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  • 13/02/2012 Fidarsi è bene, controllare è meglio (Emilio Paccioretti, http://www.quartermag.org)

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    Questo articolo va visto anche   in ottica politica e delle ricadute sul concetto di partecipazione.

    Fidarsi è Bene, controllare è meglioSei importanti ragioni e una proposta.

    Argomenterò sull’importanza del concetto di fiducia soprattutto in riferimento ai bisogni e alle caratteristiche di un “homo oeconomicus”, sempre meno di moda nelle ricerche accademiche, ma ancora tanto influente sui destini del mondo.

    La fiducia in sé e negli altri è fondamentale per vivere e gestire la complessità.

    Se complesso è quel sistema il cui risultato non è la semplice somma degli elementi che lo compongono, allora siamo di fronte a un sistema non completamente conoscibile, non completamente prevedibile. Siamo di fronte e in genere immersi in un sistema vivo, in un sistema organico, in un sistema organizzativo a vari livelli di complicazione a seconda dell’alto numero di variabili interagenti tra di loro e con l’ambiente. Ad esempio: ogni giornata è complicata in virtù delle tante cose da fare, dalle più grandi alle più piccole, diventa complessa in quanto mai si dipana esattamente come si è immaginata, finanche programmata nel dettaglio, giorni prima o la mattina stessa. Per indirizzare verso esiti positivi la parte di imprevedibilità di una singola giornata, come di un sistema complesso, fondamentale è l’atteggiamento di fiducia reciproca degli attori interessati: siano essi cacciatori-raccoglitori che devono decidere come condividere del cibo, siano essi operatori informatico-finanziari che devono governare flussi monetari su scala planetaria. Una delle ragioni principali delle attuali fluttuazioni finanziarie pare sia, infatti, la mancanza di fiducia nei riguardi dei paesi a rischio.

    La fiducia è una delle sfide per superare il consumismo distruttivo delle nostre società.

    Secondo Diane Coyle, nel suo recentissimo libro su “l’Economia dell’abbastanza” (The Economics of Enough: how to run the economy as is the future matters), cinque sono le sfide: Felicità, Natura, Posterità, Equità e Fiducia. All’origine di tutto il disastro contemporaneo c’è la caduta verticale del nostro “capitale sociale”, cioè la fiducia che abbiamo nei nostri concittadini, nei nostri governanti, nelle élite, nelle istituzioni. Questo crollo della fiducia contagia chi vota a destra e a sinistra: anche se con vissuti diversi, ambedue sono convinti che la classe dirigente “ci sta fregando”.

    “Non riusciamo più a progettare il cambiamento sui tempi lunghi, ad aprire cantieri di riforme pluriennali, e quindi a costruire una società più vivibile e un pianeta più integro per i nostri figli, perché abbiamo esaurito proprio quel lubrificante dell’innovazione che è il capitale sociale, la fiducia collettiva”.

    (Federico Rampini: Alla mia sinistra 2011)

    La fiducia è l’elemento fondamentale di successo per una nuova impresa.

    In una ricerca alla metà degli anni ’90, condotta da Stefano Baia Curioni per conto di Formaper-CCIAA (Milano), sulle principali ragioni di fallimento di 400 nuove imprese nell’area milanese, “la lite tra soci” risultava esser la ragione prevalente con un incidenza pari al 47% dei casi. Il resto della percentuale si distribuiva equamente su cause finanziarie-risorse inadeguate, di mercato-concorrenza, di prodotto-servizio, etc. Va da sé che i casi di successo contemplassero invece la complementarietà e fiducia tra i soci come “fattore chiave di successo”. Più della strategia, del piano d’azione, della preventiva chiarezza di obiettivi. E’ facile la metafora di due amici senza obiettivi comuni per il loro tempo libero che, proprio in quanto amici che si fidano l’uno dell’altro, riescono a trovare mete soddisfacenti per ambedue, al contrario di due estranei, diffidenti tra di loro, riescono a rovinarsi una vacanza anche nel più affascinante dei mari tropicali. Ancora di più la fiducia è un’amalgama fondamentale nel rapporto tra imprenditori e imprese diverse tra loro. Non ci sono accordi giuridici commerciali, anche i più sofisticati, che possano reggere ad una crisi di fiducia tra i contraenti di un accordo. Al contrario un patto fiduciario a volte può anche fare a meno di un accordo legale.

    La fiducia è il presupposto per “mettersi in proprio”.

    Se condividiamo che fare impresa, compiere un’impresa, significa compiere un’azione dal risultato, come nei sistemi complessi, incerto, non completamente prevedibile, quale può essere la molla perché l’azione si compia, se non la fiducia in se stesso di colui che vuole realizzare un’impresa? Si tratta di un’escursione in luoghi studiati, ma non ancora conosciuti, piuttosto che del “mettersi in proprio” in una impresa professionale. Non solo, ma essendo l’impresa un’azione a rischio, l’orientamento al rischio di un individuo, se fosse quantitativamente misurabile, probabilmente sarebbe direttamente proporzionale al grado di fiducia in se stesso. Un eccesso di fiducia in se stessi può portare, infatti, a imprese sconsiderate, così come la scarsa fiducia in se stessi deve sconsigliare dal “mettersi in proprio” in imprese indipendenti.

    Trovare il giusto rapporto tra il grado di fiducia in se stesso, orientamento al rischio e complessità dell’impresa, equivarrebbe forse a trovare la formula “magica” della propria realizzazione: la strada per arrivare alla cima della piramide dei nostri bisogni. (Maslow)

    La fiducia è biologica, “la fregatura” è culturale.

    Come per la morale, potremmo sostenere la radice biologica della fiducia, una caratteristica insita nella natura stessa degli esseri sociali. Precedente alla stessa morale, presupposto della elaborazione di una coscienza che consenta agli esseri umani di convivere e quindi di realizzarsi in quanto tali: esseri ontologicamente sociali (per un approfondimento: V. Pelligra, I paradossi della fiducia, Il Mulino). Per una fenomenologia corrente della fiducia mi piace ricordare lo sviluppo di un bambino che cresce e fiducioso si apre all’esplorazione del mondo circostante. Dai primi passi, ai primi giochi, ai primi amici. Tutto avviene grazie a un “sentimento” di fiducia spontaneo. Non sempre ripagato positivamente sia dall’ambiente che dai suoi simili spesso ostili. Attraverso le esperienze negative (“le fregature”), il bambino impara però a difendersi, a sopravvivere e a crescere. Ma le fregature per l’appunto, in quanto frutto di un apprendimento progressivo, si qualificano quindi come esperienze culturali. Continuando di sillogismo in sillogismo, potremmo affermare che culture meno “ostili” siano migliori non solo sulla base di una scelta valoriale, di per sé arbitraria, ma in quanto più coerenti con i fondamenti biologici della nostra essenza di esseri umani? Sarebbe un ancoraggio valoriale più forte delle scelte morali metastoriche, religiose.

    Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

    Nonostante la biologia, la dimensione culturale negativa è prevalsa nei secoli della nostra storia di abitanti del mediterraneo. Quando si afferma un proverbio, si condivide un senso comune, una sorta di “verità assoluta”. Ma per capire perché su un comportamento così positivo, appagante, come quello di fidarsi, sia prevalso il “non fidarsi è meglio”, bisognerebbe forse indagare sulla cultura del sospetto diffusa a piene mani dall’inquisizione controriformista? O forse addirittura tra i meandri della speculazione “scettica” della filosofia postsocratica ? O tra le contorsioni delle espressioni  bizantine ? O più semplicemente nella diffidenza negoziale degli stili levantini ? Certo l’attualità non ci invoglia nel rovesciare l’assioma. Ma per capirne l’assurdità, “La contraddizione in termini” di tale affermazione, basterebbe immaginarsi in un contesto socioculturale non mediterraneo. Basterebbe provare a tradurre questo assioma in inglese per degli anglosassoni, in cinese o in giapponese per degli orientali, o semplicemente in tedesco per dei tedeschi, con i quali frequentissimi sono i nostri scambi nei settori più diversi: affari, tempo libero, studio e ricerca. Non ne capirebbero la doppiezza. Laddove necessiterebbe il massimo di fiducia e comprensione, con l’approccio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, alimenteremmo diffidenza, incomprensione e sospetto.

    Fidarsi è bene, controllare è meglio.

    E’ stato proprio grazie a una giovane economista tedesca, con una pluriennale esperienza di studi e ricerche in Italia e con la quale ho avuto occasione di collaborare, che mi si è rivelato l’arcano di una delle più solide resistenze culturali alla cooperazione tra imprese, al management delle reti e al management multiculturale. L’alimentazione della cultura della diffidenza attraverso atteggiamenti quotidiani, spesso inconsapevoli, ma radicati per secoli nella forza inestirpabile di un semplice proverbio!

    La giovane studiosa, alla mia domanda banale su come si trovasse in Italia dopo tre anni di soggiorno e permanenza attiva e creativa, che gli avevano consentito di parlare e scrivere perfettamente la nostra lingua, mi confessò amabilmente come solo recentemente, dopo aver finalmente capito il significato del nostro “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” si ritenesse in grado di comprendere nel profondo “la cultura” di noi italiani. Il mio stupore si tradusse in una domanda successiva su quale espressione tedesca fosse paragonabile alla nostra. In Germania, fu la risposta, si dice: “Fidarsi è bene, controllare è meglio”. Fu per me una rivelazione, una “vision” di un mondo dove alla scelta valoriale del fidarsi a priori come presupposto per inoltrarci lungo i sentieri ignoti della conoscenza, si abbinasse la scelta razionale del controllo costante, ricorrente, dei risultati dei nostri passi e delle nostre scelte. Un autentico programma di management. La base per fondare la cultura della cooperazione tra imprese, il manifesto fondante le reti di impresa. Il patto vero tra soci, partners di qualsivoglia avventura al fine di “minimizzarne i rischi, massimizzando i risultati”. Che fare perché la “cultura della fiducia” diventi  la cultura prevalente? In Germania forse hanno potuto beneficiare della riforma protestante e della sua visione antropocentrica. In Italia oggi è certamente difficile sia agganciarci a importanti filoni di pensiero che identificarsi in esempi positivi di leadership collettiva. Esistono però comportamenti virtuosi, diffusi nelle PMI di successo e di nuova generazione, la cui storia è tutta da raccontare.

    Fonte: http://www.quartermag.org/issue01/fidarsi-e-bene-di-emilio-paccioretti/

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