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  • 31/01/2007 Stato, persona, coppia di fatto e coppia di diritto (Redazione, http://www.korazym.org)

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    Al rush finale il provvedimento governativo in tema di unioni civili: fra frizioni e dialogo, si cerca l’intesa finale. Tema poco sentito, nonostante tutto. Una riflessione sull’aspetto della rilevanza pubblica delle relazioni fra persone.

    Siccome non bastavano parlamentari, ministri e vescovi, ecco che a discutere di unioni di fatto sono arrivati anche il Quirinale e il Vaticano, con le parole spese dal Presidente della Repubblica e dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede. Sta diventando davvero grossa, la questione dei pacs che pacs (in salsa francese, come “Patti civili di solidarietà”) non sono, ma che comunque fanno notizia, e dividono. Dopo giorni di discussioni, si avvicina finalmente il momento della verità, quello in cui si potrà conoscere nel dettaglio la proposta che il governo sceglierà di presentare all’esame delle Camere. Non ci sarà – pare - un “registro delle unioni civili”, ma verosimilmente si percorrerà la via della certificazione anagrafica delle convivenze: le due persone interessate sarebbero cioè chiamate ad effettuare una dichiarazione per certificare il loro legame (affettivo, sentimentale, assistenziale, solidale), dal quale discenderebbero poi diritti e doveri una volta trascorso un determinato periodo di tempo, quello stabilito perché la convivenza sia definita “stabile”. Quali diritti? Assistenza sanitaria e successione nell'affitto, probabilmente reversibilità della pensione, forse successione e assegni “familiari”. Quali doveri? Più o meno quello generico di reciproca assistenza e solidarietà, e di contribuzione alla vita in comune in proporzione ai redditi.

    Il tutto per portare a compimento quelle otto righe otto inserite nel programma elettorale dell’Unione di centrosinistra: “L'Unione proporrà il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di un'unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale. Va considerato piuttosto, quale criterio qualificante, il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali e di solidarietà), la loro stabilità e volontarietà”.

    Come già ci siamo detti in un’altra occasione, per un giudizio nel merito è buona norma attendere il parto, ormai peraltro imminente, del provvedimento. Ma certo alcune considerazioni si possono muovere. Anzitutto, nonostante tutto il can can mediatico, davvero si fatica ad intravedere nel paese un reale e diffuso interesse per questo tema: dei pacs che pacs non sono, diciamolo chiaramente, non si appassiona quasi nessuno, né fra gli elettori di quanti auspicano nuovi diritti e nuove libertà, né fra i cittadini che hanno come punto di riferimento chi sostiene che la novità legislativa scardinerà la famiglia. Ci mettiamo in mezzo anche noi: in tutta onestà, nessuno in questa redazione è particolarmente su di giri di fronte alla “sfida cruciale” che ci si presenta davanti.

    Ciò detto però continua ad essere poco chiaro ai supporter del “tutto e subito” che non c’è peggior democrazia di quella che tratta allo stesso modo situazioni differenti, e che non si può affatto parlare di discriminazione di fronte ad una diversità di trattamento motivata dalla libera e personalissima decisione di rifiutare l’adesione a quel particolare modello di vita sul quale – e non da oggi - si basa la società. Il matrimonio, oltre ogni significato religioso, è in soldoni quella cosa attraverso cui l’unione fra un uomo e una donna legati da un vincolo di amore acquisisce rilevanza pubblica, con annessi diritti e doveri: è una presa di impegno verso l’altro e – come coppia – verso la società intera e i figli che potrebbero nascere. Al di là di quel linguaggio aulico e forse ingessato che la definisce “cellula fondamentale” o “società naturale”, la famiglia fondata sul matrimonio rimane insomma la base del nostro vivere comune.

    Il resto, tutte le altre relazioni, sono altra cosa, e senza alcun giudizio intrinseco sulle stesse è assolutamente legittimo che gli aspetti pubblici di tali unioni (ché poi nel privato ognuno fa come vuole) vengano regolati in modo differente, e che non vi sia totale identità fra il modo di porsi nei confronti di esse e il modo di porsi nei confronti di una famiglia. In breve: non è il diritto – e dunque lo Stato – a rifiutare rilevanza pubblica alle coppie di fatto; sono le persone di una coppia di fatto a "rifiutare" (cioè a scegliere di non scegliere) quella forma che lo Stato prevede per dare rilevanza pubblica alla loro unione. La libertà di scelta è pienamente garantita. Ora, si vogliono cambiare le carte in tavola, moltiplicando le forme tramite cui si acquisisce rilevanza pubblica? Per carità, tutto può essere fatto, ma non è affatto scontato che di “progresso civile” si tratti, né che dalla cosa si tragga giovamento. D’altronde, se una coppia è “di fatto” proprio perché ha scelto di non essere “di diritto”, ha senso moltiplicare le forme “di diritto”? E’ un problema di carenza di istituti pubblici o è una semplice e legittima scelta personale di chi preferisce non contrarre in forma pubblica i vincoli che il matrimonio comporta?

    Sull’equiparazione totale fra matrimonio e altri tipi di unione la contrarietà è dunque quanto mai giustificata. Ma ciò che il governo promette di fare è di non dare vita a nessun “matrimonio di serie B”, tenendo ben distinti due ambiti che meritano di rimanere distinti. Se perplessità rimangono, si valuteranno al momento opportuno: senza nessuna pregiudiziale, però.

    Fermo restando comunque che, da questo momento in poi, è giunto il tempo di dare attuazione anche a tutto il resto del programma elettorale, e in particolare a quelle parti che prevedono aiuti reali e concreti alle famiglie (figli, casa, scuola, lavoro, asili, tasse, fisco, ecc.). E non sono otto righe otto. Sono pagine e pagine e pagine. Quando si comincia?

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