06/06/2005 Imposte, una questione di famiglia (Daniela Del Boca, www.lavoce.info)

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  • Ogni qualvolta si parla di necessità di interventi a sostegno dei redditi familiari, diversi partiti della coalizione di Governo propongono l’adozione dello schema del "quoziente familiare" come panacea ai problemi di iniquità creati dallo schema della tassazione individuale in vigore in Italia fin dall’ormai lontano 1976. Nel testo finale della Finanziaria 2005, la sua introduzione, più volte annunciata, è stata in ultimo eclissata da un ingegnoso complesso di deduzioni per oneri familiari in sostituzione delle detrazioni, i cui effetti sono stati discussi ampiamente su lavoce.info. (si vedano Baldini e Bosi, Rizzi e Zanette e da Galmarini)
    L’introduzione delle deduzioni per carichi familiari nel sistema tributario italiano e l’abbandono delle detrazioni lasciano permanere alcuni elementi di criticità nella struttura Irpef e ne creano di nuovi. In sintesi, riconoscendo una seppur limitata riduzione di capacità contributiva per carichi familiari, la nuova Irpef lascia inalterato un onere fiscale più elevato per le famiglie monoreddito rispetto a quelle bireddito (garantendo vantaggi più elevati a quelle con elevate differenze fra i guadagni dei coniugi).

    Il quoziente familiare

    L’esigenza di maggiore equità orizzontale spinge a proporre l’adozione di misure di riequilibrio. In particolare, il sistema del cosiddetto "quoziente familiare" alla francese, con opportuni adeguamenti, segnerebbe una sostanziale inversione di rotta per il sistema fiscale italiano, indicando nella famiglia, e non più nell’individuo, l’unità impositiva Irpef.
    Per i non addetti ai lavori, sarà utile chiarire che il quoziente familiare è un criterio di tassazione per parti, basato sul presupposto teorico delle scale di equivalenza: richiede di sommare i redditi di tutti i componenti (non solo della coppia) e di dividere il risultato per un quoziente Q, che si ottiene dalla somma di opportuni coefficienti assegnati a ciascun componente familiare, prima di applicare al valore risultante la scala delle aliquote. Al pari delle altre tipologie di tassazione per parti, il quoziente familiare consentirebbe dunque di parificare il trattamento delle famiglie monoreddito a quelle bireddito. Tuttavia, a causa della progressività dell’imposta, il vantaggio fiscale aumenta col crescere del reddito, favorendo i nuclei con reddito elevato e creando un potenziale problema di equità verticale che può però essere corretto con opportune integrazioni. Le motivazioni teoriche che originariamente hanno condotto alcuni paesi dell’area Ocse a scegliere la famiglia come unità impositiva, derivano dall’ipotesi che sia la famiglia l’unità decisionale e che il suo benessere coincida con quello di ogni componente, in maniera forse troppo semplicistica. Tale ipotesi, comune nella letteratura economica tradizionale, dalla fine degli anni Ottanta è stata sottoposta ad attento studio da una ampia produzione teorica ed empirica, che dimostra come le scelte all’interno della famiglia non garantiscano identico livello di benessere per ogni suo componente. (1)
    Si è creata in questo modo una nuova prospettiva di analisi: quella degli effetti allocativi e distributivi intra-familiari accanto al più noto studio degli effetti inter-familiari. Il passaggio a un sistema di tassazione di tipo familiare, dunque, segnerebbe sul piano della riflessione teorica una ingiustificabile controtendenza.

    Donne e lavoro

    Sul più importante piano di policy, invece, va evidenziato che il quoziente familiare crea distorsioni nelle scelte lavorative del coniuge con reddito più basso. Trasferisce infatti su quest’ultimo parte del carico fiscale, mentre con un sistema di tassazione individuale, come quello vigente, l’imposta si applica separatamente al reddito di ciascun componente della famiglia. La tassazione individuale pertanto non influenza le scelte degli altri componenti familiari, anche se, per ottemperare a obbiettivi di equità, il metodo è corretto con detrazioni o deduzioni per la presenza di carichi familiari. Le statistiche più recenti sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro mostrano che nei paesi a tassazione congiunta le donne in media lavorano di meno e le ricerche dimostrano empiricamente l’esistenza di un effetto disincentivante della tassazione congiunta sull’offerta di lavoro femminile. (2)
    In Italia il tasso di partecipazione femminile al lavoro è il più basso d’Europa e una politica disincentivante dell’offerta di lavoro femminile avrebbe importanti implicazioni sul benessere delle famiglie e dei figli nonché sull’indipendenza economica femminile.
    Va infine presa in esame l’esistenza di costi più elevati per le famiglie in cui entrambi i partner lavorano (costi per i servizi per l’infanzia, per gli anziani), implicitamente riconosciuti dal metodo di tassazione individuale, ma non da quello di tipo familiare. In un paese dove i servizi pubblici sono molto razionati (vedi Saraceno e Del Boca su questo sito), tali costi diretti e indiretti sono particolarmente rilevanti. Nel contesto economico italiano, il riconoscimento delle spese a carico delle famiglie e l’attenzione a non disincentivare ulteriormente il lavoro femminile appaiono obiettivi prioritari.

    (1) Vedi Apps P.F. and R. Rees, 1988, Taxation and the household, Journal of Public Economics, 35, 355-369. Vedi anche Laisney F., 2002 "Welfare Analysis of fiscal and social security reforms in Europe: does the representation of family decision processes matter?" rapporto finale del progetto commissionato dall'UE-General Directorate of Employment and Social Affairs, a cura di, in corso di pubblicazione su Review of Economics of the Household.

    (2) Vedi Colombino et al., 2005, in "European Women at Work" a cura di Boeri Del Boca Pissarides OUP.


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