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  • 07/03/2005 La Chiesa e il Lavoro (Armando Tursi, www.lavoce.info)

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    Due idee assai diffuse sulla dottrina sociale della Chiesa cattolica (Dsc) meritano di essere corrette.
    La prima è che la Dsc avrebbe subito una sorta di subalternità culturale in passato rispetto al liberismo economico e negli ultimi decenni rispetto alle dottrine economico-politiche socialiste e marxiste (ma Vilfredo Pareto taccia di socialismo già la Rerum Novarum di Leone XIII, del 1891). Quest’idea è sbagliata perché colloca la Dsc sul piano economico-politico proprio di quelle dottrine, invece che sul piano teologico-etico, che le compete. Ciò non significa, ed è questa la seconda idea meritevole di critica, che la dottrina sociale della Chiesa interessi soltanto i credenti: uno sguardo appena più attento rivela che ha da dire qualcosa di assai peculiare e per nulla scontato a tutti, credenti e non.

    I punti fermi del magistero pontificio in materia sociale

    Con una buona dose di semplificazione, i cardini etico-teologici del magistero sociale cattolico possono essere identificati nei principi della dignità della persona e della destinazione universale dei beni.
    La dignità della persona non è il concetto vago e buono per tutte le necessità dialettiche, di cui si fa talvolta abuso nel dibattito politico e sindacale. Implica, molto precisamente, che "l’ordine delle cose dev’essere adeguato all’ordine delle persone e non viceversa", e che bisogna "considerare il prossimo come un altro sé stesso, tenendo conto prima di tutto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente". (1)
    La dignità del lavoro, in particolare, implica, nel concreto svolgimento dei processi produttivi, la prevalenza della "dimensione soggettiva del lavoro" (l’uomo che lavora) rispetto a quella "oggettiva" (il ruolo svolto dal lavoro umano nelle specifiche contingenze storico-sociali): "il lavoro umano ha un suo valore etico, il quale (…) rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona". Laddove "persona", nell’accezione propria della dottrina cattolica, non è semplicemente un essere sensibile, intelligente e cosciente, ma è l’"essere unico e irripetibile" che sta dietro tali capacità, sicché "non sono l’intelligenza, la coscienza e la libertà a definire la persona, ma è la persona che sta alla base degli atti di intelligenza, di coscienza e di libertà".  Ciò non significa che la Dsc accrediti l’idea che i diritti dei lavoratori - in primis, quelli a contenuto economico - costituiscano una sorta di variabile indipendente rispetto al resto della società.
    La "giustizia sociale" cattolica, infatti, non è una forma di giustizia "alternativa" a quella commutativa-individuale, ma è la declinazione sul piano delle strutture sociali dell’unica nozione di giustizia, che si fonda sulla "volontà di riconoscere l’altro come persona", consiste nel "dare a ciascuno ciò che gli è dovuto" e implica la finalizzazione del sistema sociale al "bene comune", sì da permettere "alle collettività e ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente". Si spiega così, per fare due esempi significativi, come, senza contraddizione, da un lato la giustizia sociale esiga che "per quanto possibile, il salario venga temperato in maniera che a quanti più è possibile sia dato di prestare l’opera loro". Dall’altro, che il diritto al riposo festivo debba essere riconosciuto senza concessioni al produttivismo, giacché il lavoro non assorbe l’intera esistenza, e lasciare uno spazio franco per la dimensione spirituale è precetto la cui saggezza oggi non sfugge nemmeno alla cultura laica.
    Il principio del bene comune rimanda, poi, all’altro fondamentale principio della "destinazione universale dei beni": il lavoro è una forma di attività umana attraverso cui ciascuno svolge il compito di amministrare con diligenza e rettitudine i beni materiali che gli sono stati donati "per essere partecipati a tutti, secondo la regola della giustizia che è inseparabile dalla carità". Si tratta di un principio che ricomprende ogni forma di lavoro (quello dell’imprenditore come quello dei suoi collaboratori; quello "di mercato" con quello "fuori mercato") sotto il segno della diligenza e del bene comune; e che integra la "libertà d’impresa" con la "carità sociale". Ma anche la carità è un valore che va interpretato in chiave teologica e non pauperistico-pietistica. Poiché è un riflesso della pari dignità delle persone e della destinazione universale dei beni, trascende la stessa giustizia: "non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia". La carità è indispensabile per dare alla giustizia quella concretezza umana inattingibile non meno dalle concezioni socialiste che da quelle utilitariste o contrattualiste.
    Collocata su questo sfondo teologico, la liberazione dal "lavoro alienato", che è stato il problema socio-politico dominante nel secolo scorso, appare come inessenziale. Il vero problema della modernità è , semmai, quello di superare la concezione del lavoro come "totalità antropologica", mercé la sua riconduzione a una dimensione che non copra l’intero essere.  Ciò non toglie che, nella dimensione della produzione, vada riconosciuta la "priorità intrinseca del lavoro rispetto al capitale". Tuttavia, tale priorità presuppone il riconoscimento del "diritto naturale alla proprietà privata", della "libertà d’impresa" e della "giusta funzione del profitto, "come primo indicatore del buon andamento dell’azienda".
    La piena legittimazione della libertà d’impresa si proietta, peraltro, ben oltre la polemica ormai datata con le ideologie socialiste, mostrando assonanze con le moderne teorie della concorrenza: è ancora dal principio della destinazione universale dei beni che discende l’illegittimità della proprietà quando essa serva "a impedire il lavoro di altri, per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione". Del resto, è sempre dal principio di universale destinazione dei beni che deriva un importante corollario "produttivistico": "la proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza; deve perciò farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri".

    La Dsc nel conflitto tra "valori" ed "economia"

    La dottrina sociale della Chiesa presenta per i laici un aspetto particolarmente interessante: la capacità di offrire una visione d’insieme dei problemi sociali che, proprio in quanto rinvia a una dimensione fondativa di carattere, insieme, teologico e antropologico-etico, si rivela aperta, sul piano storico, a forme di contemperamento tra efficienza economica e giustizia sociale più ampie e meno polarizzate di quanto non consentano le coordinate teoriche in cui è attualmente imprigionato il dibattito su questa materia tra gli studiosi di scienze sociali.
    Offre pure un solido fondamento etico alla responsabilità sociale delle imprese : i capisaldi concettuali della Rsi (centralità dell’impresa nell’economia; centralità della persona umana, e non del capitale, nell’impresa; funzione etica del profitto) vi si ritrovano, infatti, chiaramente affermati, col guadagno, però, di un ancoraggio etico che rende possibile attribuire alla Rsi una dimensione autonoma rispetto a quella giuridica.
    Per venire a un tema molto attuale, poi, la Dsc offre un’ottima giustificazione della distinzione concettuale e regolativa tra lavoro subordinato, autonomo-dipendente, e autonomo indipendente. L’unificazione delle tre aree, infatti, potrebbe giustificarsi solo in nome di un’istanza assorbente di tutela socio-economica. Ma se viene in rilievo il beninteso rispetto della dignità umana, si rende necessario differenziare le situazioni in cui essa è esposta direttamente al rischio dell’offesa da parte di un soggetto che sia titolare di un potere gerarchico (subordinazione), da quelle in cui l’esigenza è essenzialmente quella di riequilibrare uno squilibrio economico-sociale. Per concludere, il "diritto del lavoro", come non è riducibile al diritto della concorrenza, nemmeno è riducibile al "diritto sociale": è il diritto che tutela la dignità delle persone che lavorano, e solo in quanto tale promuove la giustizia sociale e l’eguaglianza nel mondo del lavoro.

    (1) Le citazioni sono tratte da encicliche papali di Leone XIII (Rerum Novarum, 1891), Pio XI (Quadragesimo anno, 1931), Giovanni Paolo II (Dives in misericordia, 1980; Laborem exercens, 1981; Centesimus Annus, 1991); dalla Costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, 1966; e dal "Catechismo della Chiesa cattolica".

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