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  • 21/08/2014 Tagli alle rinnovabili? Troppo pochi(Marco Ponti, Giorgio Ragazzi e Francesco Ramella, www.lavoce.info)

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    Il decreto “Competitività” rivede il sistema degli incentivi al fotovoltaico. E per questo è stato criticato. Ma i dati ci dicono che i sussidi non sono giustificabili in termini di rapporto costi/benefici. Andrebbero soppressi del tutto e sostituiti con una carbon tax a livello globale.

    SUSSIDI DECURTATI PER IL FOTOVOLTAICO

    Nella prima settimana di agosto l’aula del Senato ha approvato il decreto legge “Competitività”. Tra le misure contenute nel decreto, quella che probabilmente ha suscitato la più forte opposizione è il cosiddetto “spalmaincentivi” che prevede una rimodulazione dei sussidi per gli operatori di impianti fotovoltaici di grandi dimensioni (> 200 kW). In sede di conversione, l’impianto originario – che contemplava l’allungamento del periodo di incentivazione da 20 a 24 anni oppure la riduzione dell’incentivo pari al 10 per cento – è stato parzialmente modificato con la previsione di tagli dei sussidi proporzionali alla potenza degli impianti, l’introduzione dell’opzione di una riduzione iniziale delle tariffe nei prossimi cinque anni compensata da un aumento in quelli successivi, oltre all’introduzione della possibilità di cedere una quota degli incentivi a un acquirente selezionato tra i primari operatori finanziari europei.
    Le novità introdotte dal Parlamento non sembrano aver modificato la valutazione negativa di molti operatori del settore che hanno criticato in particolare l’instabilità del quadro normativo, da cui potrebbe discendere una riduzione degli investimenti in Italia.
    Ora, è fuori di dubbio che la stabilità del quadro regolatorio sia un bene prezioso e che, in generale, il perenne mutare delle “condizioni al contorno” costituisca una significativa barriera che si frappone agli investimenti esteri di cui il nostro paese è profondamente carente. Ma, nel caso specifico, probabilmente non tutto il male viene per nuocere. Se l’effetto indiretto della misura sarà prevalentemente quello di allontanare dall’Italia imprenditori non disposti a rischiare nel mercato per soddisfare la domanda dei consumatori, ma alla ricerca di facili profitti a spese dei contribuenti, l’instabilità regolatoria apporterebbe un beneficio aggiuntivo e non un danno. D’altra parte, la stessa introduzione dei sussidi al fotovoltaico, così come le innumerevoli altre misure di incremento della spesa pubblica adottate nel passato, hanno a loro volta modificato l’assetto preesistente o in termini di incremento del prelievo fiscale o, come nel caso delle rinnovabili, dei costi dell’energia per produttori e consumatori. Il criterio del non modificare i “diritti acquisiti” non può dunque essere considerato un vincolo assoluto: se così fosse, qualsiasi norma introdotta che comporti benefici per qualche gruppo particolare, anche la più iniqua, non potrebbe in nessun caso essere modificata. La valutazione della opportunità di mantenere inalterato oppure modificare l’assetto normativo, sia nel caso specifico del fotovoltaico sia in termini più generali, dovrebbe discendere prioritariamente da una valutazione nel merito della legislazione vigente. In tale ottica, una revisione del quadro normativo relativo al fotovoltaico appare più che giustificata. Vediamo perché.

    PERCHÉ TAGLIARE GLI INCENTIVI

    Qual è la ratio del sussidio alle rinnovabili? La correzione di un fallimento del mercato, ossia la presenza di esternalità ambientali negative non internalizzate. Ma l’imperfezione del mercato non giustifica di per sé (come spesso viene dato per scontato) qualsiasi intervento pubblico. L’adozione di una nuova forma di regolamentazione dovrebbe infatti essere vincolata al superamento di un’analisi preliminare dei relativi benefici e costi. Se ciò non accade, l’imperfezione del mercato rappresenta una condizione preferibile a quella che si verrebbe a determinare a seguito dell’intervento pubblico.
    Non risulta che una tale analisi sia stata condotta nel caso dei sussidi al fotovoltaico. I dati disponibili portano però ad escludere che si sarebbe conclusa con esito positivo. Assumiamo che, in assenza di sussidi, l’energia fosse stata prodotta con centrali a gas a ciclo combinato. In base a uno studio finanziato dalla Commissione europea, le esternalità ambientali complessive (comprensive dell’inquinamento atmosferico oltre che delle emissioni di CO2) per questa modalità di produzione risultano pari a circa 1 centesimo di euro per kWh, ossia 10 euro per mWh. (1) 

    Figura 1 – Costi esterni correlati alla produzione di energia elettrica

    Schermata 2014-08-21 alle 09.42.14

    Fonte: ExternE-Pol (2005)



    Secondo quanto riportato in un documento del Ceer, ovvero il Consiglio europeo dei regolatori nel campo dell’energia (tra cui la nostra Autorità per l’energia), nel 2011 l’incentivo medio per il fotovoltaico in Italia risultava pari a 367,2 €/MWh equivalente a 36 volte il valore delle esternalità evitate. (2)

    Tabella 1- Livello di incentivazione medio per fonte

    Schermata 2014-08-21 alle 09.41.59Fonte: Ceer, 2013

    Alla luce di tali dati, risulta del tutto evidente come gli incentivi previsti per il fotovoltaico (e per le altre rinnovabili) non risultino essere giustificabili in termini di rapporto costi/benefici.
    Anche volendo prescindere da una valutazione di efficienza, il livello di sussidio previsto per il fotovoltaico è ingiustificato in base a una valutazione costi-efficacia. Identici risultati in termini di riduzione delle emissioni avrebbero potuto essere conseguiti a un costo molto minore se si fosse puntato maggiormente sulle altre rinnovabili (o, simmetricamente, a parità di risorse si sarebbe potuto conseguire un più elevato taglio di emissioni).
    Una chiara indicazione di quanto sarebbe equo sussidiare fonti energetiche rinnovabili ai fini della riduzione delle emissioni di CO2 (escludendo quindi gli inquinanti locali) è data dalla quotazione dei permessi di emissione del sistema europeo di scambio di quote (EU-Ets) che si attesta attualmente a 6,5 euro per tonnellata. (3) Poiché la produzione di MWh di energia con una centrale a gas comporta emissioni di CO2 pari a circa 0,4 t, il “prezzo giusto” per ogni MWh ottenuto da rinnovabili non dovrebbe superare i 3 euro, ossia meno di un centesimo di quanto previsto per il fotovoltaico.
    Se un appunto può essere mosso all’esecutivo attuale è quindi quello di essere stato fin troppo timido nel rimediare alle improvvide decisioni del passato. È comunque assai apprezzabile la direzione di marcia intrapresa che, per una volta, tutela l’interesse diffuso della collettività a scapito di quello particolare di alcune imprese.
    Nel medio periodo, sia con riferimento all’efficienza che alla certezza regolatoria, sarebbe auspicabile la soppressione di ogni forma di sussidio sia per le rinnovabili che per le fonti fossili e l’adozione a scala planetaria, così come suggerito tra gli altri da William Nordhaus, di una carbon tax indicizzata all’evoluzione reale della temperatura della Terra. Interventi di riduzione delle emissioni limitati ai paesi più sviluppati non possono infatti che avere effetti modesti sull’evoluzione complessiva a scala mondiale: l’Europa, ad esempio, era responsabile del 19 per cento delle emissioni mondiali nel 1990, del 12 per cento nel 2010 e, secondo le previsioni dell’Iea (International Energy Agency), nel 2030 al nostro continente sarà attribuibile solo il 7 per cento della CO2 emessa.

    (1) ExternE-Pol (2005) “Externalities of Energy: Extension of accounting framework and policy applications”, Report to the European Commission DG Research, Technological Development and Demonstration (Contract No: ENG1- CT2002-00609), produced by ARMINES/Ecole des Mines de Paris, et al. http://www.externe.info/externe_d7/sites/default/files/expolwp6.pdf
    (2) Ceer (2013) “Status Review of Renewable and Energy Efficiency Support Schemes in Europe” http://www.ceer.eu/portal/page/portal/EER_HOME/EER_PUBLICATIONS/CEER_PAPERS/Electricity/Tab2/C12-SDE-33-03_RES%20SR_25%20June%202013%20revised%20publication_0.pdf
    (3) A differenza delle emissioni di CO2 che risultano a livello mondiale in costante crescita, le emissioni di inquinanti locali sono state significativamente ridotte negli ultimi decenni con conseguente forte miglioramento della qualità dell’aria

    http://www.lavoce.info

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