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  • 23/02/2007 Giovani, il primo figlio tarda ad arrivare? E' anche colpa del confronto con i genitori (Daniele Lorenzi, http://www.korazym.org)

    Ricerca personalizzata

    Il primo figlio per le giovani coppie italiane arriva più tardi rispetto al resto d'Europa. Non solo cause economiche: si aspetta di raggiungere lo status sociale della propria famiglia d'origine. Studio dell'Iims sui nuovi modelli di genitorialità.

    Eccoci qua. Siamo noi, i giovani italiani, i papà più vecchi d'Europa: un figlio, infatti, decidiamo di averlo in media dopo i 34 anni, e le nostre ragazze (sempre meno spesso diventate mogli) lo hanno in media a 31 anni. Quale il motivo? Le minori certezze rispetto a quelle dei nostri genitori, dalla casa al posto fisso, ma soprattutto la nostra tendenza a vincolare l'assunzione del ruolo genitoriale "almeno” al raggiungimento dello status socio-economico dei nostri genitori e ad una realizzazione professionale che però, purtroppo, tarda a venire e, spesso, non viene mai raggiunta. Tant’è che chi non ritarda l’arrivo del primo figlio rinuncia molte volte a soddisfare aspirazioni di realizzazione professionale e spesso si trova a regredire verso condizioni socio-economiche peggiori rispetto a quelle vissute dalla famiglia di origine. A dirlo è una ricerca sui nuovi modelli genitoriali curata dall'Istituto italiano di medicina sociale (Iims) in collaborazione con il Campus biomedico di Roma, presentata ieri pomeriggio nella capitale.


     

    Un’indagine originale rispetto a molte altre, perché non ricerca solo le cause economiche che portano al ritardo nel decidere di fare figli (cause che sono – ahinoi! - quanto mai conosciute e croniche, nel nostro paese) ma anche e soprattutto le cause psicologiche. Ed arrivano allora risultati inaspettati, perché la maggiore difficoltà che lo studio riscontra è quella della gestione delle nostre aspettative rispetto alla vita reale: aspettative che si rifanno ai desideri dei genitori, che possono anche non essere affatto “reali” (ma semplici sensazioni) e che in definitiva conducono gli studiosi ad individuare nel confronto intergenerazionale il parametro interpretativo principale per spiegare il ritardo degli italiani nel generare figli.


     

    La tesi principale è che il fattore economico, cioè il costo legato all’evento procreativo, non è affatto fondamentale, perché “lo sono piuttosto le paure inconsce e pre-consce legate ad un futuro incerto non strutturato su basi solide per una propria realizzazione personale e ad un presente che immobilizza i giovani in condizioni di vita molto al di sotto degli standard di vita che i genitori hanno garantito durante il loro processo di crescita”. In parole semplici, molti giovani di oggi (la ricerca ha preso in esame un campione di nati a Roma e Milano fra il 1967 e il 1986) posticipano il momento della formazione della nuova famiglia per una inconscia volontà di raggiungere quella stessa stabilità economica e status sociale goduta dai loro genitori, e cioè quella che hanno vissuto loro stessi come figli. Non per tutti è naturalmente così (la ricerca mostra chiaramente il contrasto fra due gruppi, quello dei “ritardatari” che aspettano fino a 34 anni e quello dei “non ritardatari” che diventano papà a poco più di 27 anni), ma ciò che colpisce è il fatto che il ritardo, quando c’è, non è affatto intenzionale: l’85% indica un’età ideale per avere figli di molto antecedente rispetto a quella in cui sono effettivamente diventati genitori (mediamente, lo scarto è di 4,2 anni), e indicano mediamente di voler avere 2,5 figli, un valore ben al di sopra dell’attuale tasso di fecondità (1,33)  e anche del tasso che garantirebbe la sostituzione (2,1).


     

    Naturamente (ci mancherebbe!) pesano anche altri fattori, come “la forma che assume un legame sentimentale, a partire dalla scelta del partner”, che ha molto a che fare con le esperienze più o meno positive vissute nell’infanzia. Interessante – ad esempio - il dato sulle differenze fra figli di separati/divorziati e persone che hanno invece avuto la possibilità di vivere in una famiglia stabile: per i primi la ricerca segnala una maggiore difficoltà a mantenere una relazione di coppia stabile e una scelta genitoriale ferma, mentre per i secondi sembrano propensi e disposti a “rischiare” di più. Con alcuni paradossi, perché sono proprio le ragazze che si sentono più sicure del proprio rapporto di coppia a segnare un ritardo oggettivo nell’avere figli, con le donne più insicure a raggiungere prima il traguardo dell’essere mamma (nei primi sei anni di unione accade al 71,5% delle “insicure” contro il 54,8% delle “sicure”).


     

    Ad ogni modo, segnala l’Iims, se le politiche di sostegno alla genitorialità guardano solo agli incentivi finanziari, non considerando la complessità dei sistemi di aspettative di realizzazione professionale e affettiva di cui le nuove generazioni si fanno portatrici, sono destinate a fallire miseramente. E questo non per chissà quali difficili motivi, ma perché semplicemente "mancano il bersaglio”. Ecco allora che meritocrazia, competitività, conciliabilità fra lavoro e famiglia, reti di sostegno familiare, diventano punti essenziali – anche da un punto di vista psicologico – per spingere le coppie a “rischiare” il figlio. Prima che diventi troppo tardi.

    Con questo, naturalmente, anche risorse economiche: l'Italia da questo punto di vista è tra i paesi che destinano meno risorse alla spesa sociale. Il Rapporto Eurispes 2007 ricorda che nel periodo 2000-2006 l'Italia ha destinato a questo settore il 25,18% del Prodotto Interno Lordo, con il dato di Francia e Germania ben sopra il 30%. “Del tutto insufficienti" - scrive l'Istituto di rilevazione - "appaiono le misure a favore dei disoccupati, delle donne e della famiglia, per i giovani, per le persone con difficoltà di inserimento e con problemi di socialità”. E se “il Governo ha promesso di intervenire a favore delle donne e dei giovani, nell’attesa manca ancora un piano o un qualsivoglia progetto nazionale verso queste realtà, alle quali per il momento vanno incontro alcune iniziative degli Enti locali, soprattutto i Comuni con i vincoli di bilancio che ne limitano molto l’azione, o le strutture caritatevoli di matrice religiosa”. Materiale di riflessione per quando un governo ritornerà in carica.

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