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  • 20/04/2006 Le Tasse al Tempo del Caro-Petrolio (Marzio Galeotti, www.lavoce.info)

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    Nella fase di turbolenza politico-istituzionale che l’Italia sta attraversando all’indomani delle elezioni politiche, l’articolo del Financial Times ha richiamato tutti all’ordine nel ricordare quali sono le priorità assolute che il nuovo Governo dovrà affrontare. (1) Già su questo sito avevamo sottolineato che il primo nodo da sciogliere è la tenaglia della scarsa crescita economica e dello squilibrio dei conti pubblici che stringe l’economia italiana.

    Ad aggiungere carbone sulla brace sono poi arrivati i record del prezzo del petrolio come una nuvola scura che si addensa sull’economia globale. E le idee, peraltro non originali, su come attutirne gli effetti a livello nazionale non hanno tardato a manifestarsi tra esponenti anche di spicco della futura maggioranza.

    Anche attingendo a precedenti contributi apparsi su questa testata vorremmo provare a fare il punto della situazione.  

    Ragioni ed effetti del rincaro  

    Il prezzo del petrolio continua a correre, bruciando nuovi record. Le ragioni contingenti sono le difficoltà in Nigeria (sesto paese al mondo per riserve di gas e nono per riserve di petrolio) e in Ciad, ma soprattutto la crisi nucleare in Iran (secondo al mondo sia per riserve di petrolio che di gas). Purtuttavia, la prevista elevata domanda della Cina (+5,5 per cento nel 2006 secondo la Iea, il doppio della crescita del 2005) e i tempi necessari per aggiungere nuova capacità produttiva a quella esistente (dai 24 ai 36 mesi) restano i fattori fondamentali che spiegano come il prezzo dell’oro nero non possa ragionevolmente scendere sotto i 60 dollari al barile almeno nei prossimi due anni.

    Gli elevati prezzi del petrolio e i record battuti dal 2004 a oggi non hanno avuto finora serie ripercussioni sulla crescita economica globale né sui tassi di inflazione. Questa osservazione è stata fatta ripetutamente, nonostante le preoccupazioni espresse da un po’ tutte le principali istituzioni economiche internazionali, e nonostante i risultati di simulazioni condotte da Fmi e Iea. (2) Aumenta tuttavia la preoccupazione e il numero di coloro che cominciano a vedere nero. Oltre alle recentissime stime del Fondo monetario internazionale, che ha rifatto i conti, i segnali di allarme originano dalle possibile conseguenze sull’economia americana. Finora è cresciuta in maniera molto soddisfacente, e un suo rallentamento potrebbe avere effetti di trascinamento all’ingiù anche del potenziale di espansione delle altre economie, a partire da quella europea. (3) Non mancano peraltro voci fuori dal coro, come quella di Allen Sinai, che sostiene che solo a prezzi superiori agli 85 dollari si comincerebbero ad avere problemi, ora no, visto che siamo comunque in presenza di uno shock da domanda più che da offerta e che le economie oggi sono più forti, più diversificate e meno dipendenti dal petrolio. (4)  

    La situazione dell’Italia  

    Quanto all’Italia, paese più di altri dipendente dal greggio di importazione, il maggiore prezzo del petrolio aggrava direttamente la bilancia commerciale e si ripercuote molto velocemente sul prezzo dei carburanti e un poco più lentamente sulle bollette di elettricità e gas, il tutto con conseguenze avverse per i bilanci familiari. Trattandosi di un impatto non diversificabile, non resta che subirlo direttamente, accettandolo e cercando di attutirne il più possibile gli effetti.

    Anche in questa occasione si è sentita la proposta di ridurre il prelievo fiscale sui prezzi dei carburanti onde contenere il maggiore esborso da parte delle famiglie. L’idea è ancora una volta quella di sterilizzare gli effetti del maggiore prezzo del petrolio con una corrispondente riduzione delle accise. E secondo quanto riportato dalla stampa, non è vista negativamente da autorevoli esponenti dell’Unione, chiamata a governare la nazione nei prossimi cinque anni. Abbiamo già osservato in precedenza come questa operazione comporterebbe dei rischi, oltreché essere oggettivamente sbagliata. Anzitutto è difficile stabilire l’entità della sterilizzazione perché il Governo non sa esattamente quale è il livello “di equilibrio” del prezzo dell’oro nero: se il prezzo continua a crescere verso gli 80, i 90 o addirittura i 100 dollari quanti interventi sarà chiamato a fare? E se interviene, ma il prezzo del petrolio prende a scendere nel giro di un anno a 60 o addirittura 50 dollari, che si fa?

    Ma la proposta è sbagliata per altre due ragioni. La prima è che il prezzo elevato e crescente del petrolio segnala la progressiva scarsità della risorsa, invita a economizzarne l’uso e a stimolare la diversificazione verso altre fonti. In fin dei conti, qual è il ruolo che i prezzi nelle economie di mercato devono svolgere? I manuali ci insegnano che hanno la funzione di allocare risorse scarse verso l’impiego migliore tra le alternative disponibili. La seconda ragione è che non ci possiamo semplicemente permettere in questo preciso momento di perdere possibili entrate fiscali, stante l’allarme debito pubblico e la pressante necessità di riequilibrare il bilancio statale.

    Che cosa allora dovrebbe fare il nuovo Governo di fronte a questa situazione? Dovrebbe operare per attutire il più possibile gli effetti negativi sul sistema economico del maggiore prezzo del petrolio, un problema, si badi, che tocca tutti i paesi sviluppati e consumatori di greggio. Il Governo dovrebbe perciò varare speditamente riforme di struttura, volte a liberalizzare il più possibile i mercati nazionali ed europeo dell’energia. (5) Ciò permetterebbe di contenere il più possibile la traslazione dei maggiori costi dell’energia (petrolio) dei produttori di elettricità e dei distributori di gas sui prezzi finali, il tutto salvaguardando trasparenza e concorrenza tra operatori.

    L’altra importante misura consiste in un intervento di riordino della tassazione dell’energia che nel medio termine sia ispirata non già a finalità di gettito, come è tradizionalmente stato in Italia, ma ispirata al fine di minimizzare l’impatto sul clima e sull’ambiente dei consumi di fonti energetiche inquinanti. Anche qui, come abbiamo di recente osservato, esistono opzioni che permettono di contemperare questo obiettivo con quello di altre finalità di carattere macroeconomico, come il sostegno all’occupazione.  

     

    (1) L’editoriale “Prodi's lamentable poll is bad news for the euro” è stato pubblicato il 17 aprile 2006. Ma si veda anche “Italy Follows Argentina Down the Same Road to Ruin” pubblicato il 17 marzo 2006 e disponibile all’indirizzo www.aei.org/include/pub_print.asp?pubID=24071.

    (2) Un breve riassunto di questi aspetti si trova in “Dinamiche di mercato ed effetti macroeconomici dei prezzi delle materie prime: il caso del petrolio”, in L’Italia nell’economia internazionale, Rapporto Ice 2004-2005 (disponibile all’indirizzo www.ice.gov.it/editoria/rapporto/rapporto.htm).

    (3) “Oil Prices and Global Imbalances”, capitolo II del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (disponibile all’indirizzo www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2006/01/pdf/c2.pdf).

    (4) “Allen Sinai va controcorrente”, la Repubblica del 19 aprile 2006.

    (5) Ancora una volta ne abbiamo parlato in "Fisco e benzina, un Giano bifronte


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