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  • 28/02/2006 Le Priorità della Politica Economica (Stefano Micossi, www.lavoce.info)

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    Perché non cresce l’economia italiana

    L’economia italiana non può crescere perché mille vincoli normativi e amministrativi impediscono il cambiamento, l’ingresso di capitali e nuovi giocatori, l’utilizzo delle moderne tecnologie. L’investimento si concentra nei settori di rendita perché lì i rendimenti sono più elevati; i servizi sono inefficienti e costosi, il mercato del lavoro rigido e iniquo, la pubblica amministrazione disperatamente inefficiente. Mentre si lasciavano correre la spesa per i salari pubblici, gli acquisti della sanità e gli altri consumi pubblici, si sono tagliati gli investimenti per le infrastrutture, la ricerca e l’università. L’instabile stato delle finanze pubbliche spaventa l’economia che – vedendo che non si vuol frenare la spesa – teme nuovi aumenti d’imposte.
    In queste condizioni, dare denaro alle imprese perché "facciano innovazione", assumano, diventino grandi e quant’altro, senza cambiare i vincoli e gli incentivi che li guidano a comportarsi come si comportano, non serve a niente: come dimostra l’esperienza fallimentare di tutti i principali programmi pubblici di sgravio, sussidio e protezione alle imprese, inclusi quelli a erogazione automatica, tanto popolari tra gli utilizzatori, quanto inefficaci a elevare strutturalmente l’investimento e l’occupazione.

    La malattia è nel settore pubblico

    Ciò che i poli e i partiti non vogliono riconoscere è che il cuore del problema, la malattia grave dell’economia italiana, è nelle istituzioni pubbliche e nelle regole che governano il funzionamento dei mercati; il settore privato, nei suoi comportamenti distorti, ne offre solo lo specchio.
    L’impresa resta piccola perché gli aiuti, i disincentivi fiscali e le regole del lavoro la spingono e restare piccola; la proprietà è concentrata, perché la pressione sociale sull’impresa è troppo forte per consentire all’imprenditore il rischio di aprire il capitale e affidare la gestione al management; aiuti, protezioni e vincoli sindacali mantengono il capitale in settori obsoleti, a discapito di quelli nuovi.
    Certo, bisogna riprendere a investire in infrastrutture moderne, ricerca e capitale umano: il denaro non manca, basta smettere di sprecarlo in mille rivoli inutili. Va ridotto il cuneo fiscale sul lavoro, che può finanziarsi con l’eliminazione dei sussidi alle imprese.
    Ma gli interventi per crescere riguardano soprattutto le istituzioni: servono legalità e buona giustizia, rapida e prevedibile negli esiti; chiare e semplici regole per l’avvio e l’esercizio dell’attività economica; severa tutela della concorrenza. Serve un campo di gioco aperto nel quale i giocatori possano entrare, uscire e competere liberamente, senza interventi estranei dei poteri pubblici, senza protezioni per quelli che già occupano il campo.

    Il ruolo della politica

    Qui però, sta il nodo cruciale. Una politica povera, invasa da incompetenti e affaristi, continua a preferire istituzioni deboli e un ambiente di regole opache, perché lì è più facile scambiare favori alle imprese e gruppi di interesse con il sostegno al proprio partito, alle proprie clientele, alle ambizioni private.
    Così, l’attività legislativa è dominata dai piccoli interessi costituiti. E intanto, lievitano le retribuzioni, si moltiplicano i posti pubblici, si assegnano agli amici consulenze inutili e appalti; proliferano le società pubbliche dai nomi altisonanti "per lo sviluppo" e gli affari poco limpidi; si moltiplicano le scorrerie nel mercato con l’occupazione delle aziende pubbliche da parte di gruppi politici. La domanda pubblica potrebbe essere fonte di innovazione e nuove tecnologie, forzando le imprese a competere; invece diventa l’occasione per favorire imprese di scarsa qualità, spesso anche di corruzione.
    Frequentemente, la politica è anche la prima ad agire per indebolire e aggirare le regole, quando i soggetti coinvolti appartengono alla propria sponda. Le Autorità indipendenti sono invase da personaggi di nomina politica, senz’altra qualità che quell’appartenenza. Le assemblee regionali votano leggi per consentire ai propri componenti di aggirare le incompatibilità per i posti nelle aziende sanitarie. Regioni, province e comuni, alla ricerca di elettori, impediscono il funzionamento del mercato di molti servizi con i loro regolamenti e gli interventi amministrativi.

    Un nuovo sistema di regole

    Dunque, se si vuol discutere seriamente di crescita, dobbiamo parlare di istituzioni e di regole, non di politica industriale. Dobbiamo intervenire incisivamente a separare la politica dall’economia, ridando alla politica il ruolo suo proprio, che è quello di fissare le regole del gioco; eliminandone ogni possibilità di intervento diretto negli affari.
    Ho redatto, per questo, un decalogo: dieci capitoli di interventi normativi e regolamentari che affrontano alla radice il problema delle regole e del ruolo improprio assunto dalla politica nell’economia italiana. Lo pubblico qui sperando di avviare una discussione aperta.
    Se considerati individualmente, gli interventi proposti non sono una novità: quasi tutti sono già oggetto di discussione tra gli addetti ai lavori e i politici illuminati; in diversi casi, vi sono già leggi per attuare le regole proposte, ma non vengono rispettate. (1) Alcuni sono di notevole complessità e richiedono di essere precisati: ad esempio, gli interventi proposti per la sanità implicano un vero cambiamento di sistema, che deve essere approfondito. L’abolizione dello spoil system per le nomine pubbliche pone complessi problemi di transizione. La novità dell’impostazione proposta risiede, forse, nell’aver organizzato tutti gli interventi in un quadro coerente.

    Cambiare non solo le regole, ma i comportamenti

    Per muovere su questa via, si pone un altro problema fondamentale: spesso, i primi ad aggirare le leggi sulla pubblica amministrazione e i poteri pubblici sono proprio i membri delle assemblee elettive e i pubblici amministratori. Se non si cambiano i loro comportamenti, ponendo la questione al centro di una campagna politica, sollecitando un severo scrutinio degli elettori, per quanto si facciano buone leggi, non si otterranno risultati.
    Sarà interessante vedere se un serio dibattito può essere avviato su questo tra i poli che ci chiedono il voto.


    (1)
    Un interessante catalogo di interventi che mirano allo stesso fine, ma diverso dal mio, è stato elaborato da Cesare Salvi e Massimo Villone nel bel volume "Il costo della democrazia", edito da Mondadori. Agli autori va il gran merito di aver documentato la degenerazione della politica e aver posto il problema dall’interno del mondo politico.


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