06/06/2005 Foto di giovani in famiglia (Chiara Saraceno, www.lavoce.info)

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  • Un’indagine svolta nel 2003 su ventotto paesi europei (l’Europa a 15, più i dieci nuovi paesi membri, più i tre candidati) ha segnalato, tra l’altro, che i giovani italiani sono, insieme ai maltesi, quelli che permangono più a lungo nella famiglia di origine e tardano di più a entrare in un rapporto di convivenza di coppia. (1)

    Via da casa solo con il matrimonio

    Viveva ancora con i genitori il 64 per cento dei giovani maschi italiani e maltesi sotto i 35 anni, a fronte del 57 per cento degli slovacchi, il 55 per cento dei polacchi, il 40 per cento degli spagnoli e dei portoghesi, per non parlare del 21 per cento dei tedeschi e del 12 per cento degli svedesi. La quota di giovani donne che si trova nella stessa situazione è inferiore, ma solo perché in Italia le donne si sposano ancora circa tre anni più giovani degli uomini. La stessa ricerca mostra che non si tratta soltanto di studenti o disoccupati. Anzi, tra i giovani italiani che vivono ancora con i genitori la maggioranza è occupata – una situazione ben più diffusa che negli altri paesi. Infine, come hanno segnalato anche altre ricerche, tra i giovani del Centro-Nord Europa chi non vive con i genitori si trova in una varietà di situazioni: in coppia convivente more uxorio, in coppia coniugata, da solo, con amici, come genitore solo; come studente, o occupato, e talvolta anche in cerca di lavoro. In Italia, viceversa, i giovani fuori dalla famiglia di origine sono per lo più in una situazione di coppia coniugata e, soprattutto se uomini, sono occupati. Mentre in altri paesi si esce dalla famiglia di origine per una molteplicità di ragioni, in Italia si esce per lo più a seguito del matrimonio. I dati dell’indagine Istat Famiglia, soggetti sociali, condizioni dell’infanzia, del 2003, usciti in questi giorni, segnalano che la quota di giovani che ritarda l’uscita dalla famiglia è aumentata dal 1993. Nella fascia di età 25-29 anni è passata dal 49 al 61 per cento; in quella 30-34 anni la percentuale di giovani ancora nella famiglia di origine è passata dal 18,5 al 29,5 per cento. (2)

    Le ragioni economiche

    Perché i giovani italiani escono più tardi dei loro coetanei europei dalla famiglia di origine e preferibilmente quando si sposano? Le ricerche comparative suggeriscono l’interagire di più cause, che tutte insieme tuttavia contribuiscono a rafforzare la dipendenza dalla famiglia di origine.
    In primo luogo, per chi va all’università, non esiste né uno strumento generalizzato di borse di studio, né una offerta consistente di residenze universitarie a buon mercato. Al contrario, le borse di studio sono legate al reddito familiare e chi frequenta una università in una città diversa da quella in cui risiede è lasciato per lo più all’oneroso e un po’ sfruttatorio mercato privato degli affittacamere. Perciò solo chi ha una famiglia consenziente e agiata alle spalle può permettersi di "vivere fuori sede".
    In secondo luogo, proprio a motivo dell’assenza di forme di sostegno al reddito per chi studia o è in cerca di lavoro, in Italia più che altrove, avere una occupazione è una pre-condizione necessaria alla uscita dalla famiglia di origine. Tuttavia, non è una condizione sufficiente, in un mercato del lavoro che è insieme flessibile e poco dinamico. Se il reddito da lavoro non è sicuro, e non si ha accesso ad ammortizzatori sociali adeguati, non si può rischiare di stipulare un contratto di affitto e di avviare una vita autonoma, da soli o in coppia. Tanto più che i redditi da lavoro "in ingresso" in Italia sono mediamente più bassi che in altri paesi. (3)
    Infine vi è la questione dell’accesso all’abitazione. Il forte orientamento alla proprietà – e le politiche di sostegno alla casa di proprietà – unite al fallimento dell’equo canone, hanno prodotto un mercato dell’affitto insieme asfittico e costoso. Ne sono svantaggiati soprattutto i più giovani, gli immigrati e coloro che per qualche motivo (ad esempio, una separazione) devono lasciare l’abitazione in cui vivevano. Nel caso dei giovani li rende dipendenti dalla disponibilità dei genitori vuoi a fornire loro una abitazione, vuoi ad aiutarli a comprarla. Una nuova indagine longitudinale - Idea - promossa da un gruppo interuniversitario di demografi, ha rilevato che vi è un fenomeno di ritorno nella casa genitoriale da parte di poco meno della metà di coloro che ne erano usciti per lavoro (il 46 per cento tra gli uomini, il 40 per cento delle donne). (4)
    Segnala come la combinazione di precarietà del lavoro, unita al costo della abitazione, può interrompere il percorso di autonomia in assenza di alternative alla solidarietà familiare. Del resto, questa solidarietà è necessaria anche per uscire, e per continuare a stare fuori dalla famiglia di origine. La stessa indagine mostra che tra i giovani di 33-37 anni che vivono fuori dalla casa di famiglia, l’aiuto economico regolare o occasionale dei genitori è molto frequente. D’altra parte, chi esce prima dalla famiglia di origine appartiene di solito alle famiglie a reddito più basso e più numerose, che perciò hanno meno risorse da investire sui singoli figli. Ma uscire relativamente presto in una società senza rete, e che dà viceversa per scontata la rete familiare, rende chi lo fa più vulnerabile all’insuccesso e alla povertà di chi invece può contare su una casa accogliente senza vincoli di tempo. Anche nell’indagine Istat, le ragioni di tipo economico addotte dai giovani per motivare la loro permanenza nella famiglia di origine sono consistenti (41 per cento) e in aumento in tutte le regioni italiane rispetto a solo cinque anni prima. Significativamente, è aumentata (più tra le donne che tra gli uomini) contestualmente anche la percentuale di coloro che non sono soddisfatti di questa situazione e che preferirebbero rendersi autonomi. Potrebbe essere un indizio dell’incrinarsi del consenso culturale su un modello di "autonomia dentro la famiglia", piuttosto che fuori di essa.

    E i modelli culturali

    Le motivazioni economiche, infatti, non sono sufficienti da sole a spiegare la più lunga permanenza dei giovani italiani nella famiglia d’origine. Vi concorrono anche modelli culturali che considerano la dipendenza dai genitori meno, o affatto, socialmente condannabile che il ricorso al sostegno pubblico, e che considerano poco accettabile che i giovani nella prima fase della loro vita autonoma abbiano un tenore di vita inferiore a quello che avevano come figli. Tuttavia, proprio la loro combinazione con circostanze economiche e di sicurezza sociale particolarmente sfavorevoli, induce a riflettere sui possibili effetti perversi di un modello sociale che si affida così esclusivamente alla solidarietà familiare nella fase cruciale di ingresso nella vita adulta. Tra questi, vi è certamente una cristallizzazione della riproduzione intergenerazionale della disuguaglianza. Ma non va neppure sottovalutato il fatto che, specie per gli uomini, viene spostato sempre più avanti il momento in cui si trovano a dover imparare a stare sulle proprie gambe e a fronteggiare i bisogni della vita quotidiana. Ed entrano in rapporti di coppia in cui le donne, che hanno utilizzato la permanenza in famiglia per investire nella propria formazione e per stabilizzarsi nel mercato del lavoro, hanno aspettative di parità e reciprocità.

    (1) Cfr. European Quality of Life Survey. Un primo rapporto di sintesi si trova in http://www.eurofound.ie/publications/EF04105.htm.

    (2) Cfr. Istat, Rapporto Annuale 2004, cap. 4, "Le trasformazioni della famiglia", Roma, maggio 2005.

    (3) Cfr. Smeeding e Phillips, "Cross national differences in employment and economic sufficiency", in F, Furstenberg Jr. (ed.), Early Adulthood in Cross National Perspective, Annals of AAPSS, n. 580, pp. 103-133.

    (4) Essi sono stati oggetto di un convegno organizzato alla Accademia dei Lincei alla fine dell’aprile scorso, su "Famiglie, nascite e politiche sociali".

    Indice

  • 06/06/2005 Foto di giovani in famiglia
  • 06/06/2005 Foto (sempre più sfocata) dei giovani fuori dalla famiglia, un commento di Alessandro Rosina
  • 06/06/2005 La controreplica dell'autore
  • 06/06/2005 Commenti Vari

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