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  • 10/11/2006 Storie di Pangea (6). Le donne di Michelle Bachelet (Emanuele Valenti *, http://www.korazym.org)

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    Buone notizie dal Cile per le donne di tutta l'America Latina. Una volta tanto in piazza non si sono visti uomini sventolare bandiere della loro squadra di calcio, ma donne, con migliaia di poster di Michelle, gridando: ora le donne al potere!

    Michelle ha portato qualcosa di tutte noi al Palazzo de La Moneda". Sonia, 25 anni, cameriera in un bar del centro di Santiago, dove per volontà del proprietario lavora, come le sue colleghe, con una succinta minigonna, ha bisogno di poche parole per spiegare il sentimento che negli ultimi mesi hanno provato moltissime donne cilene. Parole però che pesano come macigni. "Alle ultime elezioni ho votato per la destra, ma poi mi sono resa conto che lei sarà la presidente di tutti i cileni, a partire da noi donne. E noi l'accompagneremo in questa avventura". Michelle Bachelet ha assunto ufficialmente la presidenza del Cile l'11 marzo scorso. Un evento storico, che ha scompaginato le tradizioni, non solo politiche, di un Paese tra i più maschilisti di tutto il continente latino-americano. Tra i punti centrali del suo programma elettorale c’era la riduzione di quell’abisso che separa i ricchi e i poveri, e allo stesso modo quello che tiene a "debita"distanza gli uomini dalle donne. Nel mondo del lavoro, a parità di impiego, le donne cilene guadagnano il 30 % in meno rispetto agli uomini. Divario che per le alte professioni sale anche al 50 %. "L’equilibrio tra i generi è un principio profondo e allo stesso tempo anche molto semplice. Spero che il bilanciamento che abbiamo stabilito nel governo posso essere presto trasferito al resto della società". A scriverlo è stata la stessa Bachelet, qualche settimana fa, in un articolo di fondo pubblicato sulla prima pagina dell'autorevole giornale del mondo degli affari, il Financial Times. L'obiettivo è alto. E il percorso sarà più che tortuoso. "Essere donna e madre, in Cile, soprattutto nelle fasce più popolari della società, è spesso il cammino diretto alla povertà - dice Amalia Mauro, direttrice del Centro Studi sulle Donne, di Santiago - perché la discriminazione in base al sesso è ancora ben radicata nella nostra società e anche nella nostra legislazione".

    Amalia Mauro divide in tre gruppi le donne che soffrono una pesante discriminazione. Nel primo quelle che non hanno mai lavorato, almeno ufficialmente, e che quindi non hanno alcun diritto alla pensione. Poi coloro che hanno lavorato, ma a periodi alterni, a causa del tempo obbligatoriamente dedicato alla crescita figli. In Cile sono moltissime. Donne tra i 25 e i 45 anni che non riescono ad arrivare ai 20 anni lavorativi necessari per avere la pensione minima. "È assurdo - commenta Amalia Mauro - che la nostra società castighi le donne che lasciano il mercato del lavoro per dedicarsi al lavoro in famiglia, fondamentale per il bene di tutta l'umanità". Infine tutte quelle donne che lavorano, ma con salari molto più bassi rispetto agli uomini, spesso senza alcun contratto e quindi private di ogni protezione sociale. Un quadro non certo incoraggiante, confermato anche dal fatto che la metà della donne cilene vive sotto la soglia della povertà. E che messo insieme ad altri buchi neri del sistema socio-economico, per esempio la differenza tra gli stipendi più alti e quelli più bassi, che in Cile può arrivare anche a cento volte (in Europa non si va oltre le venti), carica la nuova inquilina della Moneda di una responsabilità enorme.

    Ma è stato proprio l'arrivo al potere di una donna a dare fiducia e speranza alle cilene. Anche perché la sua elezione rispecchia probabilmente una profonda trasformazione sotterranea della società. "Ascoltando il suo discorso, la notte della vittoria elettorale - racconta la giornalista Maria Pastora Sandoval - ci rendemmo conto di come la nostra società stesse cambiando e con lei il nostro modo di pensare. È come se la tradizione fosse stata spazzata via in un sol giorno. Una volta tanto in piazza non ho visto gruppi di uomini sventolare le bandiere della loro squadra di calcio, ma donne. Donne con migliaia di poster di Michelle, gridando: ora le donne al potere! Siamo fiere di essere donne! Adesso le donne hanno un'opportunità!". Ed è proprio questa l'opportunità che il Cile non deve perdere. L'iniezione di fiducia in un cambiamento radicale è stata enorme.

    Favorita anche dalla scelta della Bachelet di creare intorno a lei un governo composto per metà da donne.

    "Rivoluzioneremo il potere. Anche se molti non ci credevano Michelle ha iniziato subito a stabilire la parità tra uomini e donne in tutto il settore statale, a partire dall'esecutivo. E sembra che le cilene se ne stiano rendendo conto". Racconta così la sua esperienza, Clarissa Hardy, chiamata a far parte del nuovo governo, con un importante ruolo per gli interventi in campo sociale.

    Il percorso, dicevamo, non sarà facile. E tra i problemi per il nuovo governo, anche se i media cileni non ne parlano, c'è quello delle popolazioni indigene del sud, i Mapuche. Per loro sembra lontano un riconoscimento a livello costituzionale dei loro diritti, a partire dalla partecipazione politica per arrivare al controllo delle terre e delle risorse naturali che si trovano nella regione dove vivono da centinaia di anni. Il nuovo parlamento, con ogni probabilità, non farà un passo in questa direzione. "C'è troppa resistenza - ripetono nei salotti della politica - i due terzi dei voti necessari sono lontani, quasi irraggiungibili". Stessa sorte, sembra, anche per un provvedimento di amnistia nei confronti di alcuni attivisti mapuche in carcere per atti di sabotaggio. Quattro di loro hanno fatto anche un lunghissimo e drammatico sciopero della fame.

    In questa situazione, ancora una volta, le prime a pagare sono le donne. Alle discriminazioni per sesso ed etnia vanno, infatti, aggiunti un alto tasso di natalità e una minore speranza di vita. Luci e ombre. E molte curiose contraddizioni. Le stesse, ancora una volta, che si trovano nella vita di Michelle Bachelet. Chi avrebbe immaginato, venti anni fa, che la figlia di un ex generale fedele fino all'ultimo a Salvador Allende, sarebbe riuscita ad insediarsi nel Palazzo de La Moneda, che l'11 settembre del 1973, giorno del golpe orchestrato da Augusto Pinochet, osservò per tutta la giornata dal tetto della Facoltà di Medicina. La giovane Michelle, allora militante della Gioventù Socialista, decise di trincerarsi dentro l'Università per resistere al colpo di stato. E dal tetto di quell'edificio osservò con i suoi occhi il fumo che si alzava dal palazzo presidenziale dopo il bombardamento che con ogni probabilità uccise Allende. Suo padre morì in carcere, dopo essere stato torturato dai suoi colleghi. Il suo uomo finì desaparecido. Lei stessa finì in prigione, con la madre. "Michelle entrò nella nostra cella molto tranquilla - racconta Lucrecia Brito, compagna di quella sventura nel gennaio del 1975 - Faceva il medico, e somministrava i calmanti alle altre ragazze che erano state torturate e violentate".

    Nonostante questa tremenda esperienza, dopo la quale lasciò il Paese, Michelle Bachelet è riuscita a non abbandonare la tradizione che ha legato per decenni la sua famiglia alle forze armate. Anzi, questo suo passato le ha dato la forza e l'opportunità di svolgere un ruolo chiave nella democratizzazione, ancora da ultimare, dell'esercito cileno. Tra il 2002 e il 2004 è stata anche ministra della difesa nel governo di Ricardo Lagos. Una sua foto con un cappellino militare, a bordo di un carro armato, fece il giro del mondo. La sua stessa forza, così utile per far fare un ulteriore passo in avanti al Paese, è quella che la Bachelet deve trasmettere ora a tutto il Cile.

    * Emanuele Valenti, giornalista Radio Popolare. Fonte: Fondazione Pangea Onlus.

    Per ulteriori informazioni

    Fondazione Pangea Onlus
    Via Olmetto, 17
    20123 Milano
    Telefono e telefax: +39-02-733202
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