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  • 18/02/2006 La Direttiva Frankenstein (Alessandro De Nicola, www.lavoce.info)

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    A furia di ripetere che l’Europa non deve essere solo uno spazio economico e di libero scambio, ma anche una comunità culturale, sociale e politica, nell’impossibilità di raggiungere quest’ultima , burocrati, sindacalisti e politici di varia estrazione stanno cercando di eliminare il libero scambio. Almeno, in nome dell’uguaglianza, faranno fallire tutti gli obiettivi. L’accordo tra socialisti, popolari e alcune frange dei liberal democratici (tra cui la Margherita, che curiosamente si colloca tra i liberali) per annacquare la direttiva Bolkestein sui servizi ne è solo il più recente esempio.

    Addio al principio del "paese d’origine"

    La direttiva, che prende il nome dal commissario al Mercato interno, l’olandese Frits Bolkestein, ha il fine di eliminare gli ostacoli alla libertà di stabilimento e alla libera circolazione dei servizi all’interno dell’Unione Europea: una condizione fondamentale per rilanciare produttività, competitività e occupazione in Europa, come dimostrato da sempre più numerosi studi.
    In particolare, la direttiva prevedeva il "principio del paese di origine" in base al quale il prestatore di servizi era sottoposto unicamente alla legislazione del paese in cui è stabilito e di conseguenza non poteva essere sottoposto a restrizioni da parte dello Stato ospitante ove decideva di svolgere temporaneamente la sua opera. In altre parole, per riprendere la metafora dell’idraulico polacco (agli occhi dei liberali diventato il simbolo di una lotta di liberazione, quasi fosse un partigiano), se in Francia è necessaria una patente per riparare tubi e in Polonia no, l’artigiano di Varsavia avrebbe potuto esercitare tranquillamente a Parigi senza iter burocratici di nessun genere. Ora, grazie al compromesso storico raggiunto a Bruxelles, la direttiva Bolkestein sembra essere diventata una norma Frankenstein: le eccezioni sono più numerose delle regole.
    Infatti, è vero che il nuovo articolo 16 prevede che ogni Stato membro "dovrà assicurare libero accesso ed esercizio di un’attività di servizio nel suo territorio", non potrà obbligare all’apertura di una sede apposita o all’iscrizione in un albo professionale (salvo per le professioni protette) come condizione dell’accesso e i limiti cui l’esercizio potrà essere sottoposto dovranno rispettare i principi di non discriminazione, proporzionalità e necessità. Tuttavia, è altrettanto vero che gli Stati nazionali avranno in mano armi potenti per depotenziare sinanco queste nuove libertà.
    Prima di tutto, è stato abolito il principio stesso del paese d’origine. La sua mera esistenza avrebbe consentito di interpretare anche le disposizioni restrittive di uno Stato membro ammesse dalla direttiva in un modo assai circoscritto: la Corte di giustizia ha una lunga tradizione in questo senso. Purtroppo, ciò non sarà più possibile.
    Inoltre, alle numerose eccezioni già contenute nel testo originario se ne sono aggiunte tali e tante altre che a questo punto è difficile capire a quale servizio significativo si applicherà concretamente la presunta liberalizzazione. Andiamo con ordine.
    La direttiva già prevedeva l’esclusione dal suo ambito dei servizi di interesse generale (essenzialmente non profit, l’istruzione pubblica, ad esempio), di quelli finanziari (banche, assicurazioni, pensioni private, eccetera), delle reti di comunicazione elettronica e dei trasporti già disciplinati da altre norme comunitarie. Fuori dalla gittata della proposta Bolkestein anche la distribuzione di elettricità, gas, acqua e i servizi postali.
    Venivano poi fatti salvi i requisiti imposti da ciascuno Stato membro necessari per garantire l’ordine o la sicurezza pubblica, la protezione della salute o dell’ambiente.
    Vediamo cosa succederà adesso dopo le modifiche del Parlamento europeo. Primo macigno: "la direttiva non concerne la liberalizzazione dei servizi di interesse economico generale (quindi non solo non profit) che gli Stati membri sono liberi di definire e organizzare come meglio credono".
    È un articolo pericoloso soprattutto ala luce di ciò che fanno i paesi peggiori, come la Francia, quando si tratta di definire cos’è "strategico", di "interesse generale" e così via. Basti ricordare la recente legge transalpina che indica ben undici settori in cui il Governo si riserva di dire la sua in caso di Opa, oppure il patetico atteggiamento della classe politica parigina alla minaccia di take over dello yogurt Danone.
    Salvati dai tentacoli liberalizzatori anche i servizi che mirano a un vagamente definito obiettivo di "benessere sociale", intesi come manifestazione del principio di coesione sociale e solidarietà. Ebbene, quale servizio mira al "malessere sociale"?
    Per buona misura si specifica che rimangono competenza degli Stati i servizi relativi all’edilizia popolare, l’assistenza familiare e all’infanzia, le agenzie di lavoro temporaneo e quelle di sicurezza privata (la terribile guardia giurata cipriota), i servizi sanitari (la malaccorta infermiera maltese) e farmaceutici (il sinistro farmacista lituano), i servizi audiovisivi, i giochi d’azzardo. Dulcis in fundo, l’esclusione dei trasporti include i trasporti urbani, i servizi portuali, le ambulanze e i taxi (niente maleodoranti tassisti sloveni).
    Poiché è bene non fidarsi nemmeno dello zelo iper-protettivo di Bruxelles, tutte le norme a salvaguardia del consumatore anche non armonizzate a livello europeo rimangono comunque saldamente in vigore.
    Infine, siccome non si sa mai, con la scusa di consolidare la giurisprudenza della Corte di giustizia europea, viene aggiunto un nuovo paragrafo (n. 7 dell’articolo 4) che definisce le "prevalenti ragioni di pubblico interesse" che possono essere invocate contro la liberalizzazione: politiche, salute, sicurezza e ordine pubblici, l’equilibrio finanziario del sistema di sicurezza sociale, incluso l’accesso libero alle cure mediche, protezione dei consumatori e lavoratori, equità degli scambi commerciali, lotta alle frodi, ambiente, proprietà intellettuale, salute degli animali, conservazione del patrimonio artistico e storico, obiettivi di politica sociale e culturale.
    Con tutte queste eccezioni la direttiva Bolkestein, o quel che ne rimane, avrà vita grama e l’Europa avrà perduto un’altra buona occasione.

    Se i burocrati leggessero Tucidide

    Preoccupa però il clima generale che stiamo vivendo nel Vecchio Continente: invece di svegliarci dal torpore determinato dalla sclerosi burocratica e fiscale che attanaglia molti paesi europei, sembra che le maggiori energie vengano impiegate a contrastare le liberalizzazioni. La colpa è soprattutto della Francia e delle sinistre continentali, ma nessuno può dirsi senza peccato. E perciò se Parigi si fa notare per la pervicacia con cui blocca le acquisizioni sgradite, emanando improbabili liste di settori strategici e reagendo furiosamente a qualsiasi iniziativa "straniera" (1), sono tutte e quattro libertà consacrate dal Trattato di Roma - di movimento, di capitali, di stabilimento e di beni - a essere continuamente sotto attacco, come è accaduto per gli accordi transitori che limitano in dodici Stati su quindici il flusso di lavoratori dai nuovi paesi comunitari dell’Est.
    Ed è un peccato mortale non rendersi conto dell’antistoricità, dell’inefficienza e dell’iniquità di un tale atteggiamento, perché a noi piace pensare che l’Europa dovrebbe essere simile all’Atene che Pericle celebra nella sua orazione funebre riportata da Tucidide (unica figura ad avere l’onore di essere menzionata nella fallita costituzione europea): "la nostra città è così grande che da tutta la terra ci arrivano merci di ogni tipo (…). Offriamo la nostra città agli altri come un bene da godere in comune, e non accade mai che, decretando l’espulsione degli stranieri, allontaniamo qualcuno da un’occasione di apprendimento o da uno spettacolo". Ma, come si suol dire, erano altri tempi.

    (1) Come nel caso Arcelor. Ma sarebbe curioso vedere cosa direbbe de Villepin se l’Italia considerasse Bnp banca non grata a Roma.

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