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  • 22/09/2007 Presentazione referendum riforma elettorale (http://www.referendumelettorale.org)

    Ricerca personalizzata

    Sala del Cenacolo - Vicolo Valdina, 3A, ore 15

    Innanzitutto grazie. Grazie a tutti voi e, se mi permettete, un grazie particolare a coloro che pur nel dubbio e forse anche nel dissenso, venendo qui oggi hanno voluto testimoniare interesse per il tema e disponibilità a discuterne.
    Non vi nascondo una grande soddisfazione. Sono passati appena tre mesi dal referendum sulla riforma costituzionale e oggi, qui, siamo riusciti a riprendere un dialogo tra orientamenti culturali e ispirazioni diversi, che forse da troppo tempo non riuscivano a incontrarsi. Il rischio di essere tutti risucchiati in un permanente frontismo istituzionale, in una logica da opposti estremismi sui temi delle riforme, mi pare così scongiurato. E ne sono contento.
    D’altra parte, oggi, in Italia, la discriminante in questa materia non è quella tra destra e sinistra, ma – trasversalmente - tra innovazione e conservazione dello status quo, tra coraggio di osare e rendite di posizione.
    Credo di condividere con voi l’idea che la variabile istituzionale sia decisiva per sostenere la spinta all’innovazione. E sono altrettanto convinto che questa prospettiva debba essere seguita perseverando nello sforzo di costruire una democrazia competitiva, bipolare, maggioritaria, dell’alternanza e, soprattutto, fondata su aggregazioni coese.
    Purtroppo, ma non per caso, si va diffondendo la leggenda metropolitana che il maggioritario italiano sia stato un fallimento totale, che abbia tradito le proprie promesse, che non abbia assicurato la stabilità e i risultati preannunziati.
    La mia tesi, detto molto chiaramente, è invece che di maggioritario, in Italia, ce ne sia stato troppo poco (basti pensare alle regole parlamentari; ai criteri del finanziamento pubblico o dell’editoria politica) e che quel processo di evoluzione abbia subito una terribile battuta d’arresto con la legge elettorale approvata alla fine della scorsa legislature.
    Innanzitutto va detto che, al di là delle leggende, il maggioritario ha funzionato. Ha dato i frutti che poteva dare. E il frutto principale si chiama bipolarismo. Nelle ultime quattro legislature si è realizzata un’alternanza stabile e sempre più netta tra schieramenti. E’ stato possibile realizzare politiche impensabili solo qualche anno prima.

    Ma il bipolarismo da solo non basta.
    I successi ottenuti non sono irreversibili. I limiti riscontrati non saranno a lungo tollerabili.
    E’ necessario oggi oltrepassare questa prima fase ed aprire la strada ad un orizzonte bipartitico.
    La prima fase del bipolarismo si potrebbe denominare quella del “bipolarismo  di coalizione”
    .
    Si fonda su di un equilibrio strabico e schizofrenico che non può durare a lungo.
    E’ strabico perché crea una tensione incomponibile tra spinta all’unità “della” coalizione e spinta alla competizione “nella
    ” coalizione. Ci si unisce contro lo schieramento avversario, ma poi l’esigenza di preservare le identità e la visibilità di ciascun partner scatena una strisciante o conclamata concorrenza dentro la coalizione. E quanto più sono vicini – come si dice - nel “mercato elettorale”, quanto più la loro “offerta politica” somiglia, tanto più i partiti competono reciprocamente nello schieramento.
    Dentro le coalizioni, insomma, continua ad operare prepotentemente la logica proporzionalistica e contrattuale.
    Ed anzi in un contesto così frammentato la conflittualità è una necessità fisiologica, non un accidente.
    In un contesto del genere è fisiologico, cioè, che la conservazione dell’identità diventi il fine ed il potere di veto e di interdizione il mezzo con cui operano i singoli partiti.
    Ma vi è di più.
    Oltre a provocare l’instabilità dello schieramento, il bipolarismo di coalizione tende a impedire l’evoluzione delle forme dell’azione politica verso sintesi nuove, perché “ingessa” lo stato dei partiti sulle appartenenze e identità consolidate e quindi  scoraggia le contaminazioni culturali. I partiti e gli apparati – per una logica interna che prescinde dalle sincere volontà di molti - tendono a riprodursi come soggetti separati che intrattengono con gli alleati rapporti diplomatico-negozionali, diffidando e temendo la nascita di un distinto e autonomo senso di appartenenza allo schieramento complessivo.
    La nuova legge elettorale, anziché arginare questa contraddizione l’ha, se possibile, ancora più accentuata.
    Quali che ne fossero le intenzioni, gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.
    Quell’esile, anche se instabile, equilibrio tra uninominale maggioritario e  proporzionale proprio del Mattarellum è stato drasticamente sbilanciato a favore della logica proporzionale. Basta guardare la scheda. E’ scomparso il nome della coalizione, è scomparso il nome del candidato premier, sono scomparsi i collegi uninominali e così è scomparso il nome del candidato uninominale. L’elettore intuisce che ci sia una coalizione perché i partiti sono indicati sulla scheda una accanto all’altro. Tutto qui.
    Ed il meccanismo elettorale è perfettamente coerente con questo sbilanciamento. Il voto va solo al partito, le soglie di sbarramento di fatto non esistono più, i candidati sono inseriti in un elenco così lungo e anonimo che praticamente ci si può nascondere chiunque. La possibilità di  pluricandidature conclude lo scempio. Un terzo dei parlamentari sono oggi eletti in conseguenza delle opzioni dei plurieletti. Detto in altri termini, sono scelti da chi è già stato eletto. Ciò vuol dire che un terzo dei parlamentari, fino al momento dell’opzione, sta con il cappello in mano ad attendere che il suo dominus si decida in suo favore.
    Un sistema elettorale parassitario, in cui i travet si agganciano all’immagine di pochi leader o notabili ed affidano a loro il proprio destino.
    Inoltre un sistema elettorale che consente anche a chi abbia lo 0,7 per cento di voti di avere una presenza in parlamento e condizionare la coalizione, non conduce inevitabilmente allo sbriciolamento della rappresentanza?
    Questo stato di cose non può che preoccupare.
    E questo è il momento di intervenire. E’ giunta l’ora di affrontare il nodo fondamentale del rinnovamento della democrazia. E questo nodo si chiama sistema dei partiti e della rappresentanza.
    Il bipolarismo di per sé non è più sufficiente. C’è bisogno di un salto ulteriore, se non si vuol precipitare all’indietro.
    E questo salto riguarda il modo di costruire la rappresentanza. Si chiama bipartitismo.
    Si tratta di concepire infatti una nuova divisione del lavoro politico, facendo dei partiti non il luogo delle identità statiche, ma quello delle mediazioni culturali e programmatiche del pluralismo, lasciando cos= all’aggregazione unitaria il compito di dare coerente e responsabile attuazione agli indirizzi politici di governo, elaborati in base a sintesi nei partiti e non negoziati tra i partiti. Si tratta, d’altra parte, della divisione del lavoro politico più tipica delle democrazie europee secondo il modello che gli studiosi chiamano di “governo di partito responsabile”.
    Ed è questa una percezione presente nelle stesse forze politiche, là dove, si fanno strada – faticosamente – proposte di riaggregazione, come il partito dei moderati o il partito dei democratici.
    Il destino dei nuovi partiti politici si gioca pertanto sulla credibilità elettorale di essi come partiti di governo e sulla capacità di riconoscere il ruolo del cittadino come arbitro della competizione
    Chi voglia candidarsi alla guida del paese dovrà essere in grado di mostrare unità, coerenza e compattezza.
    Le primarie (o equivalenti meccanismi di selezione delle dirigenza politica) e la legge elettorale sono gli anelli fondamentali di questa trasformazione in un contesto bipolare e bipartitico.
    In questa prospettiva il modello del collegio uninominale, collegato ad un sistema di primarie di collegio mi pare ancora il più auspicabile.
    Il sistema tedesco, invece, è un abbaglio.
    Si tratta di un sistema elettorale totalmente proporzionale dove i collegi uninominali servono solo a scegliere i candidati dei partiti che vincono nel proporzionale. In Germania funziona per tre motivi: perche' i partiti estremisti sono stati, fin dall’inizio, posti fuori legge; perche' la soglia di sbarramento e' molto alta; perche' non c'e' una tradizione trasformistica e ribaltonistica. In quel sistema, per di più sono state espressamente introdotte (nei regolamenti parlamentari) norme antitrasformistiche e norme che impediscono di aggirare la soglia presentandosi uniti e dividendosi poi in Parlamento.
    Nessuna di queste condizioni e' presente oggi in Italia.
    L’imitazione del sistema tedesco è dunque un’illusione perché, tra i due paesi, sono del tutto diverse le condizioni politiche e culturali, la tradizione di disciplina e autodisciplina dei partiti, la propensione all’aggregazione, la lealtà di coalizione, ecc.
    Tutti ci attendiamo che il Parlamento trovi le risorse per approdare ad una riforma, ma certo l’imitazione della Germania sarebbe, in questo caso, veramente faustiana.
    Ma cosa fare se, ancora una volta, si registrerà l’incapacità di autoriforma del sistema? Cosa fare nel caso in cui si materializzi il famoso “paradosso delle riforme”: per cui quanto più le riforme del sistema sono necessarie, tanto più è difficile farle da parte di un sistema politico in crisi?
    Ripropongo qui le idee maturate negli ultimi tempi.
    La prima proposta è quella di un referendum abrogativo parziale della legge elettorale di Camera e Senato rivolto ad eliminare le coalizioni elettorali e i collegamenti tra più liste ed a costringere chi voglia candidarsi al governo (e concretamente ottenere il premio di maggioranza) a costituire un’unica lista, una lista, appunto, unitaria. Solo singole liste infatti potrebbero, con questa ipotesi referendaria, aspirare ad ottenere il premio di maggioranza.
    D’altra parte, però, essa non impedirebbe alle minoranze più intense, che non vogliano concorrere per il governo, di ottenere una rappresentanza e godere di un diritto di tribuna, qualora conquistino una sufficiente consistenza elettorale nel paese (il 4%), senza però che ciò minacci la governabilità.
    La seconda proposta mira a colpire la deriva notabilare e oligarchica impressa dalla legge elettorale. In particolare attacca quella odiosa forma di cooptazione che consegue alle candidature multiple e che induce inevitabilmente atteggiamenti di sudditanza psicologica e di disponibilità alla subordinazione dei cooptandi, atteggiamenti che danneggiano fortemente la dignità e la natura della funzione parlamentare.
    Per questa ragione ho proposto l’eliminazione – sempre mediante referendum - della facoltà di candidature multiple sia alla Camera che al Senato. D’altra parte non convince l’argomento che la presentazione in più circoscrizioni servirebbe a nazionalizzare la competizione ed a rafforzare la leadership. Tony Blair si  presenta diligentemente in un unico collegio e non per questo, mi pare, sia carente di leadership.
    La terza proposta riguarda invece la formazione delle liste. Purtroppo non c’è modo, in via referendaria, di intervenire sul sistema delle amplissime liste bloccate.
    Questo però non può essere un alibi.
    Né una soluzione può essere l’introduzione del sistema delle preferenze ià bocciato con il referendum del 1991. Un sistema che produrrebbe clientela, correntismo, voto di scambio e spappolerebbe ancora di più la rappresentanza in clan e cordate.
    Anche le preferenze sono un evidente abbaglio agitato davanti agli occhi degli elettori con l’illusione e nel nome della libertà.
    Se ciò è vero, un intervento significativo sulla formazione delle liste può essere semmai realizzato attraverso una auto-disciplina interna ai partiti
    . Una disciplina che i partiti possono elaborare senza necessità di una legge. E dunque una sfida a loro stessi, che può  smascherare anche l’eventuale pretestuosità delle relative affermazioni.
    Credo che la strada da battere sia invece quella delle  “primarie di collegio”, recuperando e adattando se necessario le circoscrizioni uninominali già previste nella legge elettorale precedente. Le candidature dovrebbero cioè essere scelte con il sistema del collegio uninominale.
    I candidati selezionati nei singoli collegi dovrebbero poi essere ordinati nella lista bloccata in base al proprio consenso relativo in ciascun collegio. E’ esattamente il sistema già sperimentato dalla vecchia legge elettorale del Senato per assegnare i seggi nella quota proporzionale.
    In questo modo le liste verrebbero composte sulla base di competizioni primarie in collegi uninominali.

    In conclusione.
    La legge elettorale è stata un fulmine a ciel sereno. Ha interrotto un  processo che, tra limiti ed esitazioni, ci stava lentamente conducendo fuori dalle secca.
    E vorrà pur dire qualcosa se il Financial Times di oggi, in un editoriale sull’Italia, afferma senza mezzi termini che la priorità assoluta è la riforma elettorale e che il “nuovo sistema proporzionale è praticamente una garanzia di stallo politico”.
    Tutti attendiamo un risoluto intervento del Parlamento. Ma se ciò non avvenisse in tempi brevi credo sia doveroso assumersi la responsabilità  di un’iniziativa civile, aperta e condivisa dalle varie ispirazioni.
    A quasi 15 anni dal 1993 la prima fase del bipolarismo è ormai consolidata. I cittadini possono scegliere tra due schieramenti contrapposti, premiando o punendo, la condotta di governo. Si tratta di aprire una prospettiva ulteriore. Due grandi aggregazioni che raccolgano gli orientamenti di ciascuno schieramento e facciano le sintesi da presentare ai cittadini.
    Una democrazia nella quale l’indirizzo politico è continuamente minacciato da veti incrociati e da congiure di palazzo non può aspirare ad un ruolo significativo nel contesto del XXI secolo.
    Non c’è dubbio che la democrazia contemporanea non può che essere una democrazia “con i partiti”, cui spetta l’ineliminabile funzione di essere tramite tra cittadini ed istituzioni. A seconda delle fasi e dei contesti politici, le funzioni dei partiti però variano, anche perché varia l’equilibrio tra esigenza rappresentativa ed esigenza di efficienza decisionale. La combinazione di questi due elementi è l’eterna sfida della democrazia rappresentativa.
    Nell’attuale scenario ai partiti è attribuito un compito più gravoso del passato. Non si tratta più di rappresentare identità statiche, pezzi di un mosaico da comporre dopo, in sede di contrattazione consociativa, ma di operare una selezione ed una semplificazione “a monte” degli interessi e delle domande, adeguata alla complessità, senza che tutti i conflitti e i relativi costi siano scaricati sulle istituzioni e ne paralizzino il funzionamento in estenuanti trattative
    Anche per questi motivi, la prospettiva della costruzione di un orizzonte bipartitico mi pare un’ardua e appassionante sfida all’altezza dei tempi.
    La costituzione affida ai partiti due funzioni: selezionare programmi attraverso una sintesi del pluralismo e selezionare persone.
    Una democrazia in cui sono necessari più di 20 partiti e 14 gruppi parlamentari per sintetizzare il pluralismo non è una democrazia sana. Una democrazia nella quale un terzo del parlamento è scelto da chi è già eletto, non è una democrazia sana.
    E’ necessario guardare al futuro. Ai leader moderati molti italiani potrebbero domandare: ma siete sicuri che i De GAsperi, Moro, Ruffilli, Nenni, Spadolini Berlinguer o La Malfa oggi, proprio per le diverse condizioni storiche, avrebbero sostenuto una formula da grande centro e non, invece, offerto una spinta verso quella fase matura della democrazia, verso la democrazia compiuta, quella “terza fase” morotea in cui “coloro che hanno più filo tessere lo tesseranno”?
    Ai leaders dei partiti alle estreme, molti italiani potrebbero domandare: ma siete sicuri che coltivare gelosamente un piccolo consenso identitario e residuale, sia meglio che spenderlo in un grande partito, contaminando della propria radicalità le posizioni altrui?
    I cittadini sono preoccupati. Scandali come quello Telecom o quelli degli scorsi mesi, diffondono un sentimento di incertezza e di doppiezza della vita pubblica e civile che è difficilmente tollerabile. Il sistema appare  vulnerabile, penetrato da forze anonime refrattarie al controllo democratico. E riemerge prepotentemente la tentazione di cercarsi un “patrono” di cui essere cliente.
    C’è oggi in Italia una grande bisogno di orientamento ed anche una grande domanda di partecipazione. Tali attese possono degenerare in una deriva populistica o evolvere verso una politica di qualità, responsabile e operativa.
    Una cornice istituzionale solida e stabile è un elemento fondamentale per determinare quale dei due scenari prevarrà.
    E’ per tutti questi motivi che l’iniziativa di oggi si rivolge a tutti coloro che hanno a cuore il destino della nostra democrazia, siano essi impegnati nella società civile, siano essi  militanti di partito.
    L’invito è quello di guardare avanti ed evitare l’errore della moglie di Lot, che per volgersi indietro fu trasformata in una statua di sale. E lì rimase.

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