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  • 28/04/2005 L'Istat che vorremmo (Andrea Ichino, Giovanni Barbieri, www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    Nonostante qualche recente passo avanti, l'Istat è ancora molto lontano dagli standard di altri paesi per quel che riguarda la quantità, la qualità e la facilità di accesso ai dati per la ricerca. Questo ritardo è dovuto in parte alla famigerata disciplina per la tutela della privacy (vedi i precedenti interventi su www.lavoce.info) (1). Tuttavia, grazie al "Codice deontologico" recentemente approvato, l'Istituto ha margini di azione che potrebbe sfruttare meglio.

     

    Non solo tutela della privacy

    Ma agli effetti della tutela della privacy, si aggiunge anche un'inspiegabile inefficienza dell'Istat nel fare almeno quello che in altri paesi è considerato del tutto normale. Ad esempio, rendere i dati del censimento disponibili in meno di quattro anni dalla raccolta (2).
    Oppure, fare in modo che i file standard delle poche banche dati disponibili siano direttamente scaricabili dal sito dell'Istat a prezzi accessibili a chi fa ricerca (si veda ad esempio quello che offre lo UK Data Archive: http://www.data-archive.ac.uk). O, almeno, raccogliere quelle informazioni elementari la cui mancanza in Italia lascia letteralmente di stucco chi ci osserva dall'estero.
    Per esempio, non è possibile ottenere attraverso l'Istat il salario individuale in un campione rappresentativo della popolazione. E tanto meno è possibile ottenere questo dato per un numero sufficiente di anni insieme ad altre informazioni sugli individui stessi, tra cui, in particolare, la loro collocazione geografica.

    Dati e dibattito politico-economico

    In un paese in cui si discute all'infinito nei salotti televisivi, sulle pagine dei quotidiani e nelle famiglie di fenomeni statistici come la "perdita di potere d'acquisto dei salari", il "costo del lavoro", le "gabbie salariali", la "disuguaglianza salariale", le "insostenibili condizioni economiche dei lavoratori precari", l'Istat non è in grado di offrire a chi fa ricerca il dato statistico elementare con cui misurare e spiegare questi fenomeni. E il risultato è che tutti discutono sulla base di pregiudizi ideologici e di aneddoti privi di qualsiasi rappresentatività, senza minimamente curarsi di misurare correttamente i fatti.

    L'Istat mi risponderà che, riguardo ai salari, le cose cambieranno presto con la nuova Indagine trimestrale sulle forze di lavoro. Ma allo stato attuale, l'informazione non è ancora disponibile perchè, dice il sito, ancora in fase sperimentale e soggetta al controllo dell'Eurostat. In ogni caso, con o senza i salari, gli altri dati dell'Indagine trimestrale non sono scaricabili direttamente dal sito e costano la ragguardevole cifra di 90 euro per quadrimestre (irraggiungibile, ad esempio, per i giovani ricercatori universitari notoriamente privi di fondi di ricerca). Un prezzo così elevato scoraggia chiunque dall'eseguire quelle elaborazioni preliminari necessarie per decidere se effettuare ricerche più approfondite. Anche se l'Istat fosse un monopolista che massimizza i profitti (cosa che chiaramente non è, e non dovrebbe essere), non sarebbe probabilmente conveniente fissare un prezzo così alto

    Le colpe di Eurostat

    A giustificazione dell'Istat, bisogna ammettere che la Comunità europea e Eurostat non sono esenti da colpe gravi in fatto di dati per la ricerca, sia per quel che riguarda le direttive sulla privacy, sia per quel che riguarda la predisposizione di dati per la ricerca. Ad esempio, è totalmente inspiegabile la decisione di Eurostat di interrompere la raccolta dello European Community Household Panel che dal 1994 al 2001 ha fornito ai ricercatori europei una fonte inestimabile di micro-dati longitudinali comparabili tra paesi sulla situazione demografica, economica e lavorativa di individui rappresentativi delle rispettive popolazioni. (3) In altri paesi europei, dati simili venivano raccolti già prima e continuano a essere raccolti adesso. In Italia, per quel che ne so, l'indagine è stata interrotta. Il nostro Governo si scaglia contro l'Europa su questioni molto più controverse come la revisione del Patto di Stabilità, ma quando si tratta di fornire dati per la ricerca non esita ad allinearsi con le arretratissime posizioni di Eurostat.

    Perché, nonostante le direttive europee, la situazione in altri paesi europei è migliore? Vorrei invitare i lettori a sfogliare gli indici delle riviste scientifiche internazionali, non solo in campo economico, per toccare con mano la quantità di questioni di enorme interesse per il dibattito politico che i nostri colleghi stranieri possono studiare grazie ai dati a loro disposizione. Un esempio per tutti: pensate a quanto si discute di immigrazione nel nostro paese senza uno straccio di banca dati che ci consenta di studiare il fenomeno. In Italia, se non fosse per l'Indagine sui bilanci delle famiglie italiane effettuata dalla Banca d'Italia, la ricerca microeconomica applicata sarebbe praticamente assente.

    La situazione in altri campi

    Qualcuno potrebbe pensare che solo gli economisti abbiano queste esigenze. Non è così. Il cardiochirugo Giulio Rizzoli scrive: "Tra gli ostacoli che il nostro paese pone al progresso scientifico ricordiamo la recente adozione di regole sulla privacy che impediscono all’Istat di permetterci la consultazione delle schede di mortalità, compilate dai colleghi. L’indagine sulle modalità o le cause di morte è indispensabile alla comprensione dei rischi legati all’uso di nuove tecnologie biomediche, valvole incluse. Nel nostro caso deve rispondere al quesito se la morte è dovuta a complicanze della protesi o a cause cardiache o se non è a esse correlata". (4)
    Questo è un esempio particolarmente significativo del fatto che la privacy non può esser considerata un bene assoluto. I dati che Rizzoli non può ottenere fornirebbero informazioni fondamentali per migliorare la terapie cardio-chirurgiche con ricadute positive per l'intera collettività.

    L’Istat sognata dai ricercatori (e che i politici dovrebbero desiderare)

    Qual è allora l'Istat che vorremmo? Vorremmo un Istat che facesse meno rapporti sintetici, meno comunicati stampa e meno tabelle aggregate su dati elementari che poi si tiene per sé. Vorremmo un Istat che invece usasse le sue risorse finanziarie e umane per raccogliere e rendere disponibili i micro-dati elementari di cui i ricercatori italiani hanno bisogno per poter fare un'attività di ricerca comparabile a quella dei loro colleghi stranieri. E si noti che gran parte di questi dati sono di fonte amministrativa e quindi raccolti con costi solo parzialmente a carico dell'Istat.
    Vorremmo un Istat che catalizzasse e organizzasse la raccolta di dati in Italia seguendo le orme dello UK Data Archive, per evitare lo spreco attuale dei fondi spesi dai singoli ricercatori per raccogliere dati utilizzati una tantum e poi abbandonati. (5)
    Vorremmo un Istat che sfruttasse in modo ampio e pro-attivo i margini di manovra lasciati aperti dal nuovo Codice deontologico, almeno nella forma di permessi individuali su richiesta motivata nel caso di dati particolarmente sensibili e di ricercatori che diano prova di affidabilità. Vorremmo un Istat che si battesse a fianco dei ricercatori perché in Italia prevalga il principio enunciato nel progetto di legge sulla tutela della privacy presentato al Parlamento da Nicola Rossi, che mira a "consentire un accesso ampio e facile ai dati per la ricerca scientifica, anche in forma integrata tra archivi diversi, punendo però duramente un loro eventuale uso che danneggi i diritti della persona". Vorremmo un Istat che ci aiutasse a convincere il Garante per la privacy del fatto che i ricercatori non hanno alcun interesse a usare i dati individuali in contrasto con il rispetto del diritto alla tutela della riservatezza delle persone.

    È anche una questione di democrazia e trasparenza: la comunità scientifica deve poter controllare e replicare i risultati che l'Istat trae dai dati che raccoglie. E per questo deve poter accedere ai micro-dati elementari.

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