prevalenza di ritardo nella crescita presso i bambini, diminuisce di circa il 3% per ogni tranche di aumento del 10% di reddito per abitante”, notano gli autori.
    Il sistema sanitario ne risulta ugualmente avvantaggiato. Migliorare l’alimentazione permette di ridurre le malattie croniche di origine alimentare, sia che si tratti di diabete, di malattie cardiovascolari, di ipertensione, ma anche numerose forme di cancro (esofago, colon, retto, reni)
    Approccio multisettoriale
    Che fare, quindi, per favorire questo problema cosi’ essenziale? Per gli esperti tutte le leve devono essere attivate: assicurare una produzione alimentare durevole, migliorare le infrastrutture che portano il cibo dai campi al piatto si’ da’ ridurre lo spreco alimentare (30% del cibo prodotto) e il suo cattivo igiene (responsabile del 50% dei casi di sottoalimentazione), incoraggiare l’allattamento, appoggiarsi su sistemi sanitari piu’ efficaci, favorire l’equita’, essenzialmente nei confronti delle donne, lottare contro la poverta’ e ridurre i rischi di conflitti o di catastrofi.
    “Dobbiamo fare azioni che abbiano una doppia o tripla funzione. Per esempio, lottare nello stesso tempo contro la sottoalimentazione e l’obesita’ implica di dover dare sufficienti calorie nelle mense scolastiche ma soprattutto delle buone calorie, spiega Corinna Hawkes. O ancora, favorire l’accesso all’acqua potabile riduce le diarree e di conseguenza il rischio di sotto-alimentazione, riuscendo quindi ad essere un’alternativa ai bisogni di zucchero associati all’aumento di peso”.
    Per lottare contro questa malnutrizione, il Senegal ha per esempio elaborato un piano quinquennale (2018-2022) che prevede l’intervento di 12 ministeri. “Si tratta di sostenere un’agricoltura domestica per assicurare che le famiglie piu’ vulnerabili siano in grado di produrre, a partire dal proprio giardino, alimenti di alto valore nutritivo”, dice Abdoulaye Ka, coordinatore nazionale del gruppo di lotta contro la malnutrizione in Senegal.
    “Dobbiamo anche integrare i modelli di educazine alimentare anche nella scuola -continua l’esperto, membro del comitato che ha fatto da consigliere agli autori del rappporto. A livello di sistema sanitario, le iniziative devono essere fatte con le consultazioni prenatali, per assicurare una buon alimentazione alle donne incinte e promuovere la dilazione delle nascite. Dei servizi di assistenza devono ugualmente seguire la crescita dei bambini, pesandoli e misurandoli tutti i mesi”. Costo del tutto: 300 milioni di euro.
    Finanziamento insufficiente
    E’ qui che c’e’ la maggiore sfida: nel finanziamento di queste iniziative e il doverle seguire nella realizzazione. Secondo il rapporto qui la situazione e’ deficitaria. I finanziatori non danno che solo lo 0,5% dell’aiuto pubblico allo sviluppo della lotta contro la sottoalimentazione, e lo 0,01% alla lotta contro l’obesita’ e le malattie legate al regime alimentare. In tutto 867 milioni di dollari (746 milioni di euro) sono stati dedicati all’alimentazione nel 2015, otto volte meno di quanto sarebbe necessario (70 miliardi di dollari in dieci anni).
    Il summit mondiale sull’alimentazione che si e’ tenuto a Milano dal 4 novembre ha anche l’obiettivo di coinvolgere maggiormente i governi, le agenzie internazionali, le dondazioni, le organizzazioni della societa’ civile e del privato. Dovranno essere esplicitati dei nuovi finanziamenti al livello di 640 milioni di dollari, portando la somma totale a 3,4 miliardi per i prossimi anni. Promesse che in seguito bisognera’ onorare.
    
    (articolo di Audrey Garric, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 04/11/2017)
    
    03-11-2017 15:36 I migliori 10 Paesi per viaggiare nel 2018
    Redazione
     Ci sono Paesi che il prossimo anno avranno molto da celebrare. Alcuni commemorano ricorrenze importanti; altri inaugurano nuove strutture che rendono piu’ appetibili le loro attrazioni turistiche al punto tale da divenire di moda e, semplicemente, festeggiano il fatto che saranno visitati dai viaggiatori piu’ esigenti ed esperti. Sono le destinazioni selezionate da Lonely Planet per il suo “Best in Travel 2018”, i dieci Paesi di cui si parlera’ di piu’ nei prossimi mesi.
    
    1 – CILE
    Bicentenario e nuove idee per percorrere il Paese 
    (nell'immagine: Vigogne (camellidi che vivono sulle Ande) nel parco nazionale di Lauca, Cile. Sullo sfondo il vulcano Sajama)
    Il Cile celebra nel 2018 il suo bicentenario come nazione indipendente, una eccezionale occasione per scoprire uno dei Paesi piu’ completi del Pianeta. Il Cile include nella sua sua silhouette stretta e allungata, paesaggi molto diversi che vanno dal gelo glaciale del sud al fuoco dei vulcani e i deserti piu’ estremi nel nord, in uno spazio che e’ isolato dal resto del Sudamerica (e del mondo) grazie alle altissime Ande ad est, l’oceano Pacifico ad ovest, l’arido deserto di Atacama a nord e la impenetrabile natura della Patagonia a sud. Tutto il Paese, insieme alla sua moderna capitale, nel centro del Paese, festeggiera’ nel 2018 i suoi 200 anni d indipendenza, insieme ai sempre piu’ numerosi visitatori che per l’occasione potranno brindare col suo famoso “pisco sur”.
    Santiago, una capitale fino a poco tempo fa poco apprezzata come destinazione, si e’ trasformata negli ultimi anni in una destinazione per gourmet, con chef che conquistano premi e ridefiniscono la cucina cilena a partire dai prodotti autoctoni. Inoltre e’ diventato un polo di attrazione artistica che fa a gara con Buenos Aires grazie alle sue arti sceniche, che contano su un nuovo e grande spazio per il prossimo anno con l’auditorio del Centro Gabriela Mistral.
    Di fronte a Santiago, Valparaiso, sulla costa, e’ diventata la citta’ piu’ agognata dai viaggiatori, piu’ bohemien, con caffe’ e paesaggi romantici. E insieme ad essa, tre luoghi si stanno affermando attirando l'attenzione dei visitatori: i vigneti color smeraldo e le botteghe della valle di Casablanca;gli impressionanti paesaggi della Patagonia e il suo famoso percorso a W -piu’ accessibile dal 2016 con l’ampliamento dell’aeroporto di Puerto Natales- cosi’ come il deserto di Atacama, che sta vivendo un boom di “astroturismo”, con nuovi alberghi dedicati all’osservazione delle stelle e affascinanti tour attraverso i vari osservatori.
    
     (Nell'immagine: Vista del parco Seoullo 7017, a Seul, progetto di ristrutturazione urbana di uno studio olandese)
    
    2 – COREA DEL SUD
    Giochi d’inverno e molta velocita’ 
    La Corea del Sud e’ una delle meraviglie asiatiche meno conosciute in occidente. Il Paese si e’ trasformato in no degli epicentri della modernita’ dell’Estremo Oriente, con una capitale futurista piena di grattacieli, Seul, che l’anno scorso ha avuto un grande lifting in occasione dell'inaugurazione del nuovo “Seoullo 7017”, un parco lineare con caffe’, bar e librerie in un vecchio cavalcavia progettato dallo studio olandese MVRDV.
    Ma nel 2018 la Corea si trasformera’ anche nella sede dei Giochi Olimpici invernali a Pyeongchang (dal 9 al 25 febbraio). E per questo inaugurera’ anche una linea ferroviaria ad alta velocita’ che potra’ portare i viaggiatori fino a li’. Dove si potra’ assistere ai giochi sportivi grazie a questo treno, che in momenti diversi (quando c’e’ bel tempo) ci potra’ far visitare le montagne e la vita urbana notturna. Il calendario del 2018 sara’ pieno di iniziative, tra cui i festival del freddo in inverno, fino ad eventi cinematografici. Per spostarsi c’e’ una estesa rete ferroviaria: quest’anno e’ stato inaugurato un servizio permanente di alta velocita’ tra Seul e Busan.
    In Corea c’e’ molto da vedere e in tanti ancora non lo sanno: montagne piene di storia, fiumi trasparenti su cui praticare rafting o 2.400 Km di costa per fare surf, nuotare e prendere il sole. Seul e Busan sono dei paradisi per gli appassionati di tecnologia i cacciatori di tendenze e le rarita’ culturali. In contemporanea, il Paese e’ pieno di tradizioni culturali che offrono esperienze come praticare lo zen alloggiando in un gradevole tempio o scoprire la storia nei palazzi della dinastia Joseon.
    E’ consigliabile andare in un hanok, quartiere tipico di stradine e basse case dove prendere confidenza con la tradizionale vita coreana, tra botteghe di artigiani, saloni da té, distillerie di soju (vino di riso) e pensioni con ondol (pavimenti in legno con riscaldamento tradizionale). Conviene anche gustare la cucina coreana, per esempio nel caotico mercato di Gwangiang, a Seul, con venditori che servono piatti di bibimbap (riso con verdure) e croccanti tortilla di molluschi.
    
     (Nell'immagine: Panoramica del borgo medievale di Obidos, Portogallo)
    
    3 – PORTOGALLO
    Un Paese a noi vicino che e’ di moda
    Che il Portogallo sia di moda e’ un dato di fatto indiscutibile. Il Paese si e’ scossa dalla sua tradizionale “saudade” per trasformarsi in un dinamica destinazione culturale e gastronomica. Negli ultimi due anni sono stati aperti numerosi musei e centri d’arte, proliferano le micro aziende di produzione artigianale di birra e gli chef portoghesi cominciano a conquistare una intera costellazione di stelle Michelin. A questa nuova ondata di modernita’ e attivita’ si devono sommare spiagge magnifiche (300 hanno la Bandiera Azzurra), parchi naturali e riserve di biosfera, fatto che non ci sorprende che nelle sue citta’ e regioni c’e’ sempre piu’ turismo.
    Ma nonostante questo, ci sono dei luoghi nascosti e tranquilli per scoprire i vigneti delle sue regioni viticole, le sue citta’ barocche, e i paesaggi marittimi delle sue localita’ costiere, con borghi medievali appollaiati in cima a colline -Marbao, Obidos, Montsanto...- o nei suoi arenile piu’ sconosciuti.
    Il Portogallo ha anche degli eccellenti mezzi di trasporto (molti a basso costo), e’ anche accessibile via Spagna grazie ad una buona rete stradale ed ha in generale prezzi altrettanto accessibili.
    
     (Nell'immagine: Vista del lago Assal, in Gibuti)
    
    4 – GIBUTI
    Il deserto piu’ estremo
    Pochi viaggiatori pensano di mettere il Gibuti nella propria lista dei Paesi da visitare, probabilmente per poca conoscenza o perche’ e’ un Paese che richiede una certa propensione per l’avventura. Situato in un incredibile angolo del Pianeta, questo piccolo Paese e’ nel luogo dove si produce la la divergenza di tre lastre tettoniche. Il magma bolle sotto una corteccia sempre piu’ fine e la superficie appare con deserti di aspetto marziano che sprizzano vapori attraverso dei camini, cosi’ come con laghi affondati sulle cui rive brillano grandi cristalli di sale. In termini geologici, il tutto puo’ sembrare una sorta di apocalisse finale, ma in termini umani e’ tutto uno spettacolo al rallentatore e un motivo per viaggiare in quelle zone. Se a tutto questo aggiungiamo una cultura originale, spiagge attraenti e possibilita’ incredibili per le immersioni, abbiamo molte ragioni per andare a Gibuti.
    Possiamo scoprire, per esempio, i cristalli di sale dell’affascinante lago Assal, un cratere rotondo di colline vulcaniche nere che costituiscono il punto piu’ basso dell’Africa, a 155 metri sotto il livello del mare. O fare un’escursione alla montagna di Goda, a 1.750 metri di altezza, per conoscere la bellezza dei tradizionali popoli afrarici. Il lago Abbe e’ un altro gioiello geologico che invita ad attraversare un paesaggio extraterrestre di comignoli appuntiti che espellono gas dalle profondita’ terrestri. Sorprendenti sono anche i graffiti neolitici nella rocca di Abourma e l’esotica baia di Ghoubbet, accovacciata nell’estremo ovest del golfo di Tadjoura, uno dei luoghi nel mondo dove ci si puo’ immergere con squali e balene molto vicini alle coste. Così vicini che è possibile vederli anche mentre si fa snorkeling.
    
     (Nell'immagine: Percorso trekking sulla costa di Punakaiki, nell’Isola Sud della Nuova Zelanda)
    
    5 – NUOVA ZELANDA
    Una nuova “Great Wlak” per scoprire a piedi gli Antipodi
    Questo e’ uno di quei Paesi che non delude su nulla. La sua incredibile naturalezza e la sua pionieristica protezione dell’ambiente, hanno trasformato la Nuova Zelanda nel paradiso dell’escursionismo. Non a caso “Il signore degli anelli” ha messo i suoi paesaggi tra i viaggi avventurosi, i suoi percorsi e sentieri lo erano anche prima di questo film: sono le “Great Wlaks”, grandi percorsi che conducono gli escursionisti in alcune zone selvagge piu’ straordinarie di tutto il Pianeta, come le Alpi del Sud. Nel 2018 si inaugura la decima di questa rete di grandi percorsi: la PIke29 Memorial Track, inaugurata in memoria dei 29 minatori morti nel 2010, con 45 Km di percorso da Backball fino a Punakaiki, nella costa selvaggia dell’isola Sud fino al parco nazionale Paparoa.
    Una delle migliori esperienze per escursionisti e ciclisti che chiedono di ammirare la selvaggia naturalezza della Nuova Zelanda, sempre in via di trasformazione, mentre assaporano il fango che bolle, i vulcani attivi e i ghiacciai che si fondono coi fiumi che, nel loro cammino verso l’oceano, attraversano spiagge di calori e attivita’ geotermica. Paesaggi in apparenza solidi che vanno oltre con una violenza ed una imprevedibilita’ inaspettata.
    La migliore scelta per i viaggiatori che chiedono di vivere una propria avventura, e’ seguire qualcuna delle dieci Great Wlks, percorsi di di escursionismo ch blandiscono la costa, si indirizzano verso le Alpi del Sud, consentono di esplorare scarpate, fluiscono nei fiordi e si avventurano ai fianchi dei vulcani.
    
     (Nell'immagine: Vista del porto Marsamxett, a La Valeta (Malta), al tramonto)
    
    6 – MALTA
    Un anno di capitale europea
    L’isola di Malta sara’ prossimamente al centro dell’attenzione dei viaggi quando La Valeta diventera’ Capitale Europea della Cultura 2018. Questo piccolo Paese insulare ubicato nel centro del Mediterraneo e con una densa e convulsa storia, celebrera’ questo avvenimento con molto barocco, musica pop, festival internazionali di cinema ed una biennale d’arte contemporanea.
    La cattedrale di San Giovanni e il Gran Porto de La Valeta saranno scenari di concerti e flotte commemorative. Come preambolo al grande evento, sono stati aperti alberghi boutique in alcuni antichi palazzi e talvolta anche dei nuovi ristoranti mantenendo l’ambiente tradizionale della capitale maltese.
    Visitare la nuova capitale culturale europea e’ una magnifica opportunita’ per scoprire il resto del Paese. Dai suoi templi preistorici fino alle fortificazioni del secolo SVII che sono sulle coste e una rete di gallerie -di catacombe e rifugi antiaerei- che trafiggono le loro viscere. Il 2018 sara’ anche un grande momento per mettere ala prova il rilassato modo di vita dell’isola e sfruttare le sue spiagge, che offrono 300 giorni di sole all’anno.
    
     (Nell'immagine: Chiesa del borgo di Stepantsminda, nella regione caucasica di Mtskheta Mtianeti, in Georgia)
    
    7 – GEORGIA
    Una Paese centenario nel Caucaso
    Sono cento anni, dopo la rivoluzione russa, che la Georgia e’ stata dichiarata Stato indipendente e nel 2018 questo Paese del Caucaso lo celebrera’ per tutto l’anno. Il miglior modo per farlo sara’ brindando con uno dei suoi eccellenti vini -i georgiani sono particolarmente orgogliosi di questo- anche viaggiando in aereo: i turisti saranno omaggiati con una bottiglia di rosso all’aeroporto di Tiblisi, la capitale, dopo il controllo del passaporto.
    La Georgia, collocata in un complicato crocevia in pieno Caucaso meridionale, e’ attorniata da Russia, Turchia, Armenia e Azerbaigian, vicini che hanno mantenuto il loro condizionamento al di la’ di una ampia e completa storia che oggi riesce ad essere al passo della modernita’ senza venir meno alle sue tradizioni, plasmate, per esempio, con antiche ricette di cucina in taverne nascoste dove si continua a brindare con acquavite per gli eroi di ieri e di oggi.
    Chi decidera’ di andare a visitarla nel 2018, scoprira’ un territorio spettacolare, con chiese ortodosse e le vette di altissime montagne, monasteri medievali arroccati in verde calli e citta’ scavate nelle scogliere.
    L’alto Caucaso e’ una regione perfetta per fare escursioni, praticare rafting, equitazione e sci. E quando arriva il caldo, a luglio e agosto, si puo’ sempre andare in montagna o sulle coste del mar Nero. Due raccomandazioni importanti: la prima, visitare i 15 monasteri delle grotte di Davit Garejia, alla frontiera con l’Azerbaigian, decorate di affreschi e murales; la seconda, avvicinandosi alla citta’ medievale di Vardzia, andare a visitare un monastero ancora tale, scavato in una grotta da quasi mille anni. Un ultimo motivo: il sorprendente rapporto qualita’-prezzo che la Georgia offri ai suoi visitatori.
    
     (Nell'immagine: Cascata di Chamarel, nella zona montagnosa interna dell’isola di Mauritius)
    
    8 – MAURITIUS
    50 anni di indipendenza
    Durante i secoli si e’ mantenuta ai margini della storia, ma ormai e’ tempo che’ questa idilliaca isola dell’oceano Indiano figura ttra le destinazioni migliori delle vacanze in tutto il mondo. Con delle spettacolari acque trasparenti, i suoi lussuosi resort e le sue barriere coralline che invitano all’immersione, Mauritius e’ una destinazione culturale mista ad evocative arie coloniali, in cui le differenti influenze storiche (africana, europea, hindu’) hanno creato una propria cultura creola.
    Nel 2018 Mauritius celebra i suoi primi 50 anni come nazione indipendente. Sara’ un buon momento per unirsi ai mauriziani nelle iniziative che commemoreranno la liberazione dal dominio britannico. Il giorno principale delle cerimonie che ci saranno tutto l’anno, e’ sempre il 12 marzo, quando la bandiera viene issata sull’ippodromo Champ de Mars, a Port Louis, e ci saranno sfilate militari, esibizioni aeree, concerti di musica e spettacoli di danze e di intrattenimento. Inoltre, i quattro colori della bandiera del Paese decorano i volti sorridenti dei bambini in tutta l’isola. In questa occasione, come negli anni precedenti, si offre ai visitatori il “dhal puri”, uno spuntino a base di curry e pitas; pesce piccante; classici piatti creoli come il rougaille e ananas, noci di cocco e punch di rum. Una cucina diversa che riflette la storia di un’isola occupata da olandesi, francesi e britannici, ed abitata dai discendenti di quelli che vi sono giunti a bordo di imbarcazioni mercantili.
    Trasformata in una delle destinazioni perfette per viaggi di nozze, il 2018 potrebbe essere un buon momento per scoprire Mauritius, molto ben al di la’ delle sue abbondanti e belle spiagge. Per esempio, facendo un’escursione nel parco nazionale dei Gargantes del Fiume Nero, dove ci sono specie endemiche dell’isola, come il kestrel (un tipo di falco, la colomba e il pappagallo di Mauritius. O visitando alcune delle piantagioni del secolo XIX e le sue tradizioni coloniali, come la lussuosa tenuta Eureka, in stile neoclassico italiano e con eleganti mobili vittoriani. Nonche’ scoprire la parte interna montagnosa dell’isola con circuiti d’avventura, come un percorso in mountain bike alla cascata Chamarel. E se vogliamo guardare l'isola com’era prima dell'arrivo dei primi esploratori, possiamo fare un volo di 90 minuti all'isola di Rodrigues, di origine vulcanica e circondata da una laguna e da una barriera corallina.
    
     (Nell'immagine: Vista della Torre di Shanghai tra la nebbia)
    
    9 – CINA
    La modernità raggiunge il gigante asiatico
    L’ultima rivoluzione cinese e’ la sua accelerata modernizzazione, specialmente durante gli ultimi due anni, in cui e’ stata sviluppata la maggior parte di rete ferroviaria ad alta velocita’ di tutto il Pianeta. E’ stato anche restaurato il palazzo imperiale di Pechino e nella Citta’ Probita sono stati aperti dei saloni che fino ad ora erano ad accesso limitato. Ma c’e’ di piu’: si puo’ visitare la colossale torre di Shanghai, il luogo panoramico piu’ alto del mondo, cosi’ come il centro culturale Design Society, inaugurato nel 2017 nella cosmopolita citta’ di Shenzhen, che include una galleria del londinese Victoria & Albert Museum.
    Visitare il paese piu’ popolato al mondo puo’ essere appassionante. Anche se la modernità rimuove un certo mistero e l'aria di avventura del viaggio, è un Paese enorme e con molti angoli ancora da scoprire. Alle icone piu’ classiche (la Grande Muraglia, la Via della Seta, la Citta’ Proibita, i guerrieri di Xian, e la metropoli di Shanghai), si uniscono altre destinazioni che fino a poco tempo fa erano sconosciute, come la provincia di Gansu, il gioiello della Via della Seta, o lo Yunnan. Mecca dello zaino in spalla nel sudest, luoghi che, da poco, sono molto piu’ accessibili grazie alle nuove linee ad alta velocita’.
    Un'occasione per verificare altri cambiamenti e nuove proposte che sono sorte in tutto il Paese, come la recente rivoluzione dei servizi igienici, cioè il miglioramento dei servizi igienici pubblici. O i vertiginosi ponti di cristallo costruiti velocemente e che offrono nuove prospettive dei burroni boscosi, nonché i miglioramenti delle destinazioni turistiche piu’ rinomate; il nuovo centro per i visitatori nelle grotte buddiste di Mogao, con un’antica citta’ ricostruita a Dantong e un percorso di birre artigianali attraverso il sud della Cina, a bordo del nuovo treno ad alta velocita’ Shanghai-Kunming.
    
     (Nell'immagine: Panoramica della Garden Route, sulla costa sud del Sudafrica)
    
    10 – SUDAFRICA
    Un anno in onore di Mandela
    Il prossimo 2018 sara’ l’anno di Nelson mandela: il Siafrica commemora il centenario della sua nascita con un programma ufficiale di eventi )sportivi, educativi, artistici) basati sul tema “Nelson Mandela Centenary 2018: Be the Legacy”, il cui principale obiettivo e’ ispirare le societa’ che hanno gli stessi valori attraverso mostre sulla trasparenza, sul rispetto, la passione e l’integrita’. Un attraente invito che, insieme ad un cambio di valuta molto favorevole (1 euro sono 16,33 rand africani), trasformano il 2018 in un anno eccellente per conoscere questo Paese. I suoi parchi di fauna selvatica, i suoi famosi vini, le sue spiagge e le sue citta’, come la cosmopolita Citta’ del Capo, con una cultura sempre all’avanguardia.
    Altre grandi attrazioni sono, come sempre, i safari fotografici, che in questo paese sono piu’ economici rispetto ad altre destinazioni africane. Ma per sfruttare la naturalezza selvaggia si possono trovare altre alternative: come le escursioni attraverso gli scoscesi picchi del parco Khahlamba-Drakensberg, i percorsi costieri del parco nazionale Garden Route, scoprire l’arte rupestre della Cederberg Wilderness Area o salire sulla Table Mountain, a Citta’ del Capo, considerata come una delle citta’ piu’ bele al mondo. Inclusa la riscoperta di Johannesburg, un citta’ che i viaggiatori prima evitavano e che attualmente trabocca modernita’ in quartieri come Maboneng, Norwood e Braamfontein.
    
    Qui alcuni nostri consigli per l'organizzazione di un viaggio
    
    02-11-2017 15:08 Mangiare bio. Fa bene?
    Redazione
     Nel momento in cui il dibattito e’ incentrato sul pesticida glifosato, uno studio europeo pubblicato nei giorni scorsi nella rivista scientifica “Environmental Health” fa il punto sugli effetti del bio sulla salute a confronto con le colture cosiddette convenzionali. Redatto grazie al Parlamento europeo, si basa essenzialmente sull’analisi di 300 documenti. Conclusioni: il bio potrebbe essere un bastione contro alcune patologie, ma “si rimane al livello di ipotesi”, dice Emmanuell Kesse-Guyot, una degli autori dello studio, epidemiologa e direttrice delle rierche all’Institut national de la recherche agronomique (Inra). Perche’? “Perche’ ci vogliono piu’ studi sulle persone per arrivare ad un livello dimostrato di prova”.
    Fino ad oggi pochi lavori sono stati condotti in materia. Perche’ sono lunghi e costosi. Tra i piu’ recenti, il programma di ricerca europea QLIF (Quality Low Input Food) “sui sistemi di produzione e filiere a basso impatto, tra cui l’agricoltura biologica, condotto dal 2004 al 2009” e la “meta-analisi fatta dall’Univerisita’ di Newcastle pubblicata a luglio eel 2014”, cosi’ come lo fa sapere l’Agenzia bio, una piattaforma nazionale francese di informazione ed iniziative per lo sviluppo dell’agricoltura biologica. In linea generale, tutti sottolineano i vantaggi del bio. Anche uno studio inglese pubblicato dall’American Journal of clinic nutrition nel 2009, che era stato occasione di polemica perche’ aveva escluso alcuni dati chiave, “cio’ che da’ un’immagine molto incompleta della realta’ della conoscenza scientifica in materia”, precisava all’epoca l’associazione Générations Futures.
    Probabile bastione contro le malattie
    Cosa dice in sostanza l’ultimo studio? …. l’uso di prodotti di fitosintesi (erbicidi, insetticidi…) e di sintesi, e’ molto limitato. Le eccezioni? In sostanza, degli antiparassitari per gli animali aspettando di trovare una efficace alternativa. Una media esposizione ai pesticidi ridurrebbe il rischio di malattie allergiche ma anche di sovrappeso. I prodotto caseari biologici, e puo’ darsi anche la carne, contengono piu’ acidi grassi omega-3 che non i prodotti convenzionali. Negli alimenti bio, si nota anche una maggiore presenza di vitamina C e di composti polifenolici, molecole essenziali nella lotta contro alcune malattie croniche. Degli studi epidemiologici hanno ugualmente fatto conoscere gli effetti nefasti di alcuni pesticidi sullo sviluppo cognitivo dei bambini rispetto agli attuali livelli di esposizione. Le donne che consumano regolarmente dei prodotti bio sarebbero ugualmente meno suscettibili di sviluppare un linfoma non hodgkineo, un cancro legato al sistema linfatico. Esiste dunque una fascia di ipotesi convergenti ma “bisogna continuare gi studi, perche’ non si conosce ancora la vera ripercussione sull’essere umano”, dice la ricercatrice, anche se la maggior parte dei consumatori bio hanno un particolare profilo
    Rare contaminazioni da parte del bio
    Quali sono le specifiche contaminazioni che potrebbero subire le coltivazioni bio? “Durante i trasporti in camion, poco disinfettati”, o a causa “del vento che deposita su delle aziende di agricoltura biologica dei pesticidi che provengono da altri campi vicini”, secondo Etienne Gangneron, della commissione bio della Fédération nationale des syndicats d’exploitants agricoles (FNSEA). Tuttavia, per evitare questo, diverse precauzioni possono essere adottate nei lotti bio e non bio. Anche se oggi questo regime e’ ancora debolmente diffuso, i numeri non cessano di crescere di anno in anno nel mondo. “Tra il 2015 e il 2016, si e’ passati dal 10 al 15% du francesi che dicono di consumare bio tutti i giorni”, ricorda Florent Guhl, direttore dell’Agenzia bio. In tutta la Francia questo mercato e’ cresciuto del 10% tra il 2013 e il 2015., per attestarsi sui 5,76 miliardi di euro nel 2016. Tassi che dovrebbero ancora crescere dopo la vicenda del glifosato. … “E’ un lavoro di lunga gettata quello per il passaggio dal convenzionale al bio. La domanda di bio ha bisogno di piu’ tecnologia”. Come? La lotta contro le cattive erbe che riducono i rendimenti. “Le alternative ai pesticidi esistono ma al momento sono pochi efficaci. Bisogna che la ricerca accompagni sul serio gli agricoltori”.
    
    (articolo di Aurore Couland, pubblicato sul quotidiano Libération del 02/11/2017)
    
    02-11-2017 12:11 La nuova moda. Ciò di cui ha bisogno la Turchia è un paio di baffi!
    Redazione
     In questi giorni, per i politici conservatori in Turchia è “in” portare i baffi. Come è “trapelato”sulla stampa vicina al regime, l’epidemia ha avuto inizio l’anno scorso. Il segretario di Stato dei servizi segreti, durante il colloquio settimanale, ha chiesto al presidente della Turchia il permesso di farsi crescere la barba. “La barba è fuori luogo, per i baffi, va bene” é stata la risposta. Al capo gabinetto, appena sopraggiunto, Erdogan ha chiesto: “Perché Lei non porta i baffi?” Al funzionario non é rimasto che rispondere: “Come desidera”. L’appuntamento successivo era col Vice premier, anche lui senza barba. E anche lui ha lasciato la conversazione con la condizione di farsi crescere un paio di baffi. Sull’onda della campagna scattata per uno scherzo, centinaia di uomini si sono fatti crescere i baffi. Un deputato, un costituzionalista, ha dichiarato con orgoglio che Erdogan lo ha indicato come “uno che detta la moda” in fatto di barba. Di seguito Erdogan ha raccomandato anche ai giornalisti lealisti di farsi crescere un paio di baffi. Uno ha creduto di poter trovare una scusa: “A me vengono come dei baffi da gatto”, ma Erdogan gli ha risposto: “I baffi dei gatti sono molto carini”.
    Le barbe, nell’Islam, sono considerate una dote naturale. E’ precetto che i baffi siano corti in modo che sia “visibile il rosso del labbro superiore”.
    Anche nei comuni si sta imponendo questa moda. Dietro ad essa c’è la perdita di voti del partito di governo nelle grandi città. Nel più recente referendum Erdogan, per la prima volta, ha perso i bastioni di Ankara e Istanbul. Adesso, di fronte alle elezioni presidenziali del 2019, vuole deporre i Sindaci eletti. Il Sindaco di Istanbul si è dimesso il mese passato pieno di accuse. Ma Melih Gökçek, sindaco di Ankara dal 1994, che si è accattivato, coi baffi, le simpatie di Erdogan, insieme con un altro paio di Sindaci, si rifiuta di andarsene. Nonostante una pressione del Palazzo durata settimane, le sue dimissioni non arrivano. “Sarà fatto quello che è necessario”, ha annunciato Erdogan. E immediatamente ha preso il via una campagna contro il sindaco dell’AKP [partito per la Giustizia e lo Sviluppo]. Il nuovo candidato, nel frattempo, si arriccia i baffi appena spuntati e aspetta il suo insediamento.
    
    (articolo di Can Dündar, pubblicato su “Die Zeit” del 28 ottobre 2017)
    
    02-11-2017 08:44 Eutanasia. Ex-presidente Provincia di Firenze, malato di Sla, allievo don Milani, chiede legge
    Redazione
    L'ex presidente della Provincia di Firenze Michele Gesualdi, malato di Sla, scrive ai presidenti di Camera e Senato. Non si tratta di favorire l’eutanasia, ma solo di lasciare la libertà consapevole di scegliere di non essere inutilmente torturati
    
    Carissimi, 
    mi chiamo Michele Gesualdi, qualcuno di voi probabilmente ha sentito parlare di me perché sono stato presidente della Provincia di Firenze per due legislature e allo scadere dei mandati sono stato sostituito da Matteo Renzi. Oggi vi scrivo per implorarvi di accelerare l’approvazione della legge sul testamento biologico, con la dichiarazione anticipata di volontà del malato, perché da tre anni sono stato colpito dalla malattia degenerativa Sla e alcuni sintomi mi dicono che il passaggio al mondo sconosciuto potrebbe non essere lontano. I medici mi hanno informato che in caso di grave crisi respiratoria può essere temporaneamente superata con tracheotomia come in caso di ulteriore difficoltà a deglutire si può ricorrere alla Peg (gastrotomia endoscopica percutanea). La Sla è una malattia spaventosa, al momento irreversibile e incurabile. Avanza, togliendoti giorno dopo giorno un pezzo di te stesso: i movimenti dei muscoli della lingua e della gola, che tolgono completamente la parola e la deglutizione, i muscoli per l’articolazione delle gambe e delle braccia, quelli per il movimento della testa, respiratori e tutti gli altri. Alla fine rimane un scheletro rigido come se fosse stato immerso in una colata di cemento. Solo il cervello si conserva lucidissimo insieme alle sue finestrelle, cioè gli occhi, che possono comunicare luce ed ombre, sofferenza, rammarico per gli errori fatti nella vita, gioia e riconoscenza per l’affetto e la cura di chi ti circonda. Se accettassi i due interventi invasivi mi ritroverei uno scheletro di gesso con due tubi, uno infilato in gola con attaccato un compressore d’aria per muovere i polmoni e uno nello stomaco attraverso il quale iniettare pappine alimentari. Per quanto mi riguarda in modo molto lucido ho deciso di rifiutare ogni inutile intervento invasivo ed ho scritto la mia decisione chiedendo a mia moglie di mostrarla ai medici affinché rispettino la mia volontà. Quando mia moglie e i miei figli mi hanno visto ridotto ad uno scheletro dovuto alla difficoltà di deglutire, mi hanno implorato di accettare almeno l’intervento allo stomaco per essere alimentato artificialmente, perché sarebbe stato un dono anche un solo giorno in più che restavo con loro. Questo mi ha messo in crisi e ho ceduto anche per sdebitarmi un po’ nei loro confronti. A cosa fatta, confermo tutti i motivi dei miei rifiuti, che consistono nel fatto che non sono interventi curativi, ma solo finalizzati a ritardare di qualche giorno, o qualche settimana, l’irreparabile, che per il malato significa solo allungare la sofferenza in modo penoso e senza speranza. Per i malati di Sla la morte è certa, e può essere atroce se giunge per soffocamento. C’è chi sostiene che rifiutare interventi invasivi sia una offesa a Dio che ci ha donato la vita. La vita è sicuramente il più prezioso dono che Dio ci ha fatto e deve essere sempre ben vissuta e mai sprecata. Però accettare il martirio del corpo della persona malata quando non c’è nessuna speranza né di guarigione né di miglioramento, può essere percepita come una sfida a Dio. Lui ti chiama con segnali chiarissimi e rispondiamo sfidandolo, come se si fosse più bravi di lui, martoriando il corpo della creatura che sta chiamando, pur sapendo che è un martirio senza sbocchi. Personalmente vivo questi interventi come se fosse una inutile tortura del condannato a morte prima dell’esecuzione. Come tutti i malati terminali negli ultimi cento metri del loro cammino, pregano molto il loro Dio, e talvolta sembra che il silenzio diventi voce e ti dica: «Hai ragione tu, le offese a me sono altre, tra queste le guerre e le ingiustizie sociali perpetrate a danno della umanità. Chi mi vuole bene può combatterle con concrete scelte politiche, sociali, sindacali, scolastiche e di solidarietà». Di fronte a queste parole rimane una grande serenità che ti toglie la voglia di piangere e urlare. Ti resta solo l’angoscia per le persone che ami e che ti amano. Quando mia moglie ha saputo che in caso di crisi respiratoria durante la notte non ha altra scelta che chiamare il 118 e che il medico di bordo o quelli del pronto soccorso possono rifiutarsi di rispettare la volontà del malato e procedere ad interventi invasivi, si è disperata e mi ha detto: «Se ti viene di notte una crisi forte non posso chiuderti in camera e assistere disperata in silenzio a vederti morire. Sarebbe per me un triplice dramma: tremendamente sola di fronte alla tragedia, non poter corrispondere a un tuo desiderio, anche se sofferto da me e dai figli, e l’immenso dolore di perderti». Per l’insieme di questi motivi sono a pregarvi di calarvi in simili drammi e contribuire ad alleviarli con l’accelerazione della legge sul testamento biologico. Non si tratta di favorire l’eutanasia, ma solo di lasciare libero l’interessato, lucido cosciente e consapevole, di essere giunto alla tappa finale, di scegliere di non essere inutilmente torturato e di levare dall’angoscia i suoi familiari, che non desiderano sia tradita la volontà del loro caro. La rapida approvazione della legge sarebbe un atto di rispetto e di civiltà che non impone ma aiuta e non lascia sole tante persone e le loro famiglie. 
    Michele Gesualdi
    
    02-11-2017 01:08 Legalizzazione marijuana. 64% americani favorevoli
    Redazione
     Un nuovo sondaggio della Gallup fa vedere che, a supporto della fine del proibizionismo sulla marijuana, il 64% degli americani e’ oggi a favore della legalizzazione.
    Il sostegno alla legalizzazione della marijuana è aumentato costantemente nel quasi mezzo secolo in cui Gallup ha fatto sondaggi su questo tema. La maggioranza degli americani, in tutto lo spettro politico, ora crede che la marijuana dovrebbe essere legalizzata, con il 51% dei repubblicani, il 72% dei democratici e il 67% degli indipendenti che sostengono la legalizzazione. Allo stesso tempo, il consenso verso il presidente Trump si sta avvicinando al minimo mai registrato prima.
    "La legalizzazione della marijuana è molto più popolare di Jeff Sessions o di Donald Trump e sopravviverà ad entrambi", ha dichiarato Maria McFarland Sánchez-Moreno, direttore esecutivo della Drug Policy Alliance. "Invece di perdere le limitate risorse per applicare la legge e tentare di fermare le iniziative di legalizzazione a livello statale, i funzionari americani dovrebbero ascoltare il messaggio chiaro e bipartisan che l’opinione pubblica invia loro, e sostenere anche la riforma federale della marijuana".
    Nel 2012, gli elettori degli Stati di Colorado e Washington hanno approvato le prime due leggi statali statunitensi che legalizzavano l’uso della marijuana per gli adulti di 21 anni e oltre. Nel 2014, gli elettori hanno approvato leggi di legalizzazione in Alaska, Oregon e Washington D.C. Nel 2016, gli elettori in California, Maine, Massachusetts e Nevada hanno fatto raddoppiare il numero di Stati che disciplinano legalmente la marijuana, portando il totale a otto. Come sempre più Stati legalizzano, piu' il supporto popolare per la fine del divieto della marijuana continua a salire. Il numero di americani a favore della legalizzazione della marijuana è aumentato del 14% a partire dal 2011, l'anno prima che Washington e Colorado legalizzassero la marijuana.
    Questo consenso è probabilmente dovuto al successo degli attuali programmi di legalizzazione della marijuana. Un rapporto sulla politiche in materia di droghe ha scoperto che, dal momento che il possesso per gli adulti della marijuana è diventato legale, Colorado, Washington, Alaska e Oregon hanno registrato una drastica riduzione degli arresti e delle condanne giudiziali per marijuana, nonché un aumento di introiti fiscali. Allo stesso tempo, questi Stati non hanno avuto aumenti nel consumo della marijuana da parte dei giovani e neanche aumenti di incidenti stradali.
    Con un sostegno cosi’ ampio alla legalizzazione della marijuana, i sostenitori di una riforma della legge sulla marijuana hanno un'occasione unica per non solo legalizzare la marijuana ma anche cominciare a riparare i danni causati dal divieto di questa sostanza. È d’obbligo che le nuove strategie di legalizzazione della marijuana seguano e si basino sulla “Proposition 64” della California: The Adult Use of Marijuana Act.
    Le disposizione all’avanguardia della “Proposition 64” includono la depenalizzazione dell'uso della marijuana per i minorenni; riforme retroattive a livello mondiale per i reati di marijuana; rimozione delle barriere all'industria della marijuana per le persone con precedenti penali; reinvestimento de ricavi della marijuana in comunità maggiormente penalizzate dall'applicazione della vecchia normativa; interventi di ripristino ambientale ed idrico; protezione per le piccole imprese e gli agricoltori. La “Prop 64” inoltre istituisce un sistema completo e strettamente controllato per tassare e regolamentare le imprese di produzione e distribuzione della marijuana nell’ambito di un mercato legale.
    Il senatore Cory Booker (D-NJ) ha recentemente introdotto la Legge sulla Giustizia della Marijuana, un disegno di legge su modello della Prop. 64 che cancella la proibizione della marijuana a livello federale e prevede inizuiative a favore delle comunità più devastate dalla guerra contro la droga.
    "La questione non è più se dobbiamo legalizzare la marijuana, ma piuttosto come dovremmo farlo", ha aggiunto McFarland Sánchez-Moreno. "The Marijuana Justice Act legalizzerebbe la marijuana nel modo giusto, non solo per fermare i danni dovuti ai divieti, ma anche per cominciare ad affrontare la devastazione che hanno fatto questi divieti, in particolare tra le comunità di colore".
    
    (articolo di Jolene Forman, della Drug Policy Alliance, pubblicato sulla rivista dell’associazione del 31/10/2017)
    
    01-11-2017 16:14 Crisi Usa degli oppiacei. Le varie cause del problema
    Redazione
     L'epidemia di oppiacei è motivo di angoscia nazionale profonda negli Stati Uniti: al momento uccide quasi 100 americani ogni giorno, più degli incidenti automobilistici. Il presidente Donald Trump ha dichiarato ufficialmente l'epidemia un'emergenza nazionale di sanità pubblica. Sebbene non abbia assegnato altri finanziamenti federali per affrontare la crisi, l'annuncio potrebbe accelerare gli sforzi a livello federale, statale e locale per individuare e attuare modi per combatterla. Dato che la sua amministrazione si sforza in merito, ne avrebbe beneficio se attingesse al sempre maggiore numero di ricerche che esaminano le origini e gli effetti medici ed economici di questa crisi.
    Ogni parte del Paese sta combattendo la dipendenza dagli oppiacei, ma gli Stati più colpiti sono Ohio, West Virginia e New Hampshire. I più recenti dati del National Survey on Drug Abuse and Health, ci dicono che il problema concerne 51.200 americani nel 2015. Sulla base di stime ponderate, 92 milioni, o il 37,8% degli adulti americani, ha utilizzato oppiacei prescritti durante l'anno precedente (2014); 11,5 milioni, 4,7%, ne ha fatto abuso; e 1,9 milioni, 0,8%, hanno avuto conseguenze sanitarie. L'epidemia si sta diffondendo così velocemente che probabilmente i numeri sono più alti.
    Per fare un confronto, ci sono 17,1 milioni di pesanti consumatori di alcol tra gli adulti oltre i 18 anni, secondo l'indagine del 2015. Ma l'aumento rapido dell'epidemia di oppiacei, la mortalita’ e gli effetti deleteri sulla società americana, stanno facendo preoccupare tutto il Paese.
    È probabile che ci siano più cause per il problema. I medici hanno fatto la loro parte. "Abbiamo iniziato", ha commentato il chirurgo Atul Gawande rispondendo a Sarah Kliff di Vox in un'intervista a settembre. Gawande ha riconosciuto che, nel tentativo di curare meglio il dolore alla metà degli anni '90, i medici hanno fatto molte piu’ prescrizioni di oppiacei senza una adeguata attenzione alle conseguenze. Molti esperti all’epoca sostenevano che il dolore era stato troppo poco considerato nelle abituali pratiche mediche.
    Sono state coinvolte anche alcune aziende farmaceutiche. Diverse indagini hanno evidenziato che i produttori di farmaci avrebbero alimentato l'epidemia per aumentare i propri profitti. Nel mese di settembre, il senatore Claire MacAskill del Missouri, ha pubblicato i primi risultati di una sua inchiesta sui produttori e sui distributori di oppiacei, facendo sapere che una società, Insys, "ha ripetutamente impiegato tecniche aggressive e probabilmente illegali per far aumentare le prescrizioni".
    Il ruolo delle assicurazioni sanitarie e’ stato considerato meno, ma un’indagine più recente (New York Times e ProPublica) ha messo in evidenza come i metodi di queste assicurazioni, limitando l'accesso ai farmaci e ai trattamenti contro le dipendenze rendendoli piu’ costosi, abbiano favorito un facile accesso agli oppiacei.
    Inoltre, le componenti socioeconomiche giocano una parte importante nell'epidemia. La disoccupazione, la mancanza di assicurazione sanitaria e la povertà sono tutte condizioni che portano ad un maggiore abuso di oppiacei, e conseguenti malattie.
    Naturalmente, questi svantaggi finanziari potrebbero essere conseguenze, non cause, dell'epidemia, ma sembra plausibile che la disperazione e i traumi sociali siano responsabili solo in parte. La distribuzione geografica di queste situazioni sta evidenziando: le aree di dislocazione sociale, come quelle povere e densamente popolate delle città, e l'Appalachia, dove c’e’ uno dei più alti tassi di dipendenza. Le minoranze razziali ed etniche nelle aree urbane hanno storicamente lottato contro le difficoltà economiche e l'alto tasso di uso di droghe. Ma, poiché le comunità rurali degli anni '70 sono state colpite da un forte calo dei posti di lavoro, ciò ha portato ad elevati tassi di disoccupazione, insicurezza finanziaria e poche opzioni di miglioramento, costituendo cosi’ una buona base per un maggiore uso di sostanze, tra cui gli oppiacei.
    I tassi di mortalita’ da abusi di oppiacei hanno registrato un aumento tra i bianchi americani in età lavorativa. La storia ci offre solo un altro recente esempio di un grande Paese industrializzato dove i tassi di mortalità sono aumentati nello stesso tipo di popolazione: la Russia nei decenni prima e dopo il crollo dell'Unione Sovietica. I contesti economici e sociali erano estremamente simili, e l'abuso di sostanze è stato un fattore dominante in entrambi i Paesi: l'alcool in Russia, gli oppiacei negli Stati Uniti. L'esperienza russa, come quella americana, è stata alimentata in parte dalla dislocazione sociale, quando l'economia dell'Unione Sovietica è crollata e i lavoratori russi hanno subito una drammatica perdita di sicurezza finanziaria.
    I ricercatori stimano che il costo economico dell'epidemia americana di oppio possa essere pari a 80 miliardi di dollari l'anno, anche escludendo il valore economico della perdita di una vita. Per coloro che vivono con una dipendenza, è molto difficile mantenere un'occupazione regolare: quasi un terzo degli uomini che avrebbero l’eta’ giusta per una prima occupazione ma che non lavorano prendono quotidianamente farmaci per il dolore in seguito ad una prescrizione (cosi’ i dati dell'economista di Princeton, Alan B. Krueger, del 2016 ). In merito a questa ricerca, Krueger ha recentemente stimato che gli oppiacei potrebbero dare un loro contributo per circa il 20% nell’impedire il lavoro dal 1999 al 2015. Questa riduzione della percentuale di americani in età lavorativa, disoccupati, è allarmante. Secondo Krueger: il calo di presenza lavorativa è maggiore nelle contee dove sono prescritti farmaci piu’ a base di oppio. Pur se questa ricerca non è esaustiva, la connessione tra oppiacei e produttività economica è certamente significativa.
    Ma il fatto che la dipendenza da oppiacei sia causa o risultato di una diffusa dislocazione economica in America, può a questo punto essere un fatto accademico. Per Krueger, "Indipendentemente dalla direzione della causalità, la crisi degli oppiacei e la partecipazione alla depressione della forza lavoro sono ora intrecciati in molte parti degli Usa."
    Contro l'epidemia si richiede un approccio multiplo. Rendere più ampiamente disponibili i trattamenti delle tossicodipendenze è un primo passo. Molti assicurazioni non coprono questo trattamento, e molte persone che lottano con la dipendenza non hanno assicurazione. Nella maggior parte degli Stati, Medicaid copre meno della metà dei costi dei trattamenti, ma i ricercatori di Harvard hanno scoperto che gli Stati che hanno reso piu’ accessibile Medicaid e promuovono attivamente l’uso del naloxone, hanno registrato una maggiore riduzione delle morti connesse agli oppiacei rispetto ad altri Stati che non lo hanno fatto.
    Oltre al trattamento per le dipendenze, i medici devono riconsiderare il modo in cui trattare il dolore -e dovrebbero utilizzare di più programmi di monitoraggio dei farmaci prescritti per identificare i casi sospetti collegati agli oppiacei- e le assicurazioni devono intervenire in merito. Per le coperture non assicurate, una specifica legge potrebbe contribuire ad aumentare l'accesso alla prevenzione, eliminando in parte la necessità di antidolorifici. Alla fine, però, la dipendenza dagli oppiacei e dal loro più diffuso cugino, l’alcol, può essere riflesso di problemi sociali ed economici profondamente radicati che non potranno mai pienamente essere affrontati in campo medico. Naloxone e riabilitazione non trattano mai la disoccupazione, la povertà, la mancanza di opportunità economiche e la disperazione che ne deriva. Ciò necessita di un intervento dell'economia, non di riabilitazione.
    
    (articolo di David Blumenthal, presidente del Commonwealth Fund, pubblicato sulla Harvad Business Review del 26/10/2017)
    
    01-11-2017 11:44 Strisce pedonali 3D. Maggiore sicurezza?
    Redazione
     Un passaggio pedonale che da’ l’illusione di essere in tre dimensioni. E’ attivo in modo sperimentale in Francia, con dei precedenti in India e Belgio, a Cysoing (Nord), per far rallentare le autovetture vicino ad un scuola. “Un metodo di attrarre l’attenzione degli automobilisti, soprattutto perche’ si rendano conto che non hanno sempre comportamenti civici nei confronti dei pedoni”, spiega il Sindaco Banjamin Dumortier (destra), che e’ l’autore dell’iniziativa.
    Un gioco di colori tra bianco, grigio e nero, visibile di notte, da’ un efetto a tre dimensioni, percettibile dai conducenti di veicoli. “Le abbiamo messe in un luogo strategico, vicino ad una scuola materna”, che potrebbe essere poi usato in modo piu’ diffuso nelle zone di questa cittadina di 5.000 abitanti in cui vige un limite di velocita’ di 30 Kmh.
    Gli automobilisti si arrestano maggiormente? “Questa rimane una responsabilita’ dei singoli conduttori”, dice il Sindaco, che sottolinea come questa sia stata una buona occasione per riparlare di sicurezza. Secondo lui, li’ dove la velocita’ e’ piu’ elevata, i conducenti rischiano di sbattere, e questo grazie all’effetto sorpresa dovuto all’impressione di un ostacolo.
    Due volte più costose rispetto alla marcatura tradizionale dell’asfalto
    Secondo l’azienda che le ha realizzate, questo effetto di rilievo che deriva dall’associazione di diversi colori e linee volanti che disegnano delle ombre, come se fosse un "trompe l’oeil", dovrebbe responsabilizzare i conducenti e i pedoni. “Si vedono le cose in modo diverso”, dice Eric Vandoolaeghe, direttore generale di T1, del gruppo Helios, specializzato in manutenzione stradale specifica. Dopo che era stata loro rivolta una richiesta da parte dell’amministrazione, sono stati in grado di realizzarla nel giro di pochi giorni. Secondo lui, questi passaggi pedonali, due volte piu’ costosi rispetto a quelli classici, “dovrebbero moltiplicarsi ovunque”. Alcuni Comuni in Isère, in Bretagna, a Rouen e vicino a Bordeaux, hanno gia’ fatto sapere di essere interessati. “In India, i risultati sono piuttosto incoraggianti”. Ma al momento non si hanno ancora riscontri sull’efficacia da parte degli addetti alla sicurezza stradale.
    
    (da un articolo del quotidiano Le Monde del 31/10/2017)
    
    01-11-2017 00:14 Cambiamento climatico. C'e' gia' un impatto sulla nostra salute. Rapporto
    Redazione
     Colpi di calore, perdita di produttivita’, aumento delle malattie trasmesse attraverso le zanzare… Il cambiamento climatico ha gia’ un impatto concreto sulla nostra salute, avverte un rapporto pubblicato il 31 ottobre, che ha invitato ad “accelerare la transizione verso una societa’ senza carbone”.
    “I sintomi” provocati dall’aumento delle temperature medie e la moltiplicazione degli “eventi climatici estremi” sono “evidenti da alcuni anni, e gli impatti sulla salute sono ben esplosi in un modo prima inconcepibile”, sottolinea il documento pubblicato dalla rivista medica britannica The Lancet.
    Per esempio, tra il 2000 e il 2016,il numero di persone colpite dalle ondate di calore e’ aumentato fino a 125 milioni, raggiungendo un record di 175 milioni di persone esposte nel 2015, con le conseguenze per la loro salute “dallo stress termico o colpo di calore al peggioramento di una insufficienza cardiaca pre-esistente o ad un maggiore rischio di insufficienza renale legata ad una disidratazione”. Nello stesso periodo, la crescita delle temperature ha di conseguenza ridotto del 5,3% la produttivita’ dei lavoratori nelle zone rurali, stima il rapporto.
    Il riscaldamento del clima ha anche ampliato il campo d’azione delle zanzare portatrici della dengue, aumentando la sua attitudine a trasmettere la malattia del 9,4% rispetto al 1950, mentre il numero di persone infette era pressocche’ moltiplicato per due ogni dieci anni.
    Una moltiplicazione dei fenomeni climatici estremi
    Chiamato “Conto alla rovescia sulla salute ed il cambiamento climatico”, questo rapporto intende misurare tutti gli anni, fino al 2030, i progressi realizzati da quaranta indicatori chiave su salute e cambiamento. Lanciato nel 2015, e’ stato elaborato da ventiquattro organismi di ricerca ed organizzazione internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanita’ (OMS) e l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM). I suoi autori riconoscono che e’ difficile dipanare gli impatti legati al cambiamento climatico tra quelli causati dalla demografia, la poverta’ o l’inquinamento.
    Tra il 2000 e il 2016, il numero di catastrofi climatiche (uragani, inondazioni, siccita’…) e’ aumentato del 46%. Se non si puo’ ancora attribuire con certezza questo fenomeno al cambiamento climatico, il legame e’ “plausibile”, e non c’e’ dubbio che ci sara’, nel futuro, un aumento della “frequenza e gravita’” di questi episodi.
    Dopo quindici anni di “relativa inattivita’”, i progressi verso una societa’ a “basso-carbone” e per adattarsi al cambiamento climatico, si sono accelerati in questi ultimi cinque anni, essenzialmente in occasione dell’accordo di Parigi sul clima.
    Ma in vista della moltiplicazione dei fenomeni climatici estremi, di numerose “barriere tecnologiche, finanziarie e politiche”, rimane da andare oltre, in particolare nei Paesi a debole o basso reddito, per adattarsi e limitare l’impatto sulla salute.
    
    (da un lancio dell’agenzia France Presse – AFP del 31/10/2017)
    


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