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  • 06/04/2006 L' Identikit del Parlamentare Italiano (Stefano Gagliarducci, Tommaso Nannicini, Paolo Naticchioni, www.lavoce.info)

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    Per molti cittadini, i parlamentari eletti il 9 aprile con la nuova legge elettorale, resteranno un elenco appeso al muro a cui si è dato un’occhiata fugace prima di entrare nel seggio. Chi sono, invece, i politici che diventano parlamentari? Quali fattori politico-istituzionali influenzano la loro selezione? Possiamo cercare di capirlo analizzando le informazioni di una nostra banca dati, sugli eletti delle ultime tre legislature (quelle dell’era Mattarellum) e sui loro comportamenti una volta in carica. (1)

    Le caratteristiche dei parlamentari italiani

    Tra i politici, c’è di solito un accordo bipartisan sull’importanza di alcuni obiettivi: maggiore eguaglianza di genere; svecchiamento di una società gerontocratica come quella italiana; valorizzazione del capitale umano; superamento delle ormai anacronistiche famiglie politiche della Prima Repubblica.

    Il tasto più dolente riguarda la percentuale di donne tra gli eletti in parlamento: 11 per cento, con un trend in calo dal 13 per cento della XII legislatura al 10 per cento della XIV. Qualsiasi confronto europeo risulta poco lusinghiero: Finlandia 23 per cento; Germania 26 per cento; Gran Bretagna 18 per cento; Olanda 32 per cento; Spagna 36 per cento. (2) Dobbiamo attraversare l’Atlantico per trovare una cifra simile a quella italiana: Usa, 13 per cento. Inutile aggiungere che, ovunque, la tendenza è a un aumento della rappresentanza femminile. Un altro dato illuminante sulle opportunità di genere è che, tra le parlamentari elette, quelle sposate sono soltanto il 48 per cento, contro l’80 per cento dei colleghi maschi.

    Il dato sull’età media dei nostri parlamentari, 51 anni, è meno dissonante in un’ottica internazionale, anche se non ci distinguiamo come esempio di svecchiamento della classe dirigente. Nelle ultime legislature, gli under 40 erano il 12 per cento, contro il 20 per cento olandese o il 31 per cento finlandese. Solo la "old" Gran Bretagna ci insegue con il suo 9 per cento.

    Il livello d’istruzione è difficilmente comparabile tra paesi diversi. Il 70 per cento dei nostri parlamentari dichiara di avere almeno una laurea. Il 2 per cento possiede un titolo post-laurea, e si arriva al 9 per cento se si considerano le specializzazioni in medicina. Ma se si analizzano i gradini successivi della carriera parlamentare, l’istruzione non è un elemento rilevante. Quando si esaminano le determinanti delle probabilità di ricandidatura, rielezione, nomina a incarichi parlamentari (presidente/segretario d’aula, capogruppo, presidente di commissione) o governativi (ministro, sottosegretario), gli effetti di una laurea o un titolo post-laurea non sono mai significativamente diversi da zero.

    I canali di accesso al ruolo di parlamentare sono difficilmente comparabili da paese a paese. In Italia il 57 per cento degli eletti ha precedenti esperienze amministrative, con un trend crescente: dal 52 per cento della XII legislatura al 64 per cento della XIV, influenzato probabilmente dalle innovazioni istituzionali degli anni Novanta in tema di elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di province e regioni.

    Ma c’è un tipo di esperienza politica che in alcuni casi si rivela più "eguale" delle altre: la precedente militanza nei partiti della Prima Repubblica. In particolare, l’aver fatto parte del Pci, dell’Msi e della Dc influenza in maniera positiva e significativa le probabilità di ricandidatura e di rielezione, rispettivamente, all’interno dei Ds, di An e della Margherita, anche controllando per una serie di fattori rilevanti come età, anzianità parlamentare, precedenti incarichi politici. L’aver militato in un partito della Prima Repubblica non è mai significativo negli altri casi, Udc e Rifondazione comprese.

    Gli effetti del sistema elettorale sulla selezione politica

    Ma quali sono i possibili effetti della legge elettorale sulla selezione della classe politica? Concentriamoci su due aspetti: le differenze tra maggioritario o proporzionale; il livello di concorrenza politica.

    Vista la maggiore visibilità del candidato nel caso dell’uninominale, potremmo aspettarci che il sistema maggioritario sia associato – ex ante – a caratteristiche personali più "appetibili" per l’elettorato, ed – ex post – a iniziative maggiormente legate al territorio. È anche vero, però, che spesso la nomina dei candidati nei collegi considerati "sicuri" è molto simile a quella per i posti "migliori" delle liste proporzionali.

    Se interpretiamo la contestabilità del collegio uninominale come una misura del livello di concorrenza politica, in linea teorica, potremmo aspettarci due effetti: uno di selezione politica, per cui i partiti candidano gli individui più competenti nei collegi più incerti. E uno di "disciplina", per cui i parlamentari eletti nei collegi più incerti raddoppiano il loro impegno.

    Passando dalla teoria ai dati disponibili per l’era Mattarellum, tra i parlamentari in carica, la probabilità relativa di essere stato eletto nel maggioritario (rispetto alla scheda proporzionale della Camera) quasi triplica per gli uomini e più che raddoppia per i laureati (rispetto al possesso della licenza media). Aver ricoperto incarichi amministrativi quasi raddoppia la probabilità di trovarsi in un collegio uninominale. Invece, i politici con incarichi di partito a livello nazionale o regionale e quelli che hanno ricoperto incarichi di Governo hanno una probabilità maggiore di essere inseriti nella lista proporzionale. È interessante anche il fatto che chi è stato eletto con il sistema maggioritario presenta un numero maggiore di disegni di legge in totale, e un numero maggiore di disegni attinenti alla propria Regione di elezione.

    Passiamo al secondo aspetto. Come prima misura approssimativa del livello di contestabilità di un collegio nelle ultime due elezioni politiche coperte dai nostri dati (1996 e 2001), si può utilizzare il risultato elettorale in quel collegio nella precedente competizione politica. (3) Per la XIII e XIV legislatura, è così possibile classificare i collegi in "aperti" e "sicuri" a seconda di uno spread precedente tra le due coalizioni, rispettivamente, minore o maggiore del 5 per cento.

    La probabilità di essere candidato in un collegio incerto aumenta con l’età, il possesso di una laurea, il fatto di avere esperienze amministrative e il reddito precedente, che può essere interpretato come una proxy del "successo" sul mercato. Diminuisce se si sono ricoperti incarichi di Governo. È altrettanto interessante notare che, ex post, il fatto di essere stato eletto in un collegio sicuro diminuisce la percentuale di disegni di legge attinenti al territorio sul totale di quelli presentati.

    Quale classe politica ci attende?

    Un maggiore livello di concorrenza politica sembra dunque associato sia a caratteristiche personali che segnalano maggiori competenze esterne, sia a percorsi politici segnati dalla prova del fuoco di successivi incarichi amministrativi. Inoltre, sistema maggioritario e concorrenza politica aumentano le attività più mirate nei confronti del territorio di provenienza. La nuova legge elettorale tende a rendere meno partecipata e competitiva la composizione delle liste dei candidati, premiando la fedeltà al partito piuttosto che le capacità personali e l’appartenenza al territorio. Ci potremmo quindi aspettare un duplice effetto sulla futura classe parlamentare: una riduzione del livello medio di competenza ed esperienza; e una riduzione delle attività afferenti al territorio di provenienza.

    (1) La banca dati combina fonti diverse: "La Navicella" per le biografie dei parlamentari e per i risultati elettorali; gli archivi patrimoniali di Camera e Senato per le dichiarazioni dei redditi degli eletti; i siti internet per i dettagli dell’attività legislativa e ispettiva dei parlamentari; gli elenchi del Sole-24Ore per il numero di interventi e di assenze durante le votazioni. Le legislature coperte sono la XII (1994-96), la XIII (1996-2001) e la XIV (2001-06).

    (2) Dati che si riferiscono o agli anni Novanta (vedi Norris P. 1997, Passages to Power. Legislative Recruitment in Advanced Democracies, Cambridge University Press) o alla legislatura in corso (Spagna, Gran Bretagna).

    (3) Per una stima precisa sarebbe opportuno recuperare una misura esogena delle preferenze "ideologiche" degli elettori in ogni collegio: per esempio, sulla base di una disaggregazione per collegio/coalizione dei risultati delle precedenti europee, 1994 e 1999.

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