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  • 11/12/2006 I genitori di chi è lontano (Elena G. Polidori, www.altrenotizie.org)

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    Un uomo che si cosparge di benzina e tenta di darsi fuoco in diretta al Tg2 può essere considerato, almeno in apparenza, solo uno squilibrato in cerca di pubblicità. Ma quello che è accaduto l’altra sera durante la rubrica Dieci Minuti, condotta da Maurizio Martinelli, al di là del gesto scioccante, ha avuto almeno il merito di far riaprire la riflessione collettiva sull’annoso capitolo dei figli contesi tra genitori separati di nazionalità diverse che, spesso, culminano con veri e propri rapimenti di cui, salvo rare eccezioni, le autorità riescono a venire a capo dopo inenarrabili battaglie legali. E dopo anni di indicibili sofferenze da parte del genitore abbandonato. Nicola De Martino, l’aspirante suicida del Tg2, rappresenta un caso emblematico. Suo figlio Luca fu rapito dalla madre australiana quando aveva solo cinque anni. E malgrado il padre abbia ingaggiato fin da subito una pesante battaglia legale, ci sono voluti 13 anni prima che il ragazzo lo potesse riabbracciare, ma solo perché diventato nel frattempo maggiorenne: capitali spesi in avvocati, rogatorie, intimazioni e richieste di compromesso, non sono serviti a nulla; è stato Luca che ha scelto di rivedere il padre.

    La legge, in questi casi, è ancora una pallottola spuntata, perché continua a far riferimento ad un diritto di famiglia datato anni ’50 e solo timidamente modificato da una legge sull’affido condiviso (approvata il 16 marzo scorso) che, tuttavia, non mette certo al riparo uno dei due coniugi dalla “sorpresa” di rapimenti e lunghe separazioni.

    Il fenomeno è molto più diffuso di quanto si creda e colpisce in modo profondo particolarmente i genitori maschi. Il motivo non risiede certo in una maggiore sensibilità degli uomini nell’affrontare il dramma di una separazione, bensì in un elemento statistico anch’esso noto e ormai diventato una consuetudine tale da rendere complicato qualsiasi netto cambiamento di tendenza. Nella stragrande maggioranza è alle madri che, dopo la separazione, i bambini vengono affidati. Le cifre sono chiare. Nel primo semestre 2005 su 5 mila separazioni solo il 3,4% dei bambini è stato affidato ai padri, l'84,5% alla madre e il restante 12,1% in affidamento congiunto o ricovero in istituto. Dunque, nonostante la legge abbia fatto un passo avanti con l’affidamento condiviso, ancora oggi sono davvero poche le coppie che riescono a gestire la separazione in modo maturo, continuando invece ad utilizzare in qualche modo i figli come armi di ricatto nei confronti dell’ex partner che ha “tradito” e dunque merita la vendetta peggiore, il vedersi sottratto il diritto alla genitorialità. Un aspetto che quindi colpisce, in virtù di questo scenario statistico, soprattutto i padri. Ma qui si apre un altro aspetto del problema, emerso solo di recente quando hanno cominciato a nascere associazioni di padri separati allo scopo di lottare per vedersi riconosciuto dalla legge quella paternità che troppo spesso proprio la legge ha contribuito a negargli: l’incidenza dei suicidi. Sono quasi duemila gli uomini che si tolgono la vita ogni anno in Europa perchè hanno contratto depressioni gravi e reattive a causa della lontananza dai figli: su un totale di 28 mila maschi che si uccide, uno ogni cinque ore è da considerarsi una percentuale altissima, impossibile da far passare sotto silenzio.

    Perché questo accade? Dopo una sentenza di separazione, raramente consensuale, con l’affidamento giudiziale – il più delle volte – dei figli alla madre, per i padri comincia, nel migliore dei casi, il calvario per riuscire a strappare all’ex moglie il diritto alla frequentazione dei figli oltre i tempi stabiliti dal giudice. E questa è la fattispecie più favorevole, per quanto sempre lacerante. Ma quando, come nel caso di Nicola De Martino, il genitore affidatario decide di riportarsi il figlio nella terra di origine, per chi resta comincia un calvario giudiziario dagli sbocchi incerti. Esiste, è vero, la Convenzione dell’Aja, che dovrebbe garantire la possibilità, per un genitore, di frequentare il figlio pur in un Paese straniero, ma ci sono Paesi che questa convenzione non la applicano o lo fanno solo in casi eccezionali. E sono ancora più rari gli eventi in cui, come vorrebbe proprio la Convenzione, i figli “rapiti” vengano prontamente rispediti nella patria di origine su sollecitazione del genitore che ne denuncia la sottrazione. Si entra, insomma, in una spirale di ordinamenti giuridici diversi difficilmente superabile da un singolo senza robuste disponibilità economiche. Di tempo e anche di granitica forza d’animo.

    Questo lo stato dell’arte. Che fotografa l’assenza di una legislazione, condivisa a livello internazionale e che superi la Convenzione dell’Aja, tale da mettere al riparo uno dei due genitori dalla sottrazione di un figlio a beneficio dell’altro. Ce ne sarebbe bisogno, ma come avviene per la ricerca sulle malattie rare, il fenomeno dei “rapimenti” di minori da parte di uno dei genitori viene considerato troppo marginale per giustificare l‘emanazione di una legge di sistema. Altre difficoltà, poi, risiedono nell’impossibilità di omologare non solo le miriadi di differenti legislazioni esistenti nel mondo in materia di divorzio e affidamento dei minori, quanto anche le convenzioni sociali che, a seconda dei casi, ripongono nella madre o nel padre il depositario principale della potestà sui figli; questioni di costumi, di antiche consuetudini, di stratificazioni di divisione dei ruoli a cui nessuna legislazione sarebbe capace di rispondere in modo esauriente. Basti pensare che in tutto il mondo islamico è il maschio ad avere ogni diritto sulla gestione familiare, mentre in Israele il diritto di famiglia si tramanda per via materna ed i figli portano anche il cognome della madre. Visioni opposte del mondo e della struttura sociale che mai si potrebbero conciliare in una normativa universalmente riconosciuta. L’unica via per uscirne (che è anche l’arma persuasiva utilizzata da tutti i legali matrimonialisti mondiali) è quella di fare appello al buon senso dei coniugi e al loro affetto nei confronti dei figli. Che, alla fine, sono sempre gli unici a pagare veramente dei devastanti dissidi parentali; le separazioni, anche quelle più “morbide” sono sempre laceranti e destinate a compromettere il loro sviluppo sentimentale. Vedersi strappare all’affetto di un padre per motivi a lui incomprensibili, può ripercuotersi su un bambino in modo profondo. La sofferenza di un padre abbandonato è senza dubbio atroce, ma quella di un bambino lo è di più.

    A questo punto, però, una digressione è d’obbligo. Si è parlato, perché la cronaca di questi giorni ha imposto questa visione dell’argomento, di “padri negati” e di figli contesi da madri mostrate alla pubblica opinione, attraverso il racconto degli ex consorti, come donne senza scrupoli, capaci delle peggiori atrocità pur di vendicarsi, forse, di non essere state amate a sufficienza dai padri dei loro figli. E’ giusto chiarire che però il dolore sta dalla parte di tutti e non può certo essere derubricato ad una mera questione di diversa fragilità o della solita, polverosa, guerra tra generi. Questo diritto di essere genitori che oggi - e solo di recente, purtroppo - molti padri rivendicano con forza, è un ruolo di cui, altrettanto spesso, si dimenticano con grande facilità e disinvoltura: la storia del mondo è a portata di mano per chi fosse in vena di chiarimenti e di statistiche al riguardo. Di conseguenza, alle sacrosante rivendicazioni dei padri negati, vorremmo aggiungere con altrettanta determinazione anche quelle delle madri abbandonate con figli ancora in grembo o troppo piccoli per capire.

    E’ piacevole constatare che l’evoluzione della società e, in particolare, degli uomini, abbia permesso loro di apprezzare, per quanto con colpevole ritardo, il dono prezioso di un rapporto filiale che va ben oltre il semplice mantenimento materiale del figlio fino alla maggiore età, come si usava un tempo. Sta di fatto che le statistiche generali sul fenomeno dell’abbandono genitoriale non depongono certo a favore di una paternità negata, bensì in quella di una maternità da sempre difficile, faticosa, vissuta troppo spesso in solitudine perché quasi sempre priva, nonostante i recenti passi in avanti, di un appoggio vero e consapevole da parte del proprio compagno.

    I padri adesso ci sono, non ne abbiamo dubbi. Le madri, però, ci sono da sempre. Varrebbe la pena, ogni tanto, di pensare anche al loro dolore e alla loro solitudine. Che c’era anche quando i padri non c’erano.

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