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08/03/2006 Un Lavoro poco condiviso (Daniela Del Boca, www.lavoce.info)

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I dati del Rapporto annuale dell’Istat sulle famiglie mostra come il modello di condivisione delle responsabilità familiari stia cambiando anche se lentamente e per effetto delle strategie delle donne, più che degli uomini.

Il tempo delle donne

Le donne, soprattutto quelle con figli, continuano a essere sovraccariche di lavoro familiare. Negli ultimi anni, però, hanno fatto fronte alla difficoltà di conciliare il lavoro e i tempi di vita comprimendo il tempo dedicato al lavoro familiare e operandone una redistribuzione interna: dedicando più tempo ai figli, e riducendo l’impegno nei servizi domestici. Qualche cambiamento, seppure di minore entità, si osserva anche nell’universo maschile. Aumenta solo di qualche punto percentuale il numero di uomini (mariti o partner) che aiutano nel lavoro familiare e cresce anche la durata media delle attività svolte per la famiglia (anche se soltanto di 16 minuti e soprattutto nel lavoro di cura dei figli).
Nell’arco di quattordici anni l’asimmetria dei ruoli si riduce, ma più per la riduzione del tempo dedicato al lavoro familiare dalle donne, che per il maggiore coinvolgimento degli uomini. Più lavoro di cura per i bimbi da parte di madri e padri, ma anche dei nonni e soprattutto delle nonne e più in generale delle reti di aiuto informale che, sostenute in particolare dalle donne, continuano a essere fondamentali per la soluzione dei principali bisogni non soddisfatti o dell’assistenza dei soggetti più vulnerabili.

Chi aiuta le famiglie

Il numero dei care giver negli ultimi anni è cresciuto, ma le famiglie aiutate sono diminuite. La riduzione è generalizzata e ha riguardato soprattutto le famiglie con anziani con l’eccezione delle famiglie con persone con gravi problemi di autonomia e di quelle con bambini (tra 0 e 13 anni) e madre occupata. Ciò è avvenuto perché anche le reti di solidarietà soddisfano i bisogni emergenti con modalità diverse: non solo selezionando le famiglie destinatarie dell’aiuto a favore di quelle più bisognose, ma anche contraendo il tempo complessivamente dedicato alle varie attività e condividendo l’aiuto con altre persone.
L’unico tipo di aiuto informale per cui cresce il volume di ore è quello relativo alla cura dei bambini, non a caso svolto soprattutto da donne, che passa da un totale di 83 milioni di ore al mese nel 1998 a 101 milioni nel 2003. Il sostegno rivolto alle famiglie con bambini con madre che lavora proviene, dunque, in larghissima misura dalla rete informale (33 per cento) e, invece, in misura molto limitata dal servizio pubblico (2 per cento), e anche dal privato (13,9 per cento). Negli ultimi cinque anni i bambini che frequentano il nido sono aumentati del 15 per cento, ma solo il 56,6 per cento dei bambini frequenta una struttura pubblica. La domanda del servizio di asilo nido è stata soddisfatta prevalentemente dalle strutture private, con elevati costi a carico soprattutto delle donne che lavorano, che sono quelle che in maggioranza usano i nidi. Le donne che lavorano e hanno bambini piccoli emergono come un particolare segmento dai bisogni non soddisfatti: ancora non sufficientemente sostenute dal proprio partner e dalle strutture pubbliche, si avvalgono fondamentalmente del supporto informale e in piccola parte del privato.
La situazione dei servizi sociali pubblici per l’infanzia è tale da scoraggiare l’offerta di lavoro delle madri: secondo l’indagine Forze di lavoro 524mila donne attualmente inattive sarebbero disponibili a lavorare e 160mila a passare da part time a full time se fosse disponibile una adeguata diffusione di strutture e servizi a sostegno delle famiglie.

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