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  • 14/11/2005 E il Bonus Bebè diventa Mini (Alessandro Rosina, www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    È difficile discutere di politiche familiari in questo periodo. Nella Finanziaria 2006 i cambiamenti di rotta si susseguono un giorno dopo l’altro, e prevedere l’esito finale del dibattito sull’utilizzo del fondo a disposizione delle famiglie diviene un esercizio impossibile. Un tema cruciale nell’ambito delle politiche sociali sembra affidato all’estemporanea creatività degli estensori dei diversi testi.

    Gli effetti del vecchio bonus

    Nel maxiemendamento votato al Senato, il bonus di mille euro una tantum per la nascita del secondo figlio in vigore nel 2004, poi abbandonato nella Finanziaria 2005, è previsto solo per i nati nel 2005 (esteso a tutte le nascite), e non più per i nati nel 2006. In compenso, è apparso un "mini-bonus" per tutti i nati dal 2003 al 2005 di 160 euro.

    Il bonus di mille euro serve poco: è un contributo cosi modesto e temporaneo che solo per pochissime famiglie, a reddito molto basso, può essere considerato un sostegno agli alti costi di fare un figlio in più.

    I mille euro servono poco anche alla boccheggiante fecondità italiana. Se è vero che il tasso di fecondità è passato da 1,29 figli per coppia nel 2003 a 1,33 nel 2004, pensare che ciò sia dovuto al bonus è assai ardito. In primo luogo, nulla si può dire sugli effetti del passato bonus in mancanza di un disegno di valutazione di impatto scientificamente valido, un gravissimo limite che accompagna praticamente ogni scelta di politica sociale in Italia. In secondo luogo, la fecondità risale soprattutto al Nord e al Centro, mentre ristagna o addirittura cala al Sud e nelle Isole. Ci saremmo aspettati, al contrario, un effetto maggiore nelle Regioni meno ricche. Data la sua scarsa entità, infatti, se le nuove nascite fossero state incentivate dalla politica del bonus, l’effetto si riconoscerebbe prevalentemente sulle famiglie povere. In terzo luogo, parte rilevante di questa ripresa delle nascite è dovuta agli immigrati, che dal bonus erano esclusi.

    La ripresa della fecondità era peraltro già iniziata nel 2002, anno in cui il numero medio di figli per coppia era salito da 1,27 a 1,29: un periodo in cui nessun bonus era a disposizione dei potenziali genitori. E, comunque, una politica annunciata a fine 2003 non può avere avuto effetti sulle scelte di fecondità fino agli ultimi mesi del 2004. Appare quindi improbabile che l’aumento di 0,04 figli per coppia sia il risultato del bonus.

    Il contributo per il nido

    Se un bonus di mille euro, pagato a posteriori, può nel migliore dei casi rappresentare solo una sorta di riconoscimento simbolico del costo di un figlio in più, 160 euro, sempre a posteriori, sono invece un insulto, per di più costoso. Per erogare questa miseria occorre infatti mettere in moto una complessa macchina organizzativa, accordi con le poste e così via, che finiranno con il costare tanto quanto l’ammontare del bonus.

    Se si voleva scegliere la via dei trasferimenti monetari, sarebbe stato più opportuno utilizzare quei fondi per iniziare a razionalizzare i due trasferimenti che oggi in Italia sono rivolti alle famiglie con figli: l’assegno al nucleo familiare per le famiglie di lavoratori dipendenti a reddito modesto e l’assegno per il terzo figlio per le famiglie a basso reddito e con almeno tre figli minori.

    Ma l’obiettivo di sostenere il reddito e insieme di incoraggiare la fecondità, a fronte di risorse limitate, può essere perseguito anche in un altro modo. I risultati della ricerca di Del Boca e Pasqua, come quelli di un lavoro dell’Ocse di D’Addio e Mira d’Ercole mostrano che più che i trasferimenti alle famiglie, conta la disponibilità dei posti asilo, in quanto favorisce la partecipazione delle madri al mercato del lavoro. Ciò potrebbe contribuire anche a spiegare perché la fecondità si sta riprendendo nel Nord e nel Centro mentre continua a scendere nel Sud, dove la carenza di asili nido è più marcata.

    La terza misura approvata in Senato sembrerebbe andare in questa direzione, anche se in modo del tutto simbolico e quindi, anche in questo caso, vagamente insultante. Per le famiglie che pagano una retta a un nido sarà infatti possibile dedurre a fini fiscali 120 euro annui. Peccato che il costo di un nido privato oscilli tra i 500 e gli 800 euro mensili e che, secondo i dati Istat più recenti, il costo medio di un nido pubblico sia di 250 euro mensili. Ma questa cifra è la media tra chi non paga nulla e chi invece paga la retta massima, che non è molto lontana da quella dei nidi privati. Tra l’altro, non è chiaro se la generosa somma di 120 euro annui sia destinata solo a chi utilizza il nido privato (spesso per necessità, dato che quelli pubblici non sono sufficienti) o anche a chi utilizza quelli pubblici. In ogni caso, non è certo con queste somme che si viene incontro ai costi del nido e tanto meno si aumenta una offerta che è largamente carente.

    E quello per l’affitto

    Si conferma anche quest’anno la sparizione del fondo a sostegno del costo dell’affitto. La misura, introdotta dal Governo precedente, sia pure con molti difetti di disegno, era l’unica che si configurava come un sostegno al costo dell’abitazione per le famiglie più povere, tra le quali è molto elevata l’incidenza di quelle numerose. In particolare, tra le coppie con tre figli sono più quelle che vivono in affitto (il 19%) che non quelle con un mutuo a carico (il 16%). In totale si tratta di circa trecentomila famiglie. (1) Destinare un contributo annuale di 1.800 euro alla metà più bisognosa di questo gruppo (aggiungendo anche le coppie con più di tre figli) costerebbe 270 milioni di euro. Non è poco, ma si avrebbe un miglioramento sensibile del benessere di queste famiglie.

    Una osservazione conclusiva è d’obbligo. I provvedimenti sulla famiglia, negli ultimi anni, rientrano nella discussione politica pubblica quasi solo a ridosso del difficile dibattito sulla Finanziaria. Sappiamo che le famiglie hanno bisogno di un ambiente caratterizzato da una serie di misure stabili.

    Invece, a cinque anni dalla legge 328/2000, e a quattro dalla riforma del Titolo V della Costituzione, manca ancora una definizione dei livelli essenziali di assistenza. Ciò consente il persistere di forti disuguaglianze territoriali nei diritti minimi. Ma consente anche che il Governo centrale, di fatto, si appropri di parte del fondo sociale per perseguire proprie politiche che entrano in competizione con quelle decise a livello locale, sottraendovi risorse, senza che i loro obiettivi siano stati individuati come "livelli essenziali". In questo modo, tutte le politiche sociali non previdenziali, locali o nazionali che siano, rimangono in uno stato di precarietà permanente, modificabili e cancellabili da un anno all’altro. Il che certo non si configura come una politica per la famiglia di qualsivoglia tipo.

    Per saperne di più

    Anna Cristina D’Addio e Marco Mira d’Ercole, 2005, "Trends and Determinants of Fertility Rates in Oecd Countries: The Role of Policies", Oecd Social, Employment and Migration Working Papers. http://www.oecd.org/dataoecd/7/33/35304751.pdf

    Daniela Del Boca e Silvia Pasqua (2005), Fertility and Labor Supply in "Women at Work" (Tito Boeri, Daniela Del Boca, Chris Pissarides ), Oxford University Press 2005.

    (1) A questo proposito, si veda l’articolo di Francesco Billari sul Sole 24 Ore del 5 novembre 2005

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