14/11/2005 Consigli coordinati per gli Acquisti di Latte (Andrea Giannaccari, www.lavoce.info)

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  • L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha recentemente concluso l’istruttoria relativa al cosiddetto "caro latte" per l’infanzia, rilevando l’esistenza di comportamenti collusivi tra i principali produttori di alimenti per neonati. L’attenzione dell’Authority si è infatti appuntata sulle ragioni che favoriscono, in Italia, l’alterazione delle normali dinamiche di mercato, con definizione di prezzi a livelli assai superiori rispetto agli omologhi prodotti europei. La decisione, sfociata nella censura delle pratiche concordate e nell’irrogazione di rilevanti sanzioni (complessivamente pari a circa 10 milioni di euro), offre il destro per abbozzare alcune considerazioni a margine anche sull’operato dell’Autorità.

    La spesa degli utenti in latte per l’infanzia: il prezzo è giusto?

    Il dato che emerge dalle risultanze istruttorie non lascia margini di incertezza. I prezzi dei latti per l’infanzia (in particolare, dei latti di partenza e di proseguimento) nel nostro paese sono di gran lunga superiori rispetto a quelli applicati negli altri paesi europei. Più precisamente, i differenziali tra i prezzi italiani e quelli esteri, distribuiti attraverso il canale farmaceutico, presentano maggiorazioni comprese tra il 100 e il 300 per cento, con punte prossime al 350 per cento.
    Il dato assume contorni di particolare gravità se si considera che non solo sussiste una completa fungibilità tra i prodotti venduti i Italia e quelli, dello stesso gruppo, messi in commercio all’estero; ma anche che tra prodotti di aziende differenti non corrono differenze qualitative tali da far preferire un alimento rispetto ad un altro. La constatazione che tali alimenti devono rispettare standard fissati dal ministero della Salute e che le strutture sanitarie scelgono la somministrazione del prodotto in modo indipendente dalla marca, corrobora le lagnanze dei consumatori circa l’iniquità (comparata) dei prezzi. Morale spicciola: nel quinquennio 2000-2004 si è assistito a prezzi talmente elevati da non trovare giustificazioni nella minore redditività del mercato nostrano, e nemmeno nella struttura dei costi delle diverse società.

    L’iter logico dell’Autorità

    Nell’ampio catalogo delle condotte suscettibili di generare effetti anticompetitivi, le pratiche vocazionalmente deputate a elevare i prezzi a carico dell’utenza finale si candidano quali obiettivi privilegiati della repressione antimonopolistica. Le pratiche concordate, pur non formalizzate in accordi espliciti, rientrano indubitabilmente nella categoria. Nondimeno, di là dall’allineamento dei prezzi su valori inopinatamente elevati, è necessario provare l’esistenza di una volontà comune chiaramente volta all’illecito.
    In proposito, il ragionamento (censorio) dell’Autorità garante ha fatto leva sullo scambio di informazioni, avvenuto sia direttamente che indirettamente. Quanto al primo, la prova del coordinamento è stata desunta dalla riduzione dei prezzi applicati dalle imprese, a seguito dell’invito espresso in tal senso dal ministro della Salute. Nel 2004, infatti, lo stesso ministro aveva convocato a più riprese le società, sollecitando un intervento deflativo sui prezzi in misura (almeno) pari al 10 per cento, e minacciando, in caso contrario, l’adozione di provvedimenti sanzionatori. La successiva diminuzione dei prezzi, sebbene prossima alla soglia indicata dal ministro, non sembra sufficiente a dimostrare l’intento concertativo. In breve, distillare la volontà comune dalle riunioni presso il ministero, nelle quali sia l’ufficio giuridico dello stesso ministero, sia le aziende erano consapevoli dei rischi anticompetitivi di una riduzione dei prezzi di eguale ammontare, per di più realizzata in momenti e quantità differenti, non aiuta a dare spessore alla concertazione. In ogni caso, avendo efficacia ex nunc, appare inidonea a provare la collusione nel quinquennio precedente. L’illiceità di una condotta avvenuta in passato va suffragata diversamente.
    In effetti, l’altro torno argomentativo, lo scambio indiretto di informazioni, ha poggiato sulla presunzione che i produttori potessero coordinarsi attraverso la fissazione, e successiva comunicazione alle farmacie, dei prezzi di vendita consigliati al pubblico. Sotto questo profilo, l’Autorità, oltre a rilevare che i listini delle società erano inseriti in apposite banche dati e quindi accessibili dai concorrenti, ha posto enfasi sul fatto che, attraverso la detrazione del margine dei farmacisti (pari circa al 25 per cento), fosse possibile risalire ai prezzi di cessione degli alimenti ai distributori. Certo, il meccanismo favoriva la trasparenza del mercato e l’ipotetico coordinamento indiretto delle società, ma non senza la "collaborazione" del canale farmaceutico.

    Un po’ di concorrenza nel settore farmaceutico

    Proprio il settore farmaceutico, non a caso scelto dalla più parte dei produttori quale canale primario di distribuzione degli alimenti per l’infanzia (chi ha optato per la traiettoria alternativa della grande distribuzione sfugge ai rigori della repressione antitrust), rappresenta uno dei comparti nei quali appare fondamentale introdurre principi di concorrenza. Se ci fosse stata concorrenza di prezzo tra le farmacie, e non l’applicazione di un margine sostanzialmente predeterminato, sarebbe riuscito più complesso per i produttori risalire ai prezzi di cessione degli alimenti. Tanto più che l’indicazione di un prezzo consigliato al pubblico non costituisce di per sé prassi illecita. In atri termini, la concorrenza di prezzo nel mercato a valle, tra le farmacie, avrebbe contribuito a ridurre la trasparenza del mercato, così come la possibilità di concertazione tra i produttori di latte. Al contrario, all’assenza di concorrenza sulla qualità dei prodotti si è aggiunta una sostanziale ingessatura del mercato a valle.
    In conclusione, l’evidenza del caso è data dall’esistenza di un prezzo (oligopolistico) elevato, soprattutto se confrontato con la migliore pratica europea, nonché dalla strutturazione di un mercato impermeabile ai crismi della concorrenza e nel quale un parallelismo consapevole tra i produttori appare esito "naturale". La domanda, ancora in cerca di una risposta, è se l’architettura concettuale costruita dall’Autorità sia sufficiente a provare la collusione tacita dei produttori, anche perché le modalità con le quali il mercato è stato ritagliato, togliendo dal giro numerose società (obiettivamente minori, ma) responsabili dello stesso tipo di condotte, rischiano di rivelarsi strumentali all’individuazione dell’intesa collusiva. Su questi punti si pronuncerà presumibilmente il Tar del Lazio.


    Per saperne di più

    M. Motta, Competition Policy- Theory and practice, Oxford University Press, 2004, 137 ss.
    P. Fattori, M. Todino, La disciplina della concorrenza in Italia, il Mulino, 2004, 51 ss.


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