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12/12/2006  Unioni di fatto. Fatto sta che finora… (http://www.korazym.org)

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Non c’è nessun motivo per strapparsi le vesti. Non ancora, quantomeno. Battibeccano pulpiti e scranni, ma sulle unioni di fatto tutto deve ancora essere deciso. L’importanza delle premesse e di un atteggiamento dialogante.

Poche parole a volte possono bastare. Anche perché è assai poco saggio strapparsi le vesti prima ancora di aver capito se sia lecito e giusto farlo. Entro la fine del prossimo mese di gennaio, il Consiglio dei Ministri si esprimerà su un testo – redatto dai responsabili delle Pari Opportunità e della Famiglia (le onorevoli Barbara Pollastrini e Rosy Bindi) e vagliato dagli altri dicasteri interessati, dalla Giustizia all’Economia, agli Interni – sul tema delle unioni di fatto. Un testo che, se sarà avallato dal Consiglio dei Ministri, giungerà in Parlamento per guadagnarsi – in concorrenza con le proposte di legge alternative – i consensi dei deputati e dei senatori.

I punti fermi finora sono due: il primo è che l’argomento è spinoso assai, e potenzialmente devastante per un fronte politico impegnato nella difficile costruzione di un partito unico (il futuro Partito Democratico); il secondo è che tutto dovrà ispirarsi al Programma elettorale, che su questo tema così testualmente recitava (e recita tuttora): “L'Unione proporrà il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di un'unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale. Va considerato piuttosto, quale criterio qualificante, il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali e di solidarietà), la loro stabilità e volontarietà”.

Ci sarà tempo per discuterne a lungo, man mano che prenderà effettivo corpo il testo su cui si concentrerà la discussione. In questi giorni nel frattempo, come si poteva immaginare facilmente, lo sport più praticato è quello di prendere posizione, assestarsi su un crinale e giocare di sponda con l’avversario di turno: come i soldati che scavano le trincee per prepararsi all’affondo o reggere a quello del nemico. Metafora bellica che volentieri avremmo evitato, se non fosse che da pulpiti e da scranni è proprio questo che ci è sembrato di intravedere.

Adoperare ad uso proprio espressioni altrui risulta talvolta poco elegante, soprattutto quando se ne ricava l’impressione di “usare” - piuttosto che “omaggiare” - l’autore citato. Eppure le parole spese a suo tempo da un insigne giurista (nonché cardinale di Santa Romana Chiesa) restano di una chiarezza disarmante riguardo agli scopi e agli intenti: “Le unioni di fatto sono un fatto e dai fatti nascono diritti e doveri reciproci. Perciò è giusto e doveroso che lo Stato li regoli: ignorarli non mi sembra opportuno né concepibile secondo diritto. Ma la regolamentazione non deve creare equivoci, fare assomigliare le unioni di fatto ai matrimoni o essere un primo passo per un'equiparazione" (card. Mario Francesco Pompedda, già prefetto della Signatura apostolica).

Fra quelle righe ci trovate tutto: l’unione che si configura come “fatto”, il “fatto” di doverci avere a che fare in quanto realtà sociale, i diritti e i doveri che ne derivano (oh si, anche i doveri, questi sconosciuti…), la regolamentazione statale e la peculiarità del matrimonio, che altra cosa è e altra cosa deve rimanere. Chiare le premesse, più facili i punti di incontro e le conclusioni. Assenti – o antitetiche – le premesse, inevitabile un clima di scontro che non porterà frutti. A giudicar la situazione, allo stato attuale non c’è motivo di strapparsi le vesti. E a ben vedere, sarà bene non strapparsele neppure dopo, ma semplicemente ragionare, proporre, dialogare, incalzare e mettere in evidenza ogni punto debole delle proprie e delle altrui posizioni. Non dovrebbe essere difficile a chi crede ancora alla forza delle proprie idee.

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