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  • 14/11/2007  Quello che resta. Storie di donne, storie di bambini, vita vera … (Loris Lauretano, http://www.korazym.org)

    Ricerca personalizzata

    Un libro che andrebbe fatto leggere nelle scuole: una risposta alla leggerezza con cui alle ragazze e ai ragazzi si racconta che abortire non è che una tra le opzioni di fronte ad una gravidanza più o meno desiderata.

    Quello che resta (Editrice Vita Nuova - Associazione "Il Dono", Euro 16,00) denuncia l’urgenza di affrontare il problema dell’aborto, partendo dall’aborto. Partendo dalla donna. Storie di donne, storie di bambini, vita vera. Vengono messe in luce, una volta per tutte, senza ipocrisie, le conseguenze drammatiche delle donne che decidono di interrompere volontariamente la propria gravidanza. Paura, solitudine, sofferenza, illusioni ed infine un dolore profondo che non dà tregua e non passa nemmeno a distanza di anni. Psicologi, medici, psichiatri, mettono a disposizione la loro esperienza professionale per "spiegare" questo dolore e aiutare la donna ad attraversare il lutto, perchè diventi un cammino verso la redenzione, la rinascita, il perdono. Un tema scottante, senza bandiere, senza politica e al di là del proprio credo religioso, perché a raccontarsi sono proprio le protagoniste, le donne in quanto esseri umani, in quanto persone.

    La presentazione di Ester Palma, giornalista del Corriere della Sera

    Solitudine, speranze, illusioni e infine un dolore profondo, che non dà tregua e non passa neppure a distanza di anni: si assomigliano un po’ tutte le storie raccontate in questo libro sconvolgente. Che ha un merito indiscutibile, quello di dare voce al tabù politicamente scorrettissimo della sofferenza, spesso silenziosa e solitaria, delle donne che hanno deciso (o verrebbe da dire, subìto) un’IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza): un vero pugno nello stomaco di quella "consumerist society", dove i rapporti interpersonali sono e devono essere "liquidi", impersonali, senza forma né valori, secondo l’analisi del sociologo polacco Zygmunt Bauman già citata in uno dei saggi che compongono la seconda parte del libro.

    L’aborto costa dolore, non è "una cosuccia da nulla", "l’unica soluzione sensata", "il modo per rimettere a posto le cose". Questo libro e soprattutto il lavoro costante, faticoso e instancabile di Serena Taccari e dell’associazione "Il Dono" lo mettono in luce una volta per tutte, senza ipocrisie. Insieme ad un’altra drammatica verità, spesso taciuta: l’interruzione di una gravidanza non è quasi mai la "scelta libera e consapevole delle donne". Il panorama disegnato da queste pagine, dalle storie, dalle vite di queste madri mancate è fatto spesso di passività e accettazione supina degli eventi, sebbene la posta in gioco sia tanto alta e drammatica: "Mi facevo guidare" - si legge in alcune di queste vicende -, "Mi sono lasciata trasportare", "Che cosa sto facendo? Non lo so", "Speravo che qualcuno scendesse a portarmi via".

    È anche vero che l’aborto, l’uccisione "a freddo" di un figlio nella pancia di colei che è stata chiamata a dargli la vita, è un atto così feroce e innaturale che forse solo in questo modo lo si può accettare e compiere: "Nelle altre leggevo le stesse mie emozioni e cioè la totale assenza di emozioni. Credo sia solo una questione di sopravvivenza, anestetizzare l’anima". "Ero morta, morta insieme a mio figlio…".

    E nel compiere il percorso verso la sala operatoria in cui verrà effettuato l’intervento, la donna di turno è accompagnata in genere da una rete di false premure e di un dichiarato "rispetto" per la sua scelta ("fai come vuoi, la decisione è tua") che in realtà è solo l’altra faccia di una prevaricazione letale. E in questo scenario popolato da ombre cupe, da un freddo di morte, spiccano per assenza e insensibilità, fatte salve le dovute eccezioni, ginecologi, ostetriche, operatori dei consultori, assistenti sociali, che sembrano fare a gara ad "aiutare" la donna a liberarsi del suo piccolo.

    Passo dopo passo si arriva dunque all’altro comune denominatore di queste storie: il risveglio amarissimo dopo l’intervento, il senso di colpa, il rimorso invincibile. "Dopo l’operazione, il vuoto", "Ho cercato e desiderato la morte", "Dopo sei finalmente libera di impazzire con il tuo dolore", "Ho tradito e ucciso mio figlio… la mia ferita si chiama rimorso" "Sono solo 5 anni che sto scontando questa pena e spesso temo di essermi inflitta l’ergastolo". E allora in questo mondo disperato, "claustrofobico", come lo definisce la stessa Serena, risalta con ancora maggiore forza l’importanza del ruolo de "Il Dono": scegliere di immergersi in questo genere, bistrattato e misconosciuto, di sofferenza richiede coraggio, intelligenza e una non comune disponibilità a dare. Perché il passaggio attraverso la morte di queste donne dolenti non sia definitivo, ma solo una tappa di una cammino verso la redenzione, la rinascita, il perdono. E che ciò in qualche misura sia possibile lo provano le brevi note poste al termine di alcune storie, che spiegano come il percorso verso la ripresa sia stato avviato quando non, in alcuni casi, concluso.

    Resta il dolore, la "cicatrice", come la definiscono molte delle stesse protagoniste delle storie del libro, che ogni tanto torna a dolere, resta il senso di un gesto incancellabile, resta una vita strappata e conclusa nel peggiore dei modi. Ed è significativo che il libro (e quindi il sito, e l’associazione) non dimentichi di dare voce anche al soggetto meno desiderato del dramma che si mette in scena: il padre. Perché, e questo aldilà degli slogan femministi più vieti, quella vita che si pretenderebbe di eliminare o selezionare con tanta "scientificità" nasce e si forma all’interno di un rapporto che non può essere cancellato, è comunque vada una "partita a tre", fin dall’inizio. Ed è bene ricordarlo, in un mondo in cui i bambini vengono sempre più prodotti "à la carte", scartando quelli meno "riusciti", in cui un figlio viene considerato "un diritto" e non un dono da crescere e accompagnare, appunto.

    Quello che resta è un libro che andrebbe fatto leggere nelle scuole, come contrappasso e contrappeso alla leggerezza con cui alle ragazze e ai ragazzi si racconta che abortire non è che una delle possibili opzioni di fronte ad una gravidanza più o meno desiderata. Perché un figlio si può uccidere, è vero, la società di oggi ne dà alle donne ampia, troppo ampia facoltà, ma non dimenticare: tanto che la maggior parte delle protagoniste del libro esprimono il proprio disperato bisogno di dare un volto, un nome, un’anima al bambino perduto, in un tentativo di dialogo mai compiuto e sfinente. Un dialogo i cui fili possono essere ripresi e annodati da questo libro e dal lavoro costante e prezioso de "Il Dono".

    Presentazione di Francesco Agnoli, giornalista, scrittore e professore in umanistica

    Storie di donne, storie di bambini, vita vera … Qualcosa di ben diverso da quello che siamo abituati a sentire, dalla televisione, o a leggere, sui quotidiani, quando si parla di aborto. Ci sono un linguaggio, una serie di eufemismi, di non detti, di espressioni fasulle e mimetiche dettate dal politicamente corretto, nei media, che impediscono a chi legge o ascolta di capire la realtà, di penetrare nella vita, di comprendere realmente cosa ci sia dietro una sigla apparentemente neutra, insignificante, fredda e asettica: "IVG", interruzione volontaria di gravidanza. Perché una sigla di questo tipo è stata studiata a tavolino, nell’epoca della comunicazione e delle strategie di marketing, appositamente per nascondere, per isolare il dramma, per costruire prima un valido alibi, per la coscienza di chi vi ricorre, e poi un bel recinto, intorno a lei, alla donna, perché rimanga accuratamente sola: è "volontaria", la hai voluta tu, hai scelto tu… Come se veramente vivessimo da soli, ci realizzassimo da soli, costruissimo in solitudine la nostra esistenza. Così si ragiona, purtroppo, nell’epoca in cui ognuno vive come un atomo isolato nello spazio e nel tempo, in cerca di una felicità che fiorisca, non si sa come, dall’egoismo, e dalla affermazione prepotente di tutti gli istinti, i desideri, i capricci personali…

    Ma quale è la realtà? Ce lo dicono le donne, che hanno vissuto l’aborto, perdonate se lo chiamo così, poco tecnicamente, sulla loro pelle, sul loro spirito, nella loro unità di carne e di anima. Quante di loro sono state ingannate, dalle false rassicurazioni, dal linguaggio artefatto e menzognero, che si rifiuta di chiamare le cose col loro nome, credendo così di depotenziarle, di neutralizzarle; ingannate dai consigli di chi dovrebbe guidare, aiutare, prendersi una responsabilità… "Mi sentii sola", questo è il concetto che ritorna, "sola": "per rispetto della tua libertà", dicono i genitori, o gli amici, in realtà ben poco disposti a farsi carico dell’altro, ad aiutarlo, a sostenerlo nei momenti difficili. "I miei genitori non mi guidarono nella scelta da prendere, perché la ritenevano una cosa troppo personale", scrive una donna, facendo capire che la sua scelta di tenere il bambino, maturata sin dall’inizio, perché naturale per ogni madre, ha trovato di fronte a sé la freddezza delle persone più vicine, travestita da rispetto, la non disponibilità a mettersi in gioco, presentata come attenzione a non invadere il campo altrui. Accade come se di fronte ad un uomo che annega, o che muore di fame, o che è depresso, aspettassimo che ci chieda, in carta bollata, con linguaggio corretto e forbito, di cosa ha bisogno, se vuole o meno un aiuto, e come lo vuole!

    E quante altre donne, poi, si sono ritrovate d’improvviso, come in un incubo, abbandonate, respinte, coartate, dal loro compagno o marito, che non voleva, non riteneva che fosse giunto il "momento giusto", che non si sentiva "all’altezza", che non voleva un "impegno così gravoso" ...che mascherava disperatamente il suo egoismo dietro una serie di frasi fatte, condivise ormai dal senso comune, ma non meno meschine. Sempre, in ognuna di queste circostanze, vi è una vita nata dall’amore tra due persone, privata da subito di un genitore, e affidata al coraggio, alla volontà, alla forza di una "sola". E questa persona, "sola", a inseguire un aiuto, se non in famiglia, se non nella persona amata, ma incapace di amare, almeno all’esterno, nella società. Ma la società ha già deciso, ormai più di trent’anni fa, quando l’aborto è stato presentato come una conquista, un diritto, una operazione semplicissima, una semplice asportazione, come eliminare un neo, diceva qualcuno; quando si urlava "l’utero è mio e lo gestisco io", non capendo che così ci si rinchiudeva nell’egoismo più nero, e si offriva agli uomini l’alibi più grande per disinteressarsi di un eventuale figlio, per potersi tirare fuori, al momento opportuno, con apparente eleganza.

    Oggi, dopo trent’anni di sofferenze, di disillusioni, di traumi post aborto, di donne che ci hanno raccontato la loro esperienza, sappiamo sempre meglio che non è così: un bimbo è parte di una donna, mette radici nel suo corpo, si fa sentire dal primo istante, reclama cibo e amore quando ancora è piccolo come un puntino. E la mamma, qualsiasi mamma, non fa che venire incontro a questa creaturina, a questo "fagiolino", come dice qualcuna, intenerita dalla piccolezza di quell’essere indifeso, bisognoso di tutto, dipendente in tutto dagli altri, come anche noi grandi, in fondo, lo siamo, senza però più rendercene conto.

    La società, dicevo, ha deciso: per questo, conquistato il "diritto" all’aborto da parte delle donne, non serve più fare nulla, né aiutare le famiglie, né costruire asili per sostenere i genitori, né aiutare le madri in difficoltà. "Nelle tre settimane successive [dopo il concepimento, ndr], scrive Bijoux, mi porta in due diversi consultori per parlare con gli psicologi i quali, invece di aiutarmi a far ragionare il padre di mio figlio, mi invitano a firmare il foglio per il consenso all’intervento": se l’aborto è giusto, un diritto, chi dovrebbe aiutare diventa un burocrate, un passacarte, incaricato semplicemente di firmare un foglio, affinché un medico che ha tradito il giuramento di Ippocrate possa compiere "il suo lavoro". Nient’altro. Per fortuna, mentre qualcuno lotta per ricostruire una cultura della vita, e della famiglia, per arginare l’egoismo eretto a sistema di vita, associazioni come "Il Dono" si fanno carico molto concretamente di chi ha sofferto, lo accolgono, col suo carico di dolore, e lo aiutano a riprendere il cammino…

    Prefazione di Serena Taccari, presidente dell’Associazione "Il Dono" Onlus

    Far parte di un’associazione di volontari in un campo minato come quello dell’aborto è un’esperienza grande, incredibile e per certi versi spaventosa. Si affronta un argomento in qualche modo inaffrontabile, un taboo sociale, qualcosa di semplicemente politico e non realmente umano.

    Sì, perché nonostante la battaglia sia sul fronte dei diritti della donna, questa è risultata, in ultima istanza, l’unica ad essere davvero lasciata fuori.

    Ma questa considerazione la lascio a voi, alla fine della lettura.

    Noi dell’Associazione "Il Dono" riteniamo che al di là delle discussioni politiche pro o contro aborto, che sono incentrate sulla vita e sulla morte del bambino, è urgente guardare all’aborto partendo dall’aborto. Partendo dalla donna.

    Trovarsi a parlare con una donna che ha dovuto affrontare un’interruzione volontaria di gravidanza (per qualsiasi motivo essa si sia trovata a farla), e condividere con lei i sentimenti e le emozioni, è qualcosa di claustrofobico.

    Mura altissime cingono d’assedio quella che è la paura più grande: affrontare se stessi.

    L’assordante silenzio che circonda chi ha vissuto l’IVG è l’espressione più alta del disinteresse verso la donna, mascherato di pietismo e libertà, incoronato di falsa condivisione e guarnito di menzogna.

    "Scegli tu" è l’inizio dell’inganno. "Durerà poco, non sentirai dolore" è la consacrazione dell’incubo.

    Dove socialmente è riconosciuto un diritto a questo tipo di "libera scelta", è invece misconosciuto il diritto al pentimento, al dubbio, al dolore, al pianto. Ho sentito equiparare il post aborto a un trauma quotidiano (= normale): come un trasloco o un cambio di lavoro... o una relazione che si interrompe. Insomma una scelta difficile ma niente di più. Nessuno lo paragona alla morte di un figlio, eppure è di questo che si parla.

    Perché mentre una madre che perde spontaneamente una gravidanza può piangerne con amici e parenti, la libera scelta dell’IVG inchioda la donna - che pure ha comunque "perso un figlio" - al muro della solitudine. Tu hai scelto. Perché piangi?

    Non stiamo parlando di donne portate a forza all’aborto, se per forza intendiamo legate e condotte per mano, no, non è necessario parlare dei casi estremi. Parliamo invece, di donne portate a forza dalla disperazione, dalla paura, da compagni "premurosi" che al momento del dunque tagliano la corda, da parenti "comprensivi" che rifiutano l’onta, da un lavoro precario cui sacrifichi tutto (anche te stessa), da tutto quello che, intorno, ti convince che è meglio cercare di tornare indietro a prima del test positivo e "rimettere a posto le cose".

    Cosa rimetti a posto?

    Come torni indietro nel tempo?

    Indietro non si torna. Per forza di cose bisognerà andare avanti. Ma quelle lineette che un giorno hanno gridato al tuo stupore l’arrivo di un figlio, restano impresse nella mente come un marchio a fuoco. Indelebile, doloroso, una cicatrice profonda che col cambiare del tempo - come ogni cicatrice - torna a dare fastidio anche a distanza di anni, che tira, prude o dà stilettate acute.

    Le storie che verranno raccontate in questo libro sono storie vere, tratte dal forum di supporto dell’associazione italiana "Il Dono" Onlus, l’unica ad occuparsi - come associazione di volontariato - di sostegno alle conseguenze psicologiche dell’aborto volontario. I nomi sono quelli usati come nickname dalla persona che ha scritto nel forum. I titoli sono quelli originali, dati dalla persona stessa che ha scritto la sua storia nel forum. Sono frutto di un pensiero personale e non dettati da nessuno, per questo vanno rispettati.

    Leggerete storie di persone che hanno fatto un percorso e hanno elaborato il loro dolore con noi: ascoltate, accolte, non giudicate, aiutate non a nascondere a se stesse la realtà dei fatti ma a prendere coscienza di quello che è stato e a rialzarsi camminando a testa alta.

    C’è una base comune, eppure sono storie diversissime. Cambia l’approccio iniziale con l’Associazione, con gli operatori (a volte è aggressivo, altre timido a volte dubbioso, altre subito grato). Cambia il modo di vedere l’intorno - le relazioni interpersonali e le circostanze - e le reazioni individuali, che hanno reso questo percorso più lungo o più breve. Ma le conclusioni sono le stesse sempre e non vengono tratte a priori.

    Sono le vite che parlano, sono le donne che traggono conclusioni. Noi le accompagniamo semplicemente senza imporre niente e senza dettare frasi fatte, semplicemente ascoltando, lungo una strada in salita per recuperare la propria identità e la stima di sé; non cancellando il passato ma costruendo a partire da esso.

    Perché un giorno ti è stato dato un figlio e questo ti ha cambiato la vita.

    Non è nostro intento fare una cronaca del percorso di guarigione (che va vissuto, non incatenato a uno schema), per questo ciascuna storia non sarà introdotta da nulla.

    Verrà semplicemente offerto lo stesso spaccato cui si trova dinanzi chi entra nel sito internet e sfoglia le pagine virtuali del forum; piuttosto, quando possibile, la storia verrà conclusa con una breve nota che delinei il cambiamento.

    Se qualcuno, leggendo, ritrova se stessa, le proprie situazioni ed emozioni, sappia anche che c’è un posto dove si può essere ascoltati e compresi.

    Entrare in contatto con il dramma dell’aborto è aprire una porta nel muro del silenzio, dell’indifferenza di chi ti circonda, di chi per non sentire parlare di morte ti costringe a chiuderti in te stessa e a portare quella morte da sola.

    La speranza per tutte le donne che hanno affrontato questa esperienza drammatica, anzi che l’hanno subita, è trovare qualcuno che dia ascolto a quel grido, perché non sia la morte quello che resta.

    http://www.korazym.org
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