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  • 27/02/2006 Troppi Soldi per troppi Partiti (Alfredo Macchiati, www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    La regolamentazione del finanziamento della politica si presta a essere esaminata secondo diversi criteri: effetti sul grado di frazionamento delle forze politiche; trasparenza; condizionamento sul contenuto delle leggi; mix delle fonti (pubblico e privato); destinatari del finanziamento (partiti o candidati); modalità ed efficacia dei controlli; efficienza (livelli di spesa in rapporto ai "servizi" resi).
    Il quadro delle leggi del nostro paese presenta diverse criticità in ciascuno di questi aspetti, alcune delle quali esacerbate dagli interventi approvati dal Parlamento nelle ultime settimane, altre invece introdotte all’inizio della legislatura. Altre ancora, infine, risalgono allo scorso decennio.

    Diritto al finanziamento e numero dei partiti

    In Italia il finanziamento pubblico ai partiti è stato abrogato con il referendum del 1993, che si chiuse con una sorta di plebiscito: a favore della cancellazione si espresse il 90,3 per cento dei votanti, che furono il 65,8 per cento degli aventi diritto. Ma naturalmente il referendum non poteva azzerare il finanziamento pubblico dei partiti, che ha semplicemente assunto un’altra forma, quella dei fondi destinati con periodicità annuale al rimborso delle spese elettorali. Ciò conferma, tra l’altro, come l’antipolitica, di cui quel referendum fu uno dei frutti più rappresentativi, non aiuti a formare un sistema delle istituzioni politiche trasparente, effettivamente controllabile e ordinato.
    La legge 156 del 2002 ha ridotto dal 4 all’1 per cento la soglia minima dei voti espressi in ambito nazionale per aver diritto al finanziamento. In tal modo si è rafforzato il contenuto proporzionalistico della regola, in qualche misura anticipando lo spirito della riforma elettorale. La conseguenza, come ben documentato in un recente volume di Cesare Salvi e Massimo Villone, è che i soldi pagati ai partiti si sono distribuiti nel 2005 su ben ottantuno formazioni politiche, a titolo di rimborsi per le elezioni regionali, nazionali, europee. (1)
    Davanti a questo risultato, c’è da chiedersi se il meccanismo di rimborso non dovrebbe, al contrario di quanto è successo, disincentivare il frazionamento, che costituisce sicuramente una anomalia acuta del nostro sistema politico. Subordinare i rimborsi elettorali alla effettiva elezione nelle assemblee potrebbe apparire una misura un po’ draconiana, ma in realtà ciò già avviene in Italia per le elezioni regionali e per quelle europee; in Spagna, questa regola vale anche per il Parlamento nazionale. In ogni caso, un sistema come quello italiano, dove la soglia per ricevere i rimborsi elettorali è molto più bassa del livello di sbarramento previsto dalla legge elettorale, appare del tutto illogico.

    Trasparenza

    Sul piano della trasparenza il sistema italiano, almeno sulla carta, non sfigura nel confronto internazionale. L’articolo 39 del "decreto milleproroghe" varato dal Governo nelle scorse settimane ha tuttavia aumentato drasticamente il limite oltre il quale scatta l’obbligo di dichiarazione congiunta di partito e soggetto donatore: da 6.614 a 50mila euro. In Gran Bretagna e in Germania il limite è molto più basso; ma ci sono anche paesi dove non vi è obbligo di trasparenza sul singolo contributo. Data la debolezza delle nostre istituzioni e le pratiche clientelari diffuse, la scelta della trasparenza massima sembra da raccomandare.

    Limiti alle spese elettorali

    Un susseguirsi di norme ha invece innalzato il tetto di spesa dei partiti, ottenuto moltiplicando il numero degli aventi diritti al voto per un certo importo, inizialmente 200 lire.
    Prima si è alzato l’importo massimo di spesa per elettore dei partiti, che è stato infine portato nel 2002 a un euro. Poi, con il decreto del 25 gennaio scorso, è stato aumentato il tetto di spesa per il singolo candidato, che passa da poco meno di 40mila euro a 52mila euro. Inoltre, si è raddoppiato il parametro del tetto di spesa per elettore del singolo candidato: è stato portato a due centesimi di euro. Era di cento lire, quindi è raddoppiato. Stiamo dunque assistendo alla continua lievitazione dei costi e dei rimborsi.
    È lecito domandarsi se sia cresciuto in proporzione il benessere dei cittadini, relativamente alla qualità dei servizi che i partiti svolgono: elaborazione delle politiche e loro realizzazione.
    Nel 2005 i partiti hanno ricevuto 196 milioni di euro, cui vanno aggiunti i circa 90 milioni dei contributi ai gruppi parlamentari, a carico del bilancio delle Camere.

    Alcune misure per migliorare il sistema

    Il problema è che quando il Parlamento delibera in materia di finanziamento delle spese elettorali, non compie mediazioni tra interessi contrastanti: decide in causa propria, come dicono i giuristi; se si preferisce, decide in conflitto d’interesse. Si renderebbe allora necessario un controllo super partes, non solo sul rispetto della normativa, dove peraltro i controlli previsti non si presentano particolarmente efficaci, ma anche su eventuali modifiche ai limiti di spesa. Secondo quanto sottolineato in un rapporto dell’associazione Astrid di poco più di un anno fa, in Francia, Germania e Stati Uniti, le Corti costituzionali svolgono una funzione cruciale nelle decisioni sul finanziamento della politica, una sorta di terzo attore che affianca Parlamento e opinione pubblica. Le modalità di un eventuale coinvolgimento della Corte, un tema squisitamente giuridico, meriterebbero di essere approfondite.
    Così come meriterebbe di essere affrontato il tema del concorso dei privati: anche un sistema a forte impronta pubblicistica, come quello tedesco, subordina la concessione dei fondi pubblici all’ottenimento di fondi privati (metodo dei matching funds). Insomma, il finanziamento dei privati, nel nostro sistema poco diffuso, andrebbe opportunamente incoraggiato, con il benefico effetto di allargare la partecipazione democratica alla politica.


    (1)
    Cesare Salvi, Massimo Villone, Il costo della democrazia, Mondadori.

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