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  • 15/09/2006 Nonviolenza. Femminile Plurale del 14 Settembre (Centro di ricerca per la pace, nbawac at tin.it, http://lists.peacelink.it)

    Ricerca personalizzata

    1. Simone Weil: Con i cannoni...
    2. Casa delle donne maltrattate di Milano: Un nuovo servizio
    3. Franca Fossati: Hina, Kaur
    4. Bianca M. Pomeranzi: Il patto patriarcale
    5. Sarah Simpson: Domestiche o schiave?
    6. Ad Haiti una manifestazione delle vittime di violenza sessuale
    7. Marina Forti: In Pakistan
    8. Alessandra Mecozzi: Un altro Medio Oriente e' possibile
    9. Un editoriale di "Leggendaria"
    10. Susan Sontag: Una forma di nutrimento
    11. Roberto Danese ricorda Lidia Storoni Mazzolani
    
    1. MAESTRE. SIMONE WEIL: CON I CANNONI...
    [Da Simone Weil, Riflessioni sulle cause della liberta' e dell'oppressione
    sociale, Adelphi, Milano 1983, 1984, pp. 123-124. Simone Weil, nata a Parigi
    nel 1909, allieva di Alain, fu professoressa, militante sindacale e politica
    della sinistra classista e libertaria, operaia di fabbrica, miliziana nella
    guerra di Spagna contro i fascisti, lavoratrice agricola, poi esule in
    America, infine a Londra impegnata a lavorare per la Resistenza. Minata da
    una vita di generosita', abnegazione, sofferenze, muore in Inghilterra nel
    1943. Una descrizione meramente esterna come quella che precede non rende
    pero' conto della vita interiore della Weil (ed in particolare della svolta,
    o intensificazione, o meglio ancora: radicalizzazione ulteriore, seguita
    alle prime esperienze mistiche del 1938). Ha scritto di lei Susan Sontag:
    "Nessuno che ami la vita vorrebbe imitare la sua dedizione al martirio, o se
    l'augurerebbe per i propri figli o per qualunque altra persona cara.
    Tuttavia se amiamo la serieta' come vita, Simone Weil ci commuove, ci da'
    nutrimento". Opere di Simone Weil: tutti i volumi di Simone Weil in realta'
    consistono di raccolte di scritti pubblicate postume, in vita Simone Weil
    aveva pubblicato poco e su periodici (e sotto pseudonimo nella fase finale
    della sua permanenza in Francia stanti le persecuzioni antiebraiche). Tra le
    raccolte piu' importanti in edizione italiana segnaliamo: L'ombra e la
    grazia (Comunita', poi Rusconi), La condizione operaia (Comunita', poi
    Mondadori), La prima radice (Comunita', SE, Leonardo), Attesa di Dio
    (Rusconi), La Grecia e le intuizioni precristiane (Rusconi), Riflessioni
    sulle cause della liberta' e dell'oppressione sociale (Adelphi), Sulla
    Germania totalitaria (Adelphi), Lettera a un religioso (Adelphi); Sulla
    guerra (Pratiche). Sono fondamentali i quattro volumi dei Quaderni,
    nell'edizione Adelphi curata da Giancarlo Gaeta. Opere su Simone Weil:
    fondamentale e' la grande biografia di Simone Petrement, La vita di Simone
    Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr. AA. VV., Simone Weil, la
    passione della verita', Morcelliana, Brescia 1985; Gabriella Fiori, Simone
    Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone Weil, Edizioni cultura
    della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie Muller, Simone Weil.
    L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Angela
    Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna 1997; Maurizio Zani,
    Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia, Milano 1994]
    Con i cannoni, gli aerei, le bombe, si puo' seminare la morte, il terrore,
    l'oppressione, ma non la vita e la liberta'.
    
    2. INIZIATIVE. CASA DELLE DONNE MALTRATTATE DI MILANO: UN NUOVO SERVIZIO
    [Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
    riprendiamo il seguente comunicato della Casa delle donne maltrattate di
    Milano]
    Parte un nuovo servizio alla casa delle donne maltrattate di Milano.
    L'associazione Casa delle donne maltrattate di Milano apre le porte a tutte
    le donne che si sentono a rischio ogni giovedi' a partire da giovedi' 14
    settembre, dalle 15 alle 17, presso la sede dell'associazione in via
    Piacenza 14 a Milano, per fornire il nuovo servizio gratuito per "insegnare
    a valutare le situzioni di richio" al fine di prevenire la violenza sessuale
    e gli omicidi delle donne in famiglia e fuori.
    *
    La Lombardia ha purtroppo un triste primato: e' la regione italiana in cui
    e' piu' elevato il numero di donne uccise in famiglia. Nel quinquennio
    2000-2005 in Italia sono avvenuti 495 omicidi all'interno della coppia.
    Nell'88,6% dei casi si tratta di uomini che hanno ucciso la propria partner
    o ex partner. In Lombardia in quel quinquennio sono state uccise 74 donne.
    Per non parlare poi dei recentissimi episodi di violenza verificatisi
    proprio a Milano.
    Nell'osservatorio quotidiano della Casa delle donne maltrattate, in cui le
    donne raccontano le loro esperienze, appare chiaro che la violenza forse e'
    aumentata o forse e' piu' pubblicizzata, ma sicuramente ha cambiato
    modalita': e' piu' feroce, piu' estrema, piu' "cattiva".
    Alla luce di questi dati sempre piu' allarmanti, l'associazione Casa delle
    donne maltrattate, che dal 1986 si occupa di maltrattamenti in famiglia e di
    violenza sulle donne, ha preso una decisione: aprire la propria sede, una
    volta alla settimana, alle donne che si sentono in pericolo ed "insegnare
    loro a valutare le situazioni di rischio" per difendersi e sottrarsi per
    tempo a questo pericolo di morte.
    Non sara' risolutivo, ma e' sicuramente un primo passo concreto.
    *
    Per informazioni e contatti: Casa delle donne maltrattate, via Piacenza 14,
    20135 Milano, tel. 0255015519, fax: 0255019609, e-mail: cadmmi at tin.it, sito:
    www.cadmi.org
    
    3. RIFLESSIONE. FRANCA FOSSATI: HINA, KAUR
    [Dal sito www.donnealtri.it riprendiamo il seguente articolo apparso sul
    quotidiano "Europa" del 6 settembre 2006. Franca Fossati, intellettuale e
    giornalista, dal 1987 al 1993 e' stata direttrice di "Noi donne"]
    
    Allo stupro omofobico e/o fascista (vedi Viareggio), al piu' comune e
    nascosto stupro familiare, allo stupro discotecaro e a quello turistico se
    ne e' aggiunto un altro, definito etnico perche' compiuto da immigrati. Solo
    quest'ultimo sta facendo discutere ed e' diventato "questione politica e
    istituzionale" (Lea Melandri, "Liberazione", 5 settembre 2006). Tutti i
    salmi finiscono nello scontro di civilta'. Per non parlare delle uccisioni,
    delle botte, delle segregazioni. Ieri l'assassinio di Hina che voleva vivere
    come un'occidentale; oggi il suicidio di Kaur che non voleva tornare in
    India dall'anziano marito imposto dalla famiglia e soprattutto non voleva
    che ci tornassero i suoi figli. Solo pochi mesi fa avevamo scritto su questo
    giornale ["Europa" - ndr] dell'orribile strage, tutta italiana e
    occidentale, di mogli e fidanzate e figli da parte di mariti e fidanzati
    abbandonati. Poco dibattito allora, il boia domestico non fa notizia. Tranne
    le solite femministe d'antan. Ancora una volta ci siamo esibite nelle solite
    riflessioni politicamente corrette. Anche oggi con gli stupri sono state
    richiamate le "riserviste": come commentate le affermazioni del prefetto di
    Milano (e di Roma) che dice che le ragazze sono imprudenti (Mariolina Iossa,
    "Corriere della sera", 4 settembre 2006)? Come mai non siete scese in
    piazza? Come "rispondete al fatto che gli uomini continuano a tradurre il
    sesso in una malattia rabbiosa e crudele" (Letizia Paolozzi,
    www.donnealtri.it)?
    C'e' da essere scoraggiate: succede piu' o meno come trent'anni fa e se ne
    parla piu' o meno come trent'anni fa. C'e' chi si consola dicendo: ma oggi
    si denuncia di piu'; ma, almeno qui da noi, c'e' piu' riprovazione sociale;
    lo stupro e' violenza contro la persona, lo dice la legge. E poi i taxi rosa
    (ma chi ha qualche lustro in piu' si ricorda "riprendiamoci la notte"?) e i
    negozi aperti, gli incroci illuminati. Ben vengano, finalmente. C'e' sempre
    chi dice che le pene devono essere piu' severe. E chi ribatte che non e' con
    le leggi che si risolve il problema, che il mito della sicurezza "e' una
    trappola" (Angela Azzaro, "Liberazione", primo settembre 2006). E chi
    controreplica: la sicurezza e' liberta', come negarlo (Dorina Bianchi,
    "Europa", 2 settembre 2006)?
    Negli anni Settanta almeno eravamo riuscite a riportare lo stupro "al grado
    zero: un uomo stupra una donna" (Maria Serena Palieri, "L'Unita'", 3
    settembre 2006), oggi ci sono aggravanti politicamente sensibili.
    Ed e' indubbia la contraddizione e il conflitto tra culture e tradizioni,
    non solo religiose, che legittimano la violenza contro le donne e negano al
    sesso femminile la liberta' di scelta e societa' come le nostre che le donne
    hanno gia' in parte trasformato iscrivendo, a fatica (quanta fatica!), la
    liberta' femminile nelle leggi e nel costume. Ma possiamo parlarne come se
    fossimo in un mondo di innocenti invasi dai barbari? Chi e' innocente, chi?
    Perche', una volta tanto, non siete scesi in piazza voi uomini? Perche' non
    avete gridato ai vostri fratelli di sesso, musulmani, cristiani, atei,
    coatti qualunque, che e' ora di smetterla, che c'e' un altro modo di essere
    maschi? Come mai i vescovi e il papa non tuonano dai pulpiti, non minacciano
    scomuniche e inferni? Rispondete, su rispondete. Ce l'avete un altro modello
    in testa e sotto la cintura? Ne avete parlato ai vostri figli? Avete
    mostrato in casa e in famiglia come vanno rispettate le mogli, le madri, le
    figlie? Lo avete spiegato ai vostri compagni di lavoro stranieri che il
    corpo dell'altra e' inviolabile, senza il suo consenso? Vi siete mai
    mostrati orgogliosi con gli altri, con "i barbari", della liberta' che le
    vostre donne si sono conquistate anche contro di voi?
    In realta' e' piu' facile parlare di leggi e di codici; fare la predica alle
    femministe o, peggio, rimpiangere quei "valori" patriarcali che gli altri,
    gli stranieri, incarnano con tanto crudele rigore. Come in "uno specchio
    deformante e inquietante" (Alberto Leiss su www.donnealtri.it).
    So bene che un'invettiva anti-maschi serve solo come training contro la
    depressione. E so anche che noi donne del "mondo libero" non ci possiamo del
    tutto chiamare fuori. Innanzitutto come madri di figli maschi. E come mogli
    complici, sorelle accondiscendenti, acide rivali delle altre. E soprattutto,
    nel discorso pubblico, dobbiamo decidere se stiamo dalla parte di Hina o
    della sua comunita' che in qualche modo ha giustificato il padre assassino.
    Se onoriamo Kaur o la sua famiglia indiana che l'ha portata al suicidio. Se
    ci sentiamo abbastanza forti da offrire, senza complessi e falsa coscienza,
    una sponda pratica e simbolica alle donne che vogliono liberarsi dalla
    segregazione e dalla violenza. Ce lo aveva gia' chiesto chiaramente Ayan
    Hirsi Ali nel suo libro Non sottomessa. Vale la pena di rileggerlo.
    
    4. RIFLESSIONE. BIANCA M. POMERANZI: IL PATTO PATRIARCALE
    [Dal quotidiano "Liberazione" dell'8 settembre 2006. Bianca M. Pomeranzi,
    intellettuale femminista, esperta di cooperazione allo sviluppo, opera
    presso il Ministero degli affari esteri]
    
    Il dibattito sulla violenza nei confronti delle donne sta coinvolgendo
    progressivamente il tema della convivenza tra le diverse comunita' etniche,
    sempre piu' visibili nel nostro paese. Anzi, sembra quasi che nel caso della
    violenza sessuale alle italiane come nella violenza di genere contro le
    migranti sia sempre in gioco l'"altro patriarcato", quello che viene dal Sud
    del mondo e riduce le donne a soggetti totalmente vulnerabili. Recentemente,
    anche autrici serie, come Elisabetta Rasy sul "Corriere della sera", non
    hanno perso occasione di denigrare il "multiculturalismo femminista" che non
    osa prendere parola sulla mancanza di liberta' delle straniere migranti. Su
    questo, concordo con quanto ha scritto Monica Lanfranco proprio su questo
    giornale, citando le voci delle donne migranti in altri paesi occidentali
    con una storia molto piu' lunga del nostro in materia, che da tempo hanno
    svelato come un certo tipo di multiculturalismo sia spesso un "contratto tra
    patriarcati", che rimuove e allontana il conflitto di sesso.
    Prendere posizione su un tema cosi' complesso comunque non e' semplice e
    richiede un "salto epistemologico" che solo alcune pratiche politiche stanno
    iniziando a compiere. D'altronde, l'incapacita' e' diffusa nella cultura
    politica italiana corrente, particolarmente arretrata anche a causa
    dell'imbarbarimento culturale subito nel quinquennio berlusconiano. Di
    questo imbarbarimento fa parte un uso improprio della retorica sulle donne
    migranti "vittime", lanciato dalle rappresentanti istituzionali del governo
    di destra che avevano fatto della "tutela delle donne" un'arma per
    criminalizzare le culture dell'immigrazione.
    E' proprio di questo atteggiamento che il movimento delle donne vorrebbe
    velocemente sbarazzarsi, senza chiudere gli occhi, ovviamente, di fronte al
    patto patriarcale che trasforma il dialogo tra civilta' in un cupo silenzio
    sulle condizioni materiali di vita delle donne.
    I casi recenti e clamorosi di Hina e di Kaur non possono passare in secondo
    piano, non possono non essere chiamati per quello che sono: violenze di
    genere. In un caso, quello di Hina, la nostra legislazione e' sufficiente a
    punire, ma non a prevenire, nell'altro semplicemente e' totalmente
    inefficace. Perche' come ben sanno anche le donne italiane, non ci sono
    strumenti per resistere alle pressioni patriarcali all'interno della
    famiglia, se non la presa di coscienza, la presa di parola, e la ribellione.
    Occorre dunque riflettere su cosa si puo' fare per intervenire
    efficacemente. Su questo le pratiche avviate dalle donne, spesso a livello
    locale, hanno dimostrato che accanto alle campagne di informazione e di
    denuncia, vanno costruite strategie di intervento concrete in cui il ruolo
    del pubblico, locale o nazionale, e' quello di sostenere iniziative che
    valorizzino l'autonomia delle donne migranti anche rispetto alle loro
    comunita'. Si tratta di una strategia semplice, ma complessa nella sua
    realizzazione, poiche' richiede l'attenzione a una "pratica delle relazioni"
    che anche una grande parte della politica, schiacciata solo sulla
    decisionalita' istituzionale, non e' in grado di comprendere in tutta la sua
    importanza. La situazione e' resa piu' difficile dal fatto che neanche le
    associazioni di rappresentanza delle differenti comunita' migranti hanno
    interesse a spezzare il patto patriarcale che sta alla base di un
    multiculturalismo omertoso sul conflitto tra i sessi (quindi di facciata).
    L'azione delle "native" - per tornare al titolo di un convegno femminista
    sull'emigrazione organizzato a Torino piu' di dieci anni fa - dovrebbe
    essere quella di mettere in luce l'insostenibilita' di quel "patto
    patriarcale" per tutte le donne che vivono in questo paese.
    Mi auguro che gli sciagurati episodi di violenza - verso le italiane e verso
    le straniere - rimangano tutti, senza distinzione, al centro dell'attenzione
    mediatica: per fare in modo che il dibattito, aperto tra intellettuali,
    giornaliste/i, rappresentanti istituzionali e attiviste, non si chiuda
    relegandoli di nuovo in episodi di cronaca locale. Il giusto scandalo per
    questi massacri non puo' tuttavia tradursi in una sbrigativa condanna delle
    culture "altre", e deve far riflettere sulle conseguenze della
    globalizzazione sfrenata che non ha mai tenuto in conto la sostenibilita'
    umana del modello di sviluppo neoliberale. Fare fronte a questi fenomeni
    costringe adesso uomini e donne, politica istituzionale e movimenti, a
    radicali mutamenti di visione e di pratica politica. In questo senso anche
    la cooperazione verso i paesi del Sud del mondo puo' servire a comprendere e
    a intervenire in modo appropriato e va mantenuta costantemente "in tensione"
    con quello che accade all'interno del nostro paese.
    Cercare di affrontare il problema delle violenze di sesso e di genere in
    questo nuovo contesto globale impone di mettere in luce l'esperienza delle
    donne, native e migranti, nel Nord come nel Sud del mondo, per smascherare
    le connivenze e le gerarchie tra patriarcati. Solo cosi' avremo una
    possibilita' di superare la concezione liberale del multiculturalismo:
    attraverso una politica delle relazioni e della conoscenza, capace di
    fornire le basi per una convivenza tra diversi che non offenda i corpi e i
    desideri di nessuna.
    
    5. MONDO. SARAH SIMPSON: DOMESTICHE O SCHIAVE?
    [Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
    averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di
    Sarah Simpson apparso su "Irin News" il 12 settembre 2006.
    Sarah Simpson scrive sull'agenzia informativa umanitaria "Irin news".
    Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
    prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
    regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
    storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
    dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
    donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
    diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
    Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
    Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
    nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]
    
    Lagos, Nigeria. I trafficanti di esseri umani fanno buoni affari qui.
    Prendono ragazzine semianalfabete dai villaggi nigeriani e le portano a
    lavorare come domestiche nel contesto urbano in espansione di Lagos. Ma le
    ragazze, alcune delle quali non hanno piu' di cinque anni, vengono
    retribuite poco o nulla.
    Tonia Ayo-Ola, diciannovenne, lavora in questo modo da tre mesi, senza un
    solo giorno di pausa. Ogni mattina si alza alle 6 per preparare la colazione
    al suo "padrone". Non srotola il materasso per dormire sul pavimento sino a
    che l'ultima persona in casa non e' andata a letto, spesso ben dopo
    mezzanotte. "Non ho amici. Non esco mai e non c'e' nessuno che mi cerca. Non
    sono felice. Qui non sono malvagi con me, ma non e' come stare con la mia
    famiglia, non sono libera", dice Tonia.
    Tonia non e' mai stata pagata per il suo lavoro, sebbene sappia che
    l'intermediario ha offerto una somma imprecisata di denaro alla sua famiglia
    per la fine dell'anno, periodo in cui spera di tornare a casa. "Se le
    ragazze ricevono dei soldi, e' solo dopo che i trafficanti se ne sono presi
    la maggior parte per i 'costi di viaggio' e la 'commissione'", dice Justina
    Onifade dell'Unicef.
    In tutta l'Africa occidentale, milioni di ragazze come Tonia (e meno spesso
    anche ragazzi) sono di fatto vendute in schiavitu' come domestiche. Abusi
    sessuali e fisici su di loro sono comuni. Molte vengono tenute sotto chiave,
    e non hanno contatti al di fuori dei loro datori di lavoro: se hanno bisogno
    d'aiuto non sanno a chi rivolgersi.
    Una volta che sono lontane dalle loro famiglie, le ragazze sono in completa
    balia dei trafficanti, che a volte continuano a spostarle di casa in casa,
    intascandosi i loro profitti.
    Per Tonia Ayo-Ola la vicenda e' cominciata con l'arrivo dei trafficanti nel
    suo villaggio a nord di Lagos. Le hanno detto che potevano trovarle lavoro
    presso una facoltosa famiglia cittadina. L'accordo e' stato stipulato con il
    fratello di lei, e senza quasi rendersene conto Tonia si e' trovata in
    viaggio per andare a lavorare presso sconosciuti.
    "Affrontare il problema del traffico interno e' solo il primo passo", dice
    Orakuwe Grinze dell'agenzia governativa nigeriana per la proibizione del
    traffico di persone, in sigla Naptip; "Il traffico interno e' ingrediente
    per il traffico internazionale, perche' una volta che le ragazze sono state
    portate via dalle loro famiglie puo' accadere di tutto".
    Il traffico di fanciulle e fanciulli e' uno dei crimini organizzati in
    crescita, secondo l'Unicef, e si stima che faccia 1,2 milioni di vittime
    ogni anno.
    Il governo nigeriano ha varato una legge che rende illegale impiegare
    lavoratori sotto i 18 anni d'eta' in case che non siano di familiari. Ma i
    lavoratori sono cosi' a buon mercato che l'aiuto domestico e' la norma, e
    ben pochi nigeriani sanno che esiste questa legge.
    I funzionari del Naptip dicono che e' una continua lotta contro la poverta',
    in un paese in cui il 70% della popolazione vive con meno di un dollaro al
    giorno. "La poverto' puo' farti agire a livello animale, farti guardare ai
    tuoi figli come a qualcosa che puoi vendere, ma in effetti neppure gli
    animali fanno questo", dice Grinze.
    L'agenzia Naptip sta lavorando con l'Unicef per riunire le domestiche
    trafficate alle loro famiglie. Onifade dell'Unicef spiega che in molti casi
    e' complicato, perche' le bambine piu' piccole non sanno o non ricordano il
    nome del loro padre, o del luogo da cui vengono. Riguardo alle altre,
    l'Unicef sta lavorando con il governo per fornire loro istruzione e
    formazione. Al Centro sorto all'uopo ad Agege giovani donne, ragazze e due
    giovani uomini possono scegliere classi di formazione come parrucchiere,
    disegnatrici di moda e persino allevatrici di lumache giganti (uno dei
    piatti favoriti della Nigeria del sud). E' probabile pero' che questo
    programma gratuito non raggiungera' mai le ragazze piu' vulnerabili.
    "Grazie a questi Centri le ragazze riescono ad uscire dalle case in cui
    lavorano. Vengono qui e conoscono i propri diritti, condividono le
    esperienze, ricevono sostegno", spiga Onifade, "e questa e' l'esatta ragione
    per cui i loro padroni non vogliono mandarcele".
    
    6. MONDO. AD HAITI UNA MANIFESTAZIONE DELLE VITTIME DI VIOLENZA SESSUALE
    [Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
    averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo
    apparso sull'"International Herald Tribune"]
    
    Port-Au-Prince, Haiti. Indossando abiti bianchi e maschere nere,
    centocinquanta donne che hanno subito stupri hanno sfilato attraverso la
    capitale venerdi' primo settembre per chiedere giustizia e fine delle
    discriminazioni contro di loro. Il canto "Non abbandoneremo la lotta" e'
    stato intonato dalle dimostranti, tra cui ragazzine e donne anziane, mentre
    camminavano lentamente verso il National Palace. E' la prima manifestazione
    da anni, ad Haiti, ad essere tenuta per richiamare l'attenzione sulla
    violenza sessuale, che e' raramente perseguita nel paese e mette un marchio
    sulle vittime.
    "Quando sei stata stuprata ti senti come se non fossi piu' umana, perche'
    quelli vicini a te con te non vogliono aver nulla a che fare", ha detto
    Elisena Nicola, trentottenne madre di cinque figli.
    Elisena ha raccontato come uomini appartenenti ad un gruppo paramilitare
    sfondarono la porta della sua casa a Port-Au-Prince e la violarono prima di
    uccidere suo marito. Subi' la stessa violenza di nuovo nel 2004, durante il
    periodo convulso che segui' la caduta del presidente Jean-Bertrand Aristide.
    "Vogliamo che il governo ci sostenga", ha spiegato Elisena, "E che porti i
    colpevoli davanti a un tribunale".
    La ministra haitiana per gli affari delle donne, Marie Laurence Jocelyn
    Lassegue, dice che il suo ufficio sta tentando di raccogliere fondi per
    iniziative che proteggano le donne delle violenza, ed aiutino le vittime
    degli stupri. "In questo momento le donne che subiscono violenza sessuale
    non hanno alcun posto dove andare per ricevere aiuto". La ministra ha
    incontrato le dimostranti che si erano radunate fuori dal suo ufficio.
    La protesta era stata organizzata dalla Commissione delle donne che fu
    fondata dalle vittime degli stupri avvenuti durante il regime militare degli
    anni 1991-1994 e fornisce assistenza sanitaria e consulenza legale. Sotto il
    regime, soldati regolari e il gruppo paramilitare del "Fronte per
    l'avanzamento ed il progresso di Haiti" (Fraph) diedero luogo ad una
    campagna di stupro sistematico, tortura e omicidi per punire i supposti
    sostenitori di Aristide.
    In un'udienza di un procedimento giudiziario tenutasi a New York questa
    settimana, una donna ha testimoniato di aver subito uno stupro di gruppo da
    parte di seguaci del temuto ex leader del Fraph, Emmanuel "Toto" Constant.
    L'udienza si teneva per decidere se Constant e' da ritenersi responsabile
    per i danni subiti da tre donne querelanti. L'uomo e' in prigione a Long
    Island per frode e illeciti finanziari e non era presente all'udienza.
    Il Dipartimento di stato Usa nel 1996 permise a Constant di evitare
    l'estradizione ad Haiti e di vivere libero negli Stati Uniti nonostante
    avesse guidato la campagna di terrore del Fraph. Constant dichiara che, a
    quel tempo, lui lavorava per la Cia. I funzionari haitiani sospettano che
    sappia troppo delle attivita' della Cia ad Haiti perche' gli Usa permettano
    l'estradizione, nonostante l'agenzia ovviamente neghi di aver avuto un
    qualsiasi ruolo nelle azioni antidemocratiche compiute nel paese.
    Anne Sosin, direttrice del gruppo di attivisti per i diritti denominato
    "Haiti Rights Vision", con sede a Por-Au-Prince, dice che lo stupro e' fin
    troppo comune nell'impoverita nazione caraibica, specialmente negli slum
    densamente popolati e controllati da gang in guerra fra loro.
    "La paura di essere ignorate o non prese sul serio dalla polizia tiene molte
    donne lontane dal cercare aiuto", dice Anne Sosin, "d'altronde ne' gli
    stupratori ne' i loro fiancheggiatori vengono inquisiti".
    
    7. MONDO. MARINA FORTI: IN PAKISTAN
    [Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 settembre 2006. Marina Forti,
    giornalista particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti
    umani, del sud del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano
    "Il manifesto" sempre acuti articoli e reportages sui temi dell'ecologia
    globale e delle lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per
    sopravvivere e far sopravvivere il mondo e l'umanita' intera. Opere di
    Marina Forti: La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel
    Sud del mondo, Feltrinelli, Milano 2004]
    
    Il governo pakistano e' sceso a patti, ancora una volta, con la coalizione
    dei partiti religiosi: oggetto del compromesso e' la riforma delle leggi che
    trattano di violenza sessuale e di adulterio - in altre parole, oggetto del
    compromesso sono i diritti delle donne.
    Lunedi' infatti il governo ha deciso di accogliere le obiezioni avanzate dai
    partiti religiosi alla sua proposta di legge di riforma delle Ordinanze
    Hudood, il complesso di leggi ispirate alla shari'a (la legge coranica)
    sulla morale e lo statuto personale delle donne, emanate nel 1979
    dall'allora dittatore generale Zia ul-Haq. Di tutte le leggi islamizzanti
    emanate allora, solo quelle che toccano la vita delle donne hanno avuto un
    vero impatto giuridico: come quelle Ordinanze che prescrivono tra l'altro la
    galera, pene corporali o la lapidazione per "crimini" sessuali come
    fornicazione e adulterio (pene corporali e lapidazione in realta' non sono
    mai state comminate da un regolare tribunale: ma sono una minaccia costante
    sulla vita delle donne).
    Il governo del presidente Parvez Musharraf (di nuovo un generale), che ama
    parlare di "moderazione illuminata" in queste materie, aveva promesso di
    abrogare o riformare almeno uno degli aspetti piu' criticati di quelle
    leggi, che riguarda lo stupro: oggi una donna che denunci di aver subito
    violenza deve presentare quattro uomini come testimoni, o altrimenti sara'
    ritenuta responsabile del reato di adulterio. La bozza di legge presentata
    dal governo sotto il nome di Protection of Women Bill ("legge per la
    protezione delle donne") toglieva lo stupro dai reati regolari dalla legge
    religiosa e lo metteva nell'ambito del codice penale laico. Era gia' questo
    un compromesso: alcuni deputati dell'opposizione avevano proposto di
    abrogare per intero le Ordinanze Hudood, come chiedono da anni le
    organizzazioni pakistane per i diritti umani e decine di gruppi di donne e
    attiviste sociali.
    Anche una riforma cosi' moderata pero' ha fatto insorgere i partiti
    religiosi ultraconservatori, riuniti nella coalizione Mma, che hanno
    minacciato di ritirare i propri deputati dal parlamento nazionale e dai
    parlamenti provinciali. E questo avrebbe messo in seria difficolta' il
    presidente Musharraf, che del loro consenso ha bisogno: la Mma e' al governo
    in due province e ha un terzo dei seggi nel parlamento nazionale
    (conquistati cavalcando il diffuso risentimento contro la guerra americana
    in Afghanistan e approfittando delle limitazioni imposte da Musharraf ai due
    maggiori partiti laici, la Lega musulmana dell'ex premier Nawaz Sharif e il
    Partito popolare della ex premier Benazir Bhutto). La settimana scorsa il
    governo e' sopravvissuto a una mozione di sfiducia dell'opposizione laica
    proprio grazie all'appoggio dei partiti religiosi. E in un momento di grande
    instabilita' nelle province confinanti con l'Afghanistan, dove l'esercito
    pakistano conduce una guerra ai Taliban e al Qaeda che provoca risentimenti
    e rivolte, inimicarsi i religiosi sarebbe stato un rischio per Musharraf,
    che dunque ha ceduto.
    Gli emendamenti presentati dai partiti islamici e accettati dal governo
    peggiorano le leggi attuali. Lo stupro sara' materia della legge religiosa
    quando ci siano i quattro testimoni, del codice civile negli altri casi - a
    discrezione del giudice. L'adulterio, offesa regolata dalla legge religiosa,
    ora sara' anche un reato civile punibile con la galera fino a 5 anni. E in
    aggiunta a tutto questo, un articolo della bozza che oggi il parlamento
    approvera' afferma che i dettami della legge religiosa prevalgono su
    qualunque cosa dicano le altre leggi.
    Il risultato e' una legge ambigua che peggiora la situazione per le donne,
    ha commentato Asma Jehangir, avvocata e presidente della Commissione per i
    diritti umani in Pakistan (Hrcp), organizzazione indipendente (anzi, spesso
    ostacolata dal governo) che rappresenta un baluardo delle battaglie
    democratiche pakistane: "Hanno voluto far credere alle donne che questa
    legge serva a proteggerle. Invece protegge gli estremisti religiosi", ha
    detto Jehangir. Certo denunciare uno stupro non sara' piu' facile di prima.
    
    8. RIFLESSIONE. ALESSANDRA MECOZZI: UN ALTRO MEDIO ORIENTE E' POSSIBILE
    [Dal quotidiano "Liberazione" dell'8 settembre 2006. Alessandra Mecozzi e'
    responsabile internazionale della Fiom Cgil]
    
    Negli ultimi mesi la guerra ha ripreso con la sua ferocia la scena: alla
    quotidiana carneficina nell'Iraq occupato e alla ripresa dei combattimenti
    in Afghanistan, si sono aggiunti l'assedio e le stragi di Gaza, la guerra in
    Libano e Israele. L'assassinio di Angelo Frammartino, volontario di pace a
    Gerusalemme, e' stato un tragico e inquietante sintomo del dilagare della
    occupazione e della guerra nelle coscienze. Mai in Italia si e' sentita
    tanta impotenza e incapacita' di risposta del movimento contro la guerra, il
    bisogno di una strategia lungimirante capace di agire nell'emergenza. La
    fiaccolata del 17 luglio, indetta da venti associazioni, come urgente e
    indispensabile risposta contro la guerra e in solidarieta' con tutte le
    vittime, insieme alle difficolta' di realizzarla, ha visto una
    partecipazione modestissima, della societa' e della politica. L'iniziativa
    della Tavola della pace del 26 agosto, nata per dare risposta alla
    necessita' di riavviare discussione e iniziativa, e' stata segnata,
    inopinatamente, da una manifestazione di sostegno alla missione militare:
    "Forza Onu". Per fortuna qualche voce critica, come quella di Pax Christi,
    c'e' stata.
    Se il movimento pacifista non e' morto, ha sicuramente perso la bussola.
    Sarebbe urgente ritrovarla, analizzando cio' che sta succedendo nel mondo e
    in Medio Oriente in particolare, considerando tutte le energie positive, in
    Italia, in Europa e nel mondo. Per la prima volta centinaia di associazioni
    dagli Stati Uniti si rivolgono alle "sorelle e fratelli del Medio Oriente"
    con una lettera aperta che condanna la politica statunitense nell'area e il
    suo sostegno alle violazioni del diritto internazionale compiute dal governo
    israeliano, mentre in Israele si sono susseguite manifestazioni e
    iniziative. In Gran Bretagna una grande manifestazione si e' di nuovo fatta
    sentire. Anche in Francia, fatto non abituale, si sono susseguite presenza
    in piazza e nelle strade durante l'estate.
    La finestra aperta dalla politica estera italiana verso i paesi arabi e il
    mondo islamico - anche risultato delle grandi mobilitazioni degli anni
    recenti contro la "guerra permanente antiterrore" e lo "scontro di
    civilta'", che ne e' l'ideologia, lanciata dagli Stati Uniti dopo l'11
    settembre - anziche' incentivare il movimento ad iniziative piu' energiche e
    lungimiranti, sembra che lo spinga alla delega o alla contrapposizione. La
    missione militare di interposizione in Libano, probabilmente necessaria in
    quel disastro, per mantenere il "cessate il fuoco" e proteggere i civili,
    non puo' far dimenticare tempi e i modi con cui l'Onu ha potuto deciderlo:
    l'opposizione ad esso di Usa e Israele, per l'oscena richiesta di "finire il
    lavoro", ha consentito la semidistruzione di un paese e l'uccisione di oltre
    1.300 civili. Se il diverso carattere di questa missione rispetto a quelle
    in Afghanistan e in Iraq va riconosciuto, e non solo per i caschi blu, ma
    per il consenso delle parti in conflitto e per il suo essere forza di
    interposizione, va anche con nettezza sostenuto che, in quanto missione
    militare in un'area di guerra, e' esposta a molti rischi, fino e quella
    dell'inglobamento nella "guerra al terrore". C'e' da augurarsi che non
    accada, e che il confronto e il negoziato politico occupino la scena, mentre
    le armi tacciono.
    Ma una missione militare fa parte di un sistema di politica armata, con il
    contorno di cultura militarista che ne deriva: non e' accettabile che
    diventi un terreno, ne' tantomeno una bandiera, dei movimenti per la pace:
    si esce dalla guerra se si disarmano politica e cultura. E' una lotta e una
    costruzione lunga e difficile, su molti terreni, e senza scorciatoie ne'
    semplificazioni: dalla questione del nucleare a quella delle spese militari,
    dalla smilitarizzazione del territorio alla questione della cooperazione
    militare con paesi belligeranti, dalla produzione, commercio e traffico
    delle armi, al sostegno alle societa' civili del Medio Oriente che si
    battono per i diritti e la democrazia, contro regimi autoritari e
    bellicisti, per liberarsi da occupazioni e fondamentalismi, a cui guerre e
    ingiustizie hanno portato consenso.
    L'orizzonte comune globale deve essere quello del disarmo, cominciando da
    quello nucleare.
    Nell'immediato, una vera pace in Medio Oriente e' oggi impensabile se non si
    costruisce subito una iniziativa per la fine dell'occupazione israeliana di
    tutti i territori e la creazione di uno stato palestinese indipendente, sui
    confini del 1967 e con Gerusalemme capitale condivisa. Finora non un atto e'
    stato fatto dalla comunita' internazionale, dall'Unione Europea, in questa
    direzione. L'Onu e' responsabile della non applicazione di decine di
    risoluzioni, percio' la sua esaltazione e' fuori luogo, va se mai incalzato
    internazionalmente su questo terreno. Il blocco dei fondi alla Anp, usato
    come clava contro il governo di Hamas, eletto democraticamente, ma "non
    gradito", ha ridotto letteralmente alla fame una popolazione gia' colpita;
    l'assedio di Gaza - origine della guerra in Libano - dura da giugno, facendo
    ogni giorno vittime. Chiusi i valichi per le persone e per le merci (entrano
    solo quelle israeliane) con l'Egitto, mentre l'Unione Europea fa alloggiare
    in territorio israeliano i suoi osservatori militari garanti ufficialmente
    del passaggio, avvisati dall'esercito israeliano (!) dell'impossibilita' di
    aprire per motivi di "sicurezza". Mezzo governo palestinese e' da tempo in
    carcere insieme a vari parlamentari. La guerra contro i civili e' diventata
    la quotidianita' della condizione palestinese, nelle strade e nelle case,
    sui corpi e le menti. C'e' da agire perche' il Medio Oriente, la sua
    cultura, le sue risorse, restino nelle mani di chi lo abita e vuole
    decidere, anche mettendo in discussione i rispettivi regimi e rifiutando
    piani di nuova colonizzazione. Oggi e' la nascita di uno stato palestinese a
    poter rappresentare concretamente che un altro Medio Oriente e' possibile,
    libero da occupazioni, guerra e oppressione.
    
    9. RIVISTE. UN EDITORIALE DI "LEGGENDARIA"
    [Dal sito della bella rivista "Leggendaria" (www.leggendaria.it) riprendiamo
    l'editoriale del n. 57 dell'estate 2006, monografico sul tema "S/velate".
    Riportiamo di seguito il sommario del fascicolo: "Tema. S/velate; La
    Questione di Anna Maria Crispino; Islam e Occidente Pensare lo scontro di
    civilta' di Franca Fossati; Il corpo Un colossale paradosso di Bia Sarasini;
    Scritture Mosaico di lingue e storie di Gabriella Seccardini; Femminismo A
    chi serve bollarle come vittime? di Anissa Helie; Incontro. Maria Pia
    Quintavalla L'universale infanzia di tutti intervista di Loredana Magazzeni;
    Dal profondo della memoria di Maria Clelia Cardona; Amelie Nothomb L'ultima
    provocazione di Amelie a cura di Marilena Genovese; Scritture: Maria
    Zambrano Spagnoli fuori dalla Spagna; Adania Shibli Il "best of" delle
    farfalle e degli elicotteri nell'anno 2000; Adania Shibli Polvere; Piera
    Mattei La Citta', gli uccelli; Nadia Tarantini Gazpacho; Silvia Bre L'estasi
    di G. L. Bernini, beato mentre scolpisce Ludovica Albertoni; Aldina De
    Stefano Haiku del bosco; A/margine: Africa Leggendaria a Cape town di Monica
    Luongo; Primopiano: Archivi Memoria e cuore del femminismo di Ivana Rinaldi;
    Femminismo La lente della Storia di Ivana Rinaldi; Giovanna Mozzillo Favole
    di contagiosa vitalita' di Maria Vittoria Vittori; Nicoletta Vallorani La
    doppia ombra di Maria Grosso; Scrittura femminile Le porte strette per
    ricominciare di Claudia Patuzzi; Scrittrici italiane Amore, non amore di
    Stefania Lucamante; Letture: Anna Santoro Il mistero e la complessita' del
    vivere di Maria Clelia Cardona; May Sinclair La mistificazione della
    coscienza di Simona Corso; Daniela De Robert Il mondo recluso di Vanessa
    Lanari; Elizabeth von Arnim La scelta di Rose-Marie di Anna Maria Crispino;
    Anna Caprara Gallotta Per le strade di Capri di Nadia Tarantini; Brendan
    O'Carroll Il risveglio della vedova di Margherita Boschi; Monika Maron
    Autobiografia e geografia di se' di Laura Bocci; Rubriche: News e buone
    notizie"]
    
    Svelare: togliere il velo per poter vedere cio' che c'e' sotto, coperto,
    nascosto, temuto o fantasticato. Ma anche rivelare, portare alla luce,
    esporre cio' che non si conosce, di noi, dell'altro. E' in questa doppia
    valenza che usiamo il titolo S/velate per proporre ipotesi di riflessione,
    domande, frammenti di un discorso necessario all'urgenza di "pensare" lo
    scontro di civilta' cui stiamo assistendo. Uno scontro - di armi e di
    parole - che sembra riuscire ad assoldare sempre piu' militanti dall'una e
    dall'altra parte e che si intreccia perversamente con manifestazioni sempre
    piu' allarmanti del risorgere di un patriarcato aggressivo e violento,
    fenomeno trasversale alle culture e alle religioni. E dunque "pensare"
    significa riflettere soprattutto su di noi, donne dell'Occidente cristiano,
    e a partire da noi, come da tempo abbiamo imparato a fare. Ma anche, allo
    stesso tempo, ascoltare, le altre/gli altri in nome di quella relazione
    necessaria anche alla pratica della critica o del conflitto. I testi che vi
    proponiamo nel nostro Tema vanno nell'una e nell'altra direzione, un doppio
    movimento non sempre, non ancora, pienamente sintonizzato ma inevitabile.
    Il tema rimbalza anche nel nostro speciale Scritture, dove i due racconti
    della giovane scrittrice palestinese Adana Ghibli, inediti in Italia, ci
    consentono di misurare quanto la distanza tra "noi" e "loro" sia molto
    minore di quella che ci appare: siamo nella trama di uno stesso racconto e
    dipendiamo gli uni dagli altri, le une dalle altre. E ad un'altra guerra,
    uno scontro tremendo tra diverse idee di civilta' apparentemente tutto
    interno all'Occidente, ci rimanda il testo di Maria Zambrano trovato e
    preparato per noi da Alessandra Riccio. Ad arricchire il nostro Speciale,
    racconti e poesie inedite di "leggendarie" autrici italiane.
    Monica Luongo ci racconta dell'accoglienza ricevuta dal nostro numero
    "Africa" alla Fiera del Libro di Cape Town, ma vi segnaliamo anche l'intenso
    dialogo tra Loredana Magazzeni e Maria Pia Quintavalla e l'istantanea di un
    confronto collettivo tra Amelie Nothomb e il suo pubblico romano ripresa per
    noi da Marilena Genovese. C'e' tanto ancora da leggere in Primopiano e
    Letture, sezioni che abbiamo potuto espandere grazie al cambio di formato e
    all'aumento delle pagine della nostra "Leggendaria".
    Il prossimo numero sara' pronto a fine ottobre: un fascicolo doppio,
    monografico, bilingue sulle "donne" di Henrik Ibsen, collegato ad un
    importante convegno di cui trovate il programma a pagina 37. Intanto, pero',
    buona lettura con questo super-numero di tarda estate!
    
    10. MAESTRE. SUSAN SONTAG: UNA FORMA DI NUTRIMENTO
    [Da Susan Sontag, Contro l'interpretazione, Mondadori, Milano 1967, 1998, p.
    56 (e' un frammento dal saggio Sullo stile del 1965). Susan Sontag e' stata
    una prestigiosa intellettuale femminista e pacifista americana, nata a New Y
    ork nel 1933, deceduta sul finire del 2004; acutissima interprete e critica
    dei costumi e dei linguaggi, fortemente impegnata per i diritti civili e la
    dignita' umana; tra i molti suoi libri segnaliamo alcuni suoi stupendi
    saggi, come quelli raccolti in Contro l'interpretazione e Stili di volonta'
    radicale, presso Mondadori; e Malattia come metafora, presso Einaudi; tra i
    suoi lavori piu' recenti segnaliamo particolarmente il notevole Davanti al
    dolore degli altri, Mondadori, Milano 2003]
    
    Ho applicato piu' volte all'opera d'arte la metafora di una forma di
    nutrimento. Lasciarsi coinvolgere in un'opera d'arte comporta senza dubbio
    l'esperienza di distaccarsi dal mondo. Ma l'opera d'arte e' anche un oggetto
    vibrante, magico ed esemplare che ci restituisce al mondo, in un certo senso
    piu' aperti e arricchiti.
    
    11. LUTTI. ROBERTO DANESE RICORDA LIDIA STORONI MAZZOLANI
    [Dal quotidiano "Il manifesto" del 12 settembre 2006.
    Roberto Danese, docente universitario, latinista, si e' occupato
    particolarmente di Plauto, Terenzio e del teatro latino, di Seneca tragico,
    Lucano, di ecdotica dei testi classici, didattica dell'antico, fortuna
    dell'antico nel mondo moderno e contemporaneo, antropologia del mondo
    antico, ed ancora: fonologia del latino, metrica classica, mitografia;,
    strumenti informatici per lo studio delle dispiline umanistiche. E' autore
    di molte pubblicazioni.
    Lidia Storoni Mazzolani (Roma, 1911-2006), scrittrice, storica, acuta
    studiosa della cultura latina, finissima traduttrice di classici latini,
    inglesi e francesi, ha collaborato generosamente a riviste e quotidiani (tra
    cui "La Stampa", "La Repubblica", "Il Sole 24 ore") ed ha pubblicato libri
    che restano nel cuore dei lettori]
    
    E' scomparsa ieri a Roma, all'eta' di novantacinque anni, Lidia Storoni
    Mazzolani, antichista e saggista poliedrica, nota non soltanto per i volumi
    da lei firmati, ma anche - o forse soprattutto - per le sue numerose
    traduzioni da lingue antiche e moderne, prima fra tutte quella, divenuta
    celebre anche all'estero, delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
    Nata a Roma nel 1911, Lidia Storoni Mazzolani era una specialista di storia
    antica. Come storica si occupo' in particolare dell'epoca imperiale,
    pubblicando diversi saggi importanti fra cui si devono ricordare L'impero
    senza fine (Rizzoli 1972), Vita di Galla Placidia (Rizzoli 1975) e Tiberio o
    la spirale del potere (Rizzoli 1978). Di notevole rilievo all'interno
    dell'opera della studiosa e' soprattutto L'idea di citta' nel mondo romano.
    L'evoluzione del pensiero politico di Roma (Ricciardi 1967, ripubblicato nel
    1994 dalla casa editrice fiorentina Le Lettere), con cui fra l'altro vinse
    il premio Viareggio.
    Successivamente, gli interessi di Storoni Mazzolani si estesero anche alla
    patristica, concretandosi in lavori su Agostino di Ippona (Sant'Agostino e i
    pagani, Sellerio 1987) e su Ambrogio vescovo (Tea 1996). Gran parte della
    sua opera di saggista e' stata tradotta nelle principali lingue straniere.
    Ancora come storica, Storoni Mazzolani contibui' alla diffusione dei testi
    classici tramite l'editoria tascabile firmando traduzioni di Sallustio,
    Tacito e Cicerone per la Bur, ma anche numerose introduzioni e prefazioni a
    edizioni divulgative. Nel 1973 pubblico' per Einaudi una fortunata raccolta
    di epigrafi romane, dal titolo Iscrizioni funerarie, sortilegi e pronostici
    di Roma antica, ripresa poi in parte in Iscrizioni funerarie romane (Bur
    1991).
    Ma il peso culturale di Lidia Storoni Mazzolani non si puo' misurare solo
    con il lavoro di studiosa del mondo antico: la sua attivita' ha infatti
    spaziato in molti altri campi, partendo sempre dalla formazione di
    classicista, ma utilizzandola per indagare anche aspetti della cultura
    moderna e contemporanea. In questo senso possiamo affermare che Storoni
    Mazzolani fu autentica anticipatrice nel porre l'accento sull'importanza dei
    rapporti tra antico e moderno, tema oggi divenuto una delle direttrici
    fondamentali e piu' produttive negli studi classici. Bisogna infatti dire
    che la notorieta' della studiosa e' forse piu' di tutto legata alla lunga
    consuetudine di scambio intellettuale e di amicizia con una grande
    scrittrice contemporanea come Marguerite Yourcenar. Fu Yourcenar stessa a
    chiedere che Lidia Storoni Mazzolani, che aveva da poco tradotto per Einaudi
    Mario l'epicureo di Walter Pater, volgesse in italiano le Memorie di Adriano
    e nel corso della traduzione fra la scrittrice belga e la studiosa italiana
    si instauro' un rapporto intellettuale e umano di grande intensita'.
    "Incomincio' tra noi - avrebbe in seguito ricordato Storoni Mazzolani - uno
    scambio epistolare molto frequente, all'inizio concernente solo le vicende
    editoriali, qualche incertezza sul testo da parte mia, qualche cortese
    precisazione da parte sua, poi un interessamento reciproco sempre piu' vivo
    e amichevole: le lettere che mi scrisse sono cosi' ricche d'intelligenza e
    di calore umano che quando in Francia fu pubblicato il suo epistolario mi fu
    chiesta fotocopia di quelle che possedevo e molte vi furono introdotte". Per
    questo, l'epistolario fra Yourcenar e Storoni Mazzolani e' ancor oggi
    oggetto di studi specialistici, e parte di esso e' confluito nella antologia
    di scritti epistolari yourcenariani Lettere ai contemporanei (Einaudi 1995),
    corredata da una introduzione della stessa Storoni Mazzolani, che firmo'
    inoltre un saggio su Yourcenar posto in appendice all'edizione italiana
    delle Memorie di Adriano (Einaudi 1981).
    L'attivita' di traduttrice di testi moderni della studiosa e' stata tuttavia
    assai piu' estesa e ha riguardato (oltre a Walter Pater) anche Thomas
    Babington Macaulay (La conquista dell'India, Mondadori 1958) e un classico
    come I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift (Einaudi 1963).
    Infine, per dare la giusta definizione al multiforme profilo intellettuale
    di Lidia Storoni Mazzolani, dobbiamo ricordare anche i suoi interessi
    archeologici e per la fotografia, fino ad arrivare alla sua recente
    collaborazione con il cinema documentaristico, come autrice del soggetto e
    dei testi per il film De immortalitate (regia di Luigi Bazzani, 1990),
    dedicato al culto dei morti nell'antichita' etrusca e romana e nel primo
    cristianesimo, terzo dei quindici film prodotti dalla Rai per la serie Roma
    imago urbis.
    

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