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16/03/2007  Ancora un aborto fallito, e la 194 ritorna protagonista (Daniele Lorenzi, http://www.korazym.org)

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Un’interruzione di gravidanza a sette settimane, poi un mese dopo scopre di essere ancora incinta e decide di tenere il bambino. Dopo l’altro caso di qualche giorno fa, si riapre il confronto intorno alle norme di legge.

Pensava di aver abortito ma un mese dopo ha scoperto di avere il feto ancora in grembo, vivo e vitale. E’ la storia di un aborto fallito quella avvenuta all’ospedale del Ceppo di Pistoia. La donna, 30 anni, sposata con un operaio edile e già madre di due figli piccoli, aveva deciso di interrompere la terza gravidanza per ragioni economiche. Secondo una prima ricostruzione, dopo l' iter previsto dalla legge 194, il 7 febbraio scorso e' andata all'ospedale di Pistoia per l'interruzione volontaria di gravidanza. E' stata sottoposta ad intervento sotto anestesia generale e mediante aspirazione. Contemporaneamente, le è stata applicata la spirale, così come proposto dal medico e accettato dalla signora. Qualche giorno fa, a causa di forti dolori addominali, la donna si è presentata al pronto soccorso dove è stata sottoposta a ecografia. L' esame strumentale ha accertato che il
feto di 16 settimane era vivo. Adesso, come ha fatto sapere il legale della donna, l'avvocato Elena Baldi, la madre vorrebbe tenere il bambino (“L’altro mio figlio ha già dato il nome al bambino: come potrei abortire?”) e, a questo proposito si sottoporrà presto ad una ecografia e a un duo-test, da un medico ginecologo di fiducia, per chiarire le condizioni del feto e per sapere se la gravidanza potrà essere portata a termine.

Potrebbero anche partire un esposto e una denuncia-querela, ''azioni legali - ha specificato l'avvocato - che verranno esercitate sia in sede penale che in sede civile. In sostanza la richiesta di un risarcimento per il mancato aborto. Con pronta la replica della direzione aziendale della Asl 3 di Pistoia, secondo la quale ''non si può certo dichiarare di trovarsi di fronte alla cosiddetta malasanità, ma solo in presenza di uno degli eventi possibili”, anche perchè “come è noto, le Ivg chirurgiche eseguite entro 90 giorni di amenorrea comportano un rischio di insuccesso del 2,3 per mille, che è ancora piu' elevato se l'interruzione viene praticata in epoca precoce, quando invece sono minori i rischi di complicanze per la donna”.

La vicenda, legata al recente caso del bambino nato vivo in seguito ad un aborto terapeutico e poi morto dopo sette giorni, riporta l’attenzione sulla legge 194, nuovamente oggetto di dichiarazioni politiche. La normativa è difesa dalla maggioranza, ma una riflessione ed un confronto con il mondo scientifico sulla sopravvivenza dei feti è ormai aperto. Ieri il ministro della Salute, Livia Turco, rispondendo alla Camera ad un question time su quanto avvenuto all'ospedale Careggi di Firenze ha ricordato che “non esiste alcun limite temporale per l'interruzione volontaria della gravidanza a 24 settimane”, pur riconoscendo la necessità di una riflessione. In realtà, se corrisponde al vero che la 194 non fissa alcun limite temporale, è altrettanto vero che la normativa prevede che laddove sussista possibilità di vita autonoma del feto, quest’ultimo debba sempre essere assistito. E a 24 settimane la possibilità di vita autonoma è un fatto, e casi singoli hanno dimostrato come lo sia ormai anche 22 settimane. E infatti uno dei presentatori dell'interrogazione, il deputato di An, Riccardo Pedrizzi, le ha replicando proponendo un limite di 20 settimane all'interruzione
volontaria della gravidanza. ''Il 70% dei bambini nati a 24 settimane sopravvive - ha detto Pedrizzi - faccia lei, in attesa delle indicazioni dei medici, una circolare per fissare il limite a 20 settimane”. Proposta rispedita al mittente da molti esponenti della maggioranza, al grido di “La legge 194 non si tocca”. Originale...

Il dibattito era stato alimentato nella giornata anche dai commenti di Umberto Veronesi che aveva indicato la necessità di limitare a 22 settimane il ricorso all'aborto terapeutico. “Voglio sottolineare che non possiamo nascondere che la scienza ha fatto enormi progressi e passi avanti fino ad oggi, permettendo a bambini di poche settimane di sopravvivere in seguito ad un parto prematuro” ha detto Ignazio Marino, presidente della Commissione igiene e sanità. “E' chiaro, io credo - continua Marino - che i nostri comportamenti e le nostre leggi devono necessariamente tener conto dei progressi della scienza e della tecnologia. Per quanto riguarda poi il suggerimento di Veronesi di rendere lecita la diagnosi preimpianto - per la quale Veronesi propone la reintroduzione - proibita oggi dalla legge 40, posso solo dire che questa legge presenta, come ho avuto modo di sottolineare diverse volte, caratteri antiscientifici e alcune profonde contraddizioni''. ''La legge, infatti - conclude il senatore Ds - mentre proibisce la diagnosi preimpianto e rende obbligatorio l'impianto degli embrioni fecondati nella paziente, allo stesso tempo, non potendo obbligare coercitivamente la donna, consente alla stessa di abortire una volta effettuate le diagnosi prenatali nel caso si riscontrassero eventuali malformazioni del feto”.

Considerazioni, queste di Marino, che riportano ai confronti e alle discussioni di due anni fa, quando di diagnosi preimpianto e presunte contraddizioni della legge 40 erano piene le pagine dei giornali in piena campagna referendaria. La prova, in ogni caso, che anche di fecondazione artificiale si tornerà prima o poi a parlare. Anche se mai come oggi una reale modifica della legge appare del tutto improbabile.

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