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  • 05/03/2007 Quel singolare quoziente di famiglia (Claudio De Vincenti, Ruggero Paladini, www.lavoce.info)

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    L’introduzione del "quoziente familiare" è stata di recente riproposta in Parlamento, al Senato da parte dell’opposizione e alla Camera da parte, inopinatamente, di alcuni deputati della maggioranza.

    Cos’è il quoziente familiare

    Il "quoziente familiare" sostituisce le detrazioni per carichi familiari e consiste nel sommare i redditi dei coniugi e dividere il risultato per un numero rappresentativo dei membri del nucleo familiare pesati in modo diverso; al reddito pro-capite così ottenuto si applica l’imposta e, per ottenere l’importo complessivo, si rimoltiplica per il denominatore del quoziente.
    Sembrerebbe a prima vista un sistema attraente: all’aumentare della numerosità del nucleo familiare, il reddito su cui si applica l’imposta si riduce, cosicché ricade in uno scaglione inferiore ed è soggetto a una aliquota più bassa. In realtà, come è stato già sottolineato, il quoziente finisce per ridurre la progressività dell’imposta a vantaggio delle famiglie con redditi medio-alti e alti.
    A titolo esemplificativo, gli effetti della proposta del centrodestra al Senato, in termini di redistribuzione tra i decili di reddito familiare, confermano questa tesi e aggiungono utili elementi di riflessione (vedi la tavola).

    Costi ed effetti redistributivi

    Il costo: oltre 3,5 miliardi di euro di complessiva perdita di gettito, che salgono a oltre 9 miliardi se si introduce una clausola di salvaguardia, come appare inevitabile dato che una famiglia su quattro, collocata nei decili inferiori e centrali, subisce un aumento consistente del carico fiscale.
    Gli effetti redistributivi: i vantaggi sono concentrati sulle famiglie dei due decili superiori di reddito e soprattutto su quelle del decimo, mentre le famiglie dei primi otto, in particolare quelle dei decili centrali, subiscono perdite significative. Si tratta di una redistribuzione di reddito dalle classi basse e, soprattutto, medie a quelle alte.
    Le ragioni di questi effetti regressivi possono essere chiarite in termini generali confrontando gli sconti di aliquota consentiti dal quoziente con le detrazioni per carichi che vengono soppresse. I contribuenti più ricchi godono del passaggio a scaglioni di reddito inferiori dovuto alla divisione del reddito per i membri del nucleo familiare, con un consistente sconto di aliquota, mentre i contribuenti che già oggi si collocano nei primi scaglioni non hanno sconti di aliquota significativi. Per ogni figlio a carico, quindi, il contribuente con reddito elevato si avvantaggia di uno sconto di imposta molto superiore a quello di cui godono i contribuenti con redditi bassi e medi. Sconto che per i primi sopravanza largamente le detrazioni perdute, mentre per i secondi risulta ad esse nettamente inferiore, producendo così un aggravio di imposta.
    Va rilevato inoltre che a guadagnare di più sono i contribuenti con elevati redditi e coniuge privo di reddito: la riduzione d’imposta dovuta al quoziente risulta tanto più consistente quanto maggiore è il differenziale tra il reddito alto (generalmente del marito) e il reddito basso o nullo (generalmente della moglie) che, sommato al primo e diviso per il numero dei familiari, fa scendere di scaglione il reddito elevato e quindi l’aliquota: è quanto accade per esempio al dirigente o al professionista con moglie casalinga. Lo sconto di aliquota risulta invece molto più modesto quando ambedue i coniugi lavorano e quindi il differenziale è più contenuto, pensiamo per esempio a una coppia di impiegati. È addirittura nullo quando ambedue i redditi si collocano nelle fasce basse, come potrebbe essere per una coppia di operai.
    Non solo. In genere, dei due redditi è quello della moglie a risultare più basso, così alla riduzione dell’aliquota marginale sul reddito del marito corrisponde un aumento di aliquota marginale per la donna lavoratrice, con effetti di disincentivo del lavoro femminile.
    Per non parlare poi dell’assurdo per cui, in base alla proposta del centrodestra, un genitore vedovo godrebbe di un quoziente maggiore, e quindi di un maggior sconto di aliquota, del genitore non coniugato o separato o divorziato: sui figli ricadano le (si fa per dire) "colpe" dei genitori.

    La proposta di centrosinistra

    Di un’analoga proposta, che condivide con quella del centrodestra gli effetti redistributivi favorevoli ai redditi alti e il peggioramento della posizione relativa delle donne lavoratrici, si fanno promotori anche alcuni parlamentari del centrosinistra.
    A parte alcune modifiche nei pesi attribuiti ai componenti del nucleo familiare, le differenze principali rispetto alla proposta del centrodestra riguardano l’introduzione di una soglia di reddito familiare, pari a tre volte il reddito medio rispettivamente per i lavoratori dipendenti e per gli autonomi, oltre la quale il quoziente familiare non si applica; e la presenza di una clausola di salvaguardia per quanti sono svantaggiati dall’applicazione del quoziente. Quest’ultima aumenta naturalmente il costo, che rimane comunque inferiore a quello della proposta del centrodestra appunto per l’introduzione della soglia di reddito. Senonché, proprio la sua esistenza segnala tutta la contraddittorietà della proposta. Per un verso, cercando di limitare gli effetti regressivi, conferma che gli stessi proponenti sanno bene come la scelta del "quoziente" vada di per sé a vantaggio dei redditi medio-alti e alti: la soglia taglia i guadagni per il decimo decile, che restano comunque concentrati sui due decili superiori. Per altro verso, al passaggio della soglia la famiglia vedrà aumentare considerevolmente l’imposta dovuta con un micidiale salto di aliquota marginale, che diviene un multiplo del 100 per cento. Come si dice: "peso il tacòn del buso!". (1)


    (1)
    "Peggio il rattoppo del buco!".

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