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  • 19/12/2005 Disabilità e Lavoro: Connubio Possibile (Valentina Caracciolo, www.helpconsumatori.it)

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    A Roma il bilancio di due anni di sperimentazione della nuova classificazione della disabilità. Un confronto tra istituzioni, addetti ai lavori, associazioni dei disabili.

    "Ciò che stiamo cercando di costruire attorno alle persone con disabilità è vario e complesso, perché bisogna pensare ai loro bisogni, ma anche a quelli degli aiuti attorno a loro; all'ambiente, in senso ampio. Il lavoro è stata una scusa, un 'cavallo di Troia', per aiutare i disabili nel loro inserimento. Il lavoro, quindi, come rispetto delle condizioni umane. Quando ICF è partito in 25 province italiane, la formazione all'inizio è parsa un ostacolo insormontabile. Ma ICF rappresenta un'esperienza unica, perché ha permesso di considerare il lavoro come un ambiente facilitatore". Così Matilde Leonardi, del DIN - Disability Italian Network, descrivendo il senso e la filosofia del progetto sperimentale ICF. Il DIN è una sorta di rete tra operatori e Centri che si occupano di disabilità; ma è anche tra i partner principali di Italia Lavoro nella sperimentazione dell'ICF, la nuova classificazione della disabilità introdotta dall'OMS nel 2002 per capovolgere la valutazione della disabilità da misurazione dello svantaggio a individuazione dei fattori che possono migliorare l'integrazione sociale delle persone con handicap. ICF si serve di una check list (il documento che elenca le condizioni fisiche, ambientali e sociali che costituiscono la condizione di disabilità, ndr) che consente di individuare l'ostacolo, ambientale, personale o delle due condizioni combinate, all'inserimento e, dunque, le risorse per abbatterlo.

    ICF è diventata dunque un progetto, "ICF e Politiche del Lavoro", promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell'ambito di una più generale azione di diffusione della Classificazione ICF dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. L'intervento, coordinato da Italia Lavoro, intendeva sollecitare il più ampio numero di operatori alla conoscenza e all'utilizzo della Classificazione e dei suoi strumenti. Una sperimentazione della classificazione dell'OMS durata 2 anni, che ha coinvolto 1500 operatori nel collocamento mirato in diversi ambiti: dal mondo della sanità (il 40% dei partecipanti), a quello della cooperazione sociale e delle associazioni (l'11 %), a quello degli organismi provinciali previsti dalla legge 68/99 (36%), fino agli amministratori locali (13%). Il progetto, dunque, ha promosso l'utilizzo di metodologie e strumenti tratti da ICF per migliorare la qualità dei servizi erogati dalle strutture e dagli organismi preposti al collocamento mirato.

    "Ciò che abbiamo ottenuto - spiega Mario Conclave, responsabile del progetto ICF - è la creazione di un pacchetto formativo dedicato all'inserimento lavorativo, con una check list dedicata e la messa a punto di strumenti informativi da inserire nella Borsa continua nazionale del lavoro. Una serie di risultati raggiunti solo grazie alla ricerca di un linguaggio comune che ha permesso, come indicato dall'Oms, un miglioramento della comunicazione e dei servizi, e la creazione di una rete di soggetti che costituiscono vere e proprie risorse umane". "Il progetto ICf - continua Conclave - non è stato una sperimentazione in laboratorio della definizione di disabilità introdotta dall'OMS, ma si è realizzato sul terreno concreto dell'inserimento lavorativo e con le persone direttamente interessate. Una sperimentazione che ha coinvolto operatori dei Centri per l'impiego e del collocamento mirato, ma anche istituzioni, in particolare della Salute e dell'Istruzione. La classificazione ICF si è aperta infatti ad un approccio intersettoriale, perché l'inserimento lavorativo dei disabili interpella strumenti diversi e differenziati".

    "La check list - spiega Giovanna Gorini, responsabile area sperimentazione del Progetto ICF - è stata somministrata a 176 persone con disabilità, che hanno volontariamente accettato di sottoporsi alla sperimentazione; di queste, 26 effettuato il 'test' due volte, una volta con le commissioni mediche, la seconda con i gruppi di supporto, a dimostrazione della ricerca di una più ampia condivisione possibile. Il gruppo di persone su cui è stata effettuata la somministrazione era rappresentativa di tutte le tipologie di disabilità previste dalla legge 68/99".

    Un bilancio della sperimentazione ICF è stato fatto a Roma in una due giorni di convegno che ha visto il confronto non solo tra i partners di progetto, ma anche con rappresentanti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e di Stati che si stanno essi stessi avvicninado alla sperimentazione, tra cui il Canada. Ventuno corsi di formazione dedicati, 4 sperimentazioni sul campo con 140 operatori del collocamento mirato, e 4 seminari informativi, 17 regioni e 78 province coinvolte. Oltre che 11 partner istituzionali coinvolti nel Gruppo di Coordinamento presso il Ministero (Ministero, Italia Lavoro, DIN Disability Italian Network, Coordinamento Regioni, UPI, ANCI, FISH, FAND, Ministero della Salute, Ministero dell'Istruzione, Istituto Italiano di Medicina Sociale), 3 seminari interregionali di in-formazione (Torino, Vicenza, Taranto) con 300 partecipanti, 21 edizioni del corso base con 895 partecipanti.
    I risultati ottenuti dal progetto ICF parlano chiaro: è possibile giungere alla condivisione di un linguaggio e di una metodologia comune per ampliare le opportunità di accesso al mondo del lavoro da parte delle persone con disabilità.

    IL COLLOCAMENTO MIRATO

    Secondo i dati Isfol, i servizi dedicati al collocamento mirato delle persone con handicap sono presenti nell'80% dei Centri per l'impiego; la maggior parte di essi - circa il 45% - offre servizi di tipo base costituiti essenzialmente da rilascio di informazioni; il 21,6 % eroga servizi di livello medio; il 33,3 % è rappresentato da servizi di eccellenza. Si tratta di servizi offerti a circa 480mila persone iscritte alle cosiddette "liste uniche provinciali", che però difficilmente - sempre secondo l'Isfol - possono essere impiegate assorbendo le "scoperture" delle aziende: allo stato, infatti, i posti disponibili sono circa 112mila, per lo più in imprese con oltre 50 dipendenti. Peraltro, dei 480mila potenziali beneficiari del collocamento mirato, oltre il 66% vive al Sud. Nel 2003, comunque, sono state 24mila le persone inserite al lavoro attraverso il collocamento mirato.

    "La grande sfida è, se vogliamo davvero vincere la battaglia per le pari opportunità e contro la discriminazione, trasferire questo linguaggio comune e questa attenzione alle aziende, o comunque a chi deve accogliere, dal punto di vista lavorativo, le persone con disabilità". Così Isabella Menichini, dirigente della DG per la famiglia, i diritti sociali e la responsabilità sociale delle imprese (Minwelfare). Le fa eco Giovanni Callegari, della Provincia di Torino: "Nel processo di inserimento lavorativo c'è una variabile indipendente: la volontà delle imprese di assumere. Verso quelle che mostrano maggiore disponibilità dobbiamo muoverci con atteggiamento di 'alleati', trattarle come potenziali 'testimonial', valorizzarle come ha fatto la provincia di Cuneo che si è inventata il premio Impresa responsabile".

    Una "denuncia", ma anche un auspicio, arriva da Pietro Barbieri, presidente della FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap): "ICF può certamente incidere sulla costruzione di un nuovo 'welfare di comunità'; ma perché sia così, ICF deve essere applicato all'interno di un processo che vede la persona protagonista, e di cui il territorio si fa carico. In questo senso, avvertiamo una discrasia tra il concreto che si fa e le 'politiche'. Senza volontà politica è difficile ragionare su strumenti di inclusione, matrice dalla quale molte associazioni dei disabili sono partite". "E' necessario - dice Barbieri - che questo progetto si estenda, e possibilmente non a macchia di leopardo". Per il Minwelfare, è proprio il Direttore Generale Daverio ad impegnarsi: "Per il Ministero, ICF è stata una vera e propria scommessa, di fronte alla quale abbiamo dovuto chiederci 'Stiamo facendo qualcosa che può avere una ricaduta concreta, oppure lavoriamo su un piano teorico?' Abbiamo scelto di muoverci in modo molto pragmatico, perché sarà sempre più difficile definire modelli o formule vincolanti una volta per tutte e valide ovunque. Il nostro Paese cambia, e necessita dunque di risposte flessibili, ma anche di integrare, mettere in rete tutti gli stakeholders di un determinato progetto, in questo caso la promozione dell'inclusione lavorativa dei disabili. Ecco perché il Ministero si impegna certamente a diffondere il pacchetto di attività, azioni, obiettivi elaborati con ICF".

    ICF NEL CONFRONTO INTERNAZIONALE

    "ICF si è sviluppato in diverse aree e viene utilizzato come quadro per migliorare i dati sulla disabilità e le prospettive politiche. Abbiamo istituito partenariati con molti paesi, come quelli arabi, per esempio, o l'America latina. L'obiettivo è la sensibilizzazione. Stiamo preparando e divulgando materiale di formazione; abbiamo un repertorio di dati utilizzati a livello internazionale". Così Nenad Kostanjsek, rappresentante dell'OMS, intervenuto al convegno ICF romano, racconta l'esperienza ICF a livello internazionale. "La sfida è allontanarsi dall'approccio al compromesso, spostandoci verso un problema universale in cui includiamo tutte le persone che hanno un problema di salute, per vedere qual è la vera e propria esperienza di vita della persona. Abbiamo misurato i risultati a livello individuale, per vedere se la salute della popolazione migliora, grazie a nuovi servizi. Abbiamo dei programmi orientati, relativi alle varie patologie. In tanti paesi ICF è utilizzato per guidare interventi terapeutici, per creare e sviluppare servizi e per monitorarli e anche per fare previsioni sui costi".

    "Stiamo pensando a uno scambio di buone prassi, per far arrivare i vostri metodi in Canada, dove abbiamo inizialmente osservato il percorso delle associazioni mediche dell'Ontario". Lisa Doupe è membro della "Tavola rotonda dell'Ontario" (Canada). "La fase n. 2 del nostro progetto - racconta - riguarda gli operatori che identificano le possibilità e le trasformano in azioni. Abbiamo mobilitato le risorse e stiamo attendendo risposta dal Ministero della Salute. Cerchiamo di lavorare a livello di sistema, ponendo l'attenzione sulla persona con disabilità e sul dolore che prova nell'affrontare il sistema". "Nell'Ontario - dice Doupe - è iniziato tutto nell'89. Sono 16 i settori coinvolti. ICF ha portato una nuova attenzione, un nuovo approccio e un nuovo modo di fare. Stiamo cercando di far sì che il modello si autosostenga economicamente, e cercando di educare l'intera popolazione a questo diverso tipo di approccio".

    Sostenere l'applicazione del modello ICF all'intero contesto europeo: è la necessità sottolineata da Carlo Ricci, dell'Istituto Walden di Roma. "I nodi critici - dice Ricci - sono numerosi. Intanto, la definizione della disabilità, tema centrale per ICF: nei 25 Stati membri dell'UE continuano a permanere concezioni diversificate. Al punto che, a partire dal 2004, è stata data una definizione distinta in 3 categorie: A, B e C. In Italia, inoltre - prosegue - c'è una forte accentuazione, rispetto ai partner europei, a considerare la disabilità come competenza esclusiva della Sanità. Non è così in altri paesi. E lo stesso riguarda l'inserimento lavorativo, anche se il nostro paese è stato tra i primi a promuovere politiche attuative nel campo della disabilità".

    LE PROSPETTIVE

    A delineare un possibile sviluppo futuro di ICF è Agostino Petrangeli, coordinatore del progetto: "Tra i risultati del progetto - spiega Petrangeli - c'è innanzitutto la messa a punto di strumenti inseriti poi nella Borsa del Lavoro. E' nato quindi un primo modello operativo ICF per l'inserimento lavorativo, che deve essere ulteriormente sviluppato, con gli attuali partners, ma anche con il coinvolgimento di nuovi soggetti". La sperimentazione della classificazione ICF, nata con obiettivi di tipo statistico, ha dato peraltro risultati 'indotti' imprevisti: "Gli operatori hanno acquisito una nuova consapevolezza dei servizi a tutti i livelli, consapevolezza di poter proseguire il lavoro di applicazione di ICF; ma anche la richiesta di ulteriori interventi di formazione, e la nascita di una comunità professionale attiva e propositiva". Probabilmente, un risultato derivato anche dal fatto che la richiesta di applicare ICF ad altri ambiti diversi da quelli prettamente statistici, fosse nata "dal basso", da parte delle stesse associazioni dei disabili, nel corso della Conferenza di Bari del 2003. "Ecco perché - dice Agostino Petrangeli - si è pensarlo di testarlo, in particolare in ambito lavorativo, e si è dimostrato, come sostengono gli operatori stessi, che con ICF si lavora meglio".

    Per il futuro, Petrangeli avanza una proposta in 5 punti: "Innanzitutto, ulteriore sviluppo del sistema operativo, con la creazione di nuovi strumenti da applicare adeguandoli a ciascun territorio". Poi, prosegue, "la formazione, mirata alla creazione di specifiche figure di riferimento all'interno, specialmente, delle istituzioni, specializzate nella gestione del modello ICF". Terzo, testare a livello regionale ICF, misurarne la possibile integrazione con le normative regionali sul collocamento mirato, verificare se il collocamento mirato aumenta la sua efficienza con ICF e se aumentano effettivamente le opportunità per le persone disabili. Quarto, "non creare una modalità di trasferimento unica, ma un 'modello per il trasferimento' a livello territoriale della classificazione ICF da adeguare di volta in volta". E, infine, "rafforzare e promuovere la comunità professionale nata da questa prima sperimentazione".

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