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  • 10/12/2008 Rapporto FAO: la vergogna dei ricchi che affamano i poveri (Mario Braconi, http://altrenotizie.org)

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    La recessione si sta avventando sulle nostre economie e, nell’obeso e miope mondo occidentale, è inevitabile ragionare di “insicurezza”, specie se i giornali ci bombardano ogni giorno con i miliardi di “capitalizzazione” di borsa distrutti (è molto di moda, il participio passato “bruciati”, più drammatico) o con la notizia dell’ennesima impresa globale (finanziaria o industriale) che, svergognata e tracotante, bussa alla porta di questo o quel governo con il cappello in mano. Ma forse siamo troppo inclini a considerare il nostro ombelico il centro del mondo: a ricordarci che la nostra insicurezza economica a finanziaria, per grave che sia, è un dramma per privilegiati arriva l’ottavo Rapporto FAO sulla “insicurezza alimentare”, ovvero, in termini meno politicamente corretti, “fame”. Hafez Ghanem, Vice Direttore Generale della Agenzia delle Nazioni Unite, snocciola numeri che danno i brividi anche a gente narcotizzata dalla velocità di un sistema impazzito: nel mondo, 963 milioni di persone non ha abbastanza da mangiare; detto in altri termini, circa il 14% della popolazione mondiale rischia di morire perché non ha niente da mettere sotto i denti.

    Questa agghiacciante fotografia riassume da sola la catastrofe di un intero sistema, in grado di tollerare con disinvoltura la più odiosa delle ingiustizie: ma le cose peggiorano con un’occhiata ai dati statistici: nel 2005 gli affamati erano 848 milioni, nel 2007 essi erano diventati 923 milioni (+75 milioni), mentre, secondo le stime provvisorie presentate da Ghanem, nel 2008 sono 963 milioni (+40 milioni); in tre anni quindi, il numero delle persone a rischio di fame è aumentato di 115 milioni di unità (+14%). Poiché nel 1997 il corrispondente numero era di circa 832 milioni, possiamo concludere che in venti anni di chiacchiere, concerti e buonismi vari, non solo il cosiddetto mondo sviluppato non ha fatto nulla per suturare i lembi di questa ferita, ma che anzi è stato a guardare mentre un vero e proprio olocausto divorava milioni di uomini donne bambini.

    Ai qualunquisti rassegnati a questa forma di vile impotenza potrebbe essere utile ricordare, sempre statistiche FAO alla mano, che non sempre è stato così: dal 1992 al 1997, infatti, il numero degli affamati era sceso del 12% (da 842 a 832 milioni circa). Con i numeri appena presentati, gli obiettivi del World Food Forum del 1996, che si proponeva di dimezzare le vittime della fame entro il 2015, sono confinati al mondo delle idee platoniche; il che, sia detto per inciso, solleva qualche legittimo dubbio sulla effettiva utilità di un’agenzia come la FAO nel perseguimento dei suoi obiettivi istituzionali (la riduzione della fame).

    Ma torniamo alla dèbacle degli ultimi anni: che cosa l’ha provocata? Forse una guerra mondiale? Una carestia? Un flagello divino mandato da un barbuto Dio biblico in collera per i peccati del mondo? Niente di tutto questo. Semplicemente la deleteria quanto schizofrenica convivenza di liberismo spinto (imposto ai poveri) e aiuti di stato (concessi ai ricchi): è dunque l’eccesso di mercato e al tempo stesso la sua totale assenza a condannare a sofferenza e probabilmente a morte molti milioni di uomini. Con i prezzi delle sementi, dei fertilizzanti e degli altri fattori produttivi raddoppiati rispetto al 2006, i contadini poveri non sono in grado di aumentare la produzione. Mentre quelli ricchi, specialmente nelle nazioni sviluppate, possono sopportare gli aumenti ed incrementano la produzione.

    Infatti le nazioni ricche, che ne hanno meno bisogno, nel 2008 aumenteranno la produzione di cereali del 10% mentre quelle in via di sviluppo non arriveranno ad un incremento dell’1%; la scarsità di produzione di prodotti alimentari ha portato i loro prezzi alle stelle - i prezzi dei cereali, attualmente dimezzati rispetto ai picchi del 2008, sono ancora del 28% più alti di quelli del 2006 - con effetti intuitivi sulle effettive possibilità delle popolazioni povere di approvvigionarsi e nutrirsi.
    Anche se chi produce fertilizzanti e sementi certamente è tra i sostenitori del “libero” mercato (quello che raddoppia i loro fatturati anche se finisce per ammazzare qualche migliaio di persone in paesi dimenticati da Dio), non altrettanto può dirsi dei produttori agricoli dei paesi industrializzati: infatti, come ha ricordato Jacques Diouf, Direttore Generale FAO al Summit Globale sulla Crisi Alimentare del giugno scorso, nei Paesi OCSE, gli agricoltori hanno ricevuto dai rispettivi governi circa 372 miliardi di dollari di sussidi (anno 2006).

    Sradicare la fame è dunque un problema insolubile? No, semmai è più una questione politica che fatica a scalare le agende dei grandi del mondo, in tutt’altre faccende affaccendati. Se i calcoli della FAO sono giusti, infatti, per dimezzare il numero degli affamati entro il 2015 basterebbero 30 miliardi di dollari l’anno in investimenti su agricoltura e protezione sociale dei poveri. Se a qualcuno sembrano tanti soldi, rifletta sul fatto che ogni anno nel mondo si spendono 1.200 miliardi di dollari in armi; che in un solo paese lo spreco di cibo può valere 100 miliardi di dollari, mentre il cibo in eccesso consumato dalla popolazione obesa corrisponde a 20 miliardi di dollari in valore. Forse i 30 miliardi si potrebbero trovare senza fatica rinunciando a qualche bomba e a qualche cheeseburger.

    http://altrenotizie.org
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