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  • 28/08/2007 Il tesoretto e la fine del modello redistributivo (Gianluca Bifolchi, http://www.canisciolti.info)

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    Dai ringhi della Lanzillotta a quelli di Letta, la notizia di un secondo surplus delle entrate fiscali, quest’anno, ha subito visto la maggioranza di centro-sinistra posta sotto ingenti pressioni perché le nuove risorse finanziarie vengano adoperate a copertura di un alleggerimento della pressione fiscale. La tempestività e l’energia di questi interventi sono sembrati un’azione preventiva perché la sinistra "radicale" non avanzasse pretese di utilizzo del "tesoretto" per incrementare la spesa sociale in favore dei ceti più deboli.

    In un’ottica di riformismo forte (non sono tutti riformisti in questo governo?), il surplus rappresenterebbe un’ottima occasione per la riqualificazione della spesa pubblica. Utilizzare il gettito in sovrappiù per l’abbattimento del debito permetterebbe di liberare negli anni a venire risorse finanziarie che non dovrebbero più essere usate per pagare gli interessi e potrebbero invece essere poste a copertura strutturale delle autentiche priorità di bilancio del nostro paese. La ricerca scientifica e una seria politica di edilizia popolare, finalmente a livello europeo, sono i primi due temi che vengono in mente. Ma non andrà così. La spinta alla riduzione del carico fiscale si è fatta talmente irresistibile che all’abbattimento del debito verrà preferito qualche abbassamento delle aliquote fiscali, l’Ici, verosimilimente.

    Prendendo atto che l’attuale governo ha deciso di inseguire la destra sul terreno della riduzione della pressione fiscale occorre analizzare il paradosso di un ceto medio che, pur vedendo erodersi di anno in anno la sua posizione (in un contesto di crescita lenta, ma non certo di recessione), continua a sostenere elettoralmente un centrosinistra che ha definitivamente abdicato al principio della redistribuzione del reddito, di cui il fisco è lo strumento cardine.

    E’ vero, senza dubbio, che dalle elezioni politiche dello scorso aprile vi è stata una caduta verticale di consensi, sintomo di una grave crisi di credibilità di questa maggioranza. Ma non bisogna sottovalutare le potenzialità di recupero che le alchimie della propaganda possono riuscire a cogliere in una futura competizione, anche senza il mutare delle condizioni di fondo e strutturali della crisi di consensi dell’attuale maggioranza. Per non escludere una tutt’altro che improbabile ipotesi di larghe intese che vedrebbe il nascente Partito Democratico aprire ad una politica di alleanze con Forza Italia, il CCD e AN.

    A scanso di equivoci, dato che è da stupidi prendere sul serio gli economisti di regime alla Giavazzi o alla Salvati e le loro ricette, va precisato che il rigetto di politiche redistributive da parte del centrosinistra va attribuito solo alla sua funzione di comitato d’affari della borghesia (cioè dell’alta borghesia) che tutt’ora continua a garantirgli l’appoggio, tra gli altri, del Corriere della Sera. Ma i comitati d’affari sono utili finché possono esercitare l’azione di governo, e per questa è necessario un certo grado di consenso elettorale che, nel caso del centro-sinistra, proviene da ceti curiosamente inclini al masochismo e al suicidio sociale.

    Cerchiamo di individuare i fattori di questa cecità. Se da Bruno Kreitsky a Olof Palme la fondamentale clausola di salvaguardia delle politiche redistributive della socialdemocrazia europea era che la pecora (cioè il contribuente) va tosata ma non uccisa, l’arte di governo del comitato d’affari che attualmente guida il paese — e che con la socialdemocrazia di Palme, Brandt e Kreitsky non ha da tempo più niente a che fare — prevede che i ceti medi vadano portati sul lastrico, ma il processo deve essere sufficientemente lento da evitare che se ne accorgano prima che sia troppo tardi.

    Le condizioni fondamentali di questa operazione sono:

    1. L’indottrinamento incessante dell’opinione pubblica in base alla nozione che il mantenimento dei suoi attuali livelli di benessere dipende dalla crescita economica; e che questa, a sua volta, è inversamente proporzionale ai livelli di prelievo fiscale. Che il primo punto sia un’assurdità logica, e che il secondo non abbia alcuna vera prova empirica a sostegno non importa.

    2. La percezione diffusa del carattere scadente dell’amministrazione pubblica (vero specchio della classe politica) che dovrebbe fornire i servizi finanziati con il fisco. In un mondo in cui nessuno ama pagare le tasse, questo è un motivo in più perché la gente si ponga seri dubbi sulla convenienza economica dell’intermediazione dello stato nella gestione del reddito. Se chi dovrebbe difendere il welfare e le politiche redistributive va in giro a dire che è meglio diminuire le tasse per tutti la gente ci crede volentieri.

    3. L’assenza sull’arena politica di qualunque importante soggetto politico che urli forte che il re è nudo. Ciò include la cosiddetta "sinistra radicale" che non solo è organicamente legata alle forze politiche che fanno da volano a questa regressione del modello economico-sociale, ma in occasione dei tesoretti non avanza che richieste ispirate ad un principio di regalia clientelare che serve a dimostrare (sul modello della mensa dei poveri) che tenere in parlamento i Bertinotti, i Migliore, i Diliberto, i Pecoraro Scanio, i Giordano è un buon affare.

    Gianluca Bifolchi

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