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  • 11/03/2007 Dico: il sabato di festa a piazza Farnese (Stefano Caredda, http://www.korazym.org)

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    Manifestazione colorata nel cuore di Roma per “dare la sveglia” al parlamento, invitandolo all’approvazione del disegno di legge che regola i rapporti fra conviventi. L’irriverenza verso la Chiesa, le certezze e i dubbi fra la musica e la politica.

    ROMA – Non erano centomila, come a metà serata urlano trionfanti dal palco, e non erano probabilmente nemmeno la metà, ma sicuramente la manifestazione a sostegno del disegno di legge governativo sui diritti delle coppie conviventi – i cosiddetti Dico – è stata a suo modo una festa, iniziata con le parole d’ordine della politica e proseguita poi con lo spettacolo musicale chiuso a tarda sera da Eugenio Finardi e Simone Cristicchi. Colori a volontà e personaggi improbabili in una piazza Farnese affollata di convinti militanti e di curiosi passanti: l’attenzione dei fotografi si concentra sulle irriverenze nei confronti della Chiesa, sui copricapo firmati “no vat”, sull’attesa del giorno benedetto in cui Benedetto (si, proprio lui) rimarrà finalmente zitto, sulle risorse del latinorum riguardo a pacs e pax, sui rimandi letterari (“Io Dico: questo matrimonio non s’ha da fare”) e su quelli politici, con la teo-dem Paola Binetti ribattezzata con scarsa cavalleria “teo-dem (ente)” e i fischi della rumorosa piazza indirizzati a Mastella e ad Andreotti.

    Ci sono i radicali con tutta la loro passione per la penisola iberica (“Io dico Zapatero”) e con le loro immancabili firme, stavolta per l’istituzione a Roma del registro sulle coppie di fatto; ci sono bandiere verdi e rosse, con ambientalisti, comunisti e post-comunisti a far da compagni di strada all’arcobaleno dell’Arcigay e al viola dell’Arcilesbica; ci sono i giovani marxisti leninisti e ci sono gli atei agnostici rivoluzionari, ad invocare per ognuno lo “sbattezzo” e per il paese la “scrocifissione”. Se questi attirano l’attenzione di tutti, a fare numero sono in verità ragazzi e ragazze senza alcun segno particolare: in coppia o in gruppo, si gustano lo spettacolo, chi per sana curiosità, chi per convinta adesione. Ci sono anche loro alle sei del pomeriggio quando tutto ciò che può emettere un suono viene utilizzato all’unisono per “dare la sveglia” alla politica: è un grande fracasso che invia al parlamento e forse anche al governo il messaggio che è giunta l’ora di riconoscere i diritti delle coppie di fatto. Sul palco ministri e parlamentari si alternano a testimonianze personali: quella della signora Loreta, sessantenne della comunità cristiana di base di San Paolo, che urla “Possumus” e spiega di aver convissuto per trent’anni con un uomo e di non aver avuto neppure un centesimo “quando lui se n’è andato”; quella di Adele Parrillo, la compagna del regista ucciso a Nassiriya e che a causa della burocrazia non ha potuto prendere parte alla cerimonia di Stato per quell’attentato; o ancora quella di Mario, che da 20 anni viveva in compagnia di un uomo ucciso alcuni giorni fa nella sua abitazione di Roma.

    Il momento impegnato della serata passa poi la mano a quello più spettacolare, con la musica a farla da protagonista e una conduzione ridotta alla metà, con il solo Pierluigi Diaco a orchestrare le danze in assenza di quel Cecchi Paone che alle polemiche della vigilia ha voluto aggiungere pure quelle dell’evento, rifiutandosi di presentare per protesta contro le pressioni che avrebbe subito per non attaccare frontalmente il Vaticano dal palco. Beghe di cortile, a vederle da qui, come pure le infinite discussioni sulla presenza in piazza dei ministri Pecoraro Scanio, Ferrero e Pollastrini, e relative perplessità del premier Prodi.

    Il grosso della folla si scioglie per le vie intorno alla città, il traffico aumenta. Su un bus che cammina a passo d’uomo sul Corso Vittorio Emanuele ci sono almeno dieci – quindici religiose: capita così che qualcuno pensi ad un supplemento di manifestazione, fermandosi proprio a lato dell'automezzo per esporre i cartelli con le foto del papa e gli inviti – piuttosto coloriti – a non essere bigotti. Le facce delle povere suore indicano bene la difficoltà di chi si trova sul campo, nella vita di tutti i giorni, a confrontarsi con una realtà in cui si avverte un clima di scontro e di incomprensione. Tre ragazze discutono fra loro, e parlano di quanto accade in quegli stessi momenti in Vaticano: il rosario del papa con gli universitari di numerosi paesi. Loro sono qui per scelta, condividono il principio secondo cui alcuni diritti devono essere riconosciuti anche alla coppie non sposate. “Le tutele dei Dico non colpiscono affatto la famiglia fondata sul matrimonio, né tanto meno la disgregano”, dice una di loro. Preoccupazione infondata quella della Chiesa? “La Chiesa sta perdendo il contatto con la realtà sociale: non capisco davvero come possa dirsi contraria alla tutela di alcuni diritti in capo a chi vive una situazione di affetto e di comune vicinanza”.  E tu, i Dico, li faresti? “Si, perché no. Nel mio futuro potrei prendere in considerazione anche il matrimonio, ma avere più possibilità di scelta non è affatto un male”.

    Sono numerosi anche quelli che hanno una certa età. Mario ha oltre 60 anni ed ha appena chiuso il suo negozio, in una via vicina: ora osserva il palco e i musicisti che vi si alternano. “Sono molto confuso: sono qui solo per curiosità, perché non sono ancora riuscito a farmi una idea chiara e precisa della questione. Io sono credente, ma mi domando se davvero non si debba lasciare alcuna tutela ai conviventi. Certo, sentire paragonare il matrimonio alle unioni omosessuali non mi piace affatto: si tratta di due cose distinte e tali devono rimanere. Ma ciò non significa che non possano essere regolate altrimenti…  anche se non so se questi Dico siano il modo migliore”.

    Gli omosessuali: grandi protagonisti, ma per molti un grande problema. Nelle dichiarazioni ufficiali i toni sono sempre sopra le righe, nelle parole della piazza i toni sono meno vivaci e più concilianti: “Non è vero che ce l’abbiamo con la Chiesa cattolica e con sue gerarchie: semplicemente reclamiamo la possibilità di poter avere alcuni diritti basilari derivanti dal nostro legame affettivo: un riconoscimento che non va affatto a discapito della famiglia”. Siete d’accordo sul fatto che la famiglia sia troppo poco tutelata ed aiutata dal nostro ordinamento? “Ma si, certo: aiutare le coppie giovani, coloro che scelgono di sposarsi e di avere dei figli, è giusto e deve essere fatto: questo è un paese che per la famiglia non ha messo in campo mai alcuna politica. E non certo per colpa nostra. Aiutare la famiglia è giusto, è doveroso: lo si faccia. Non sono certo i Dico a rendere la cosa impossibile”. Ma i Dico non sono forse il primo passo per altre richieste? Ad esempio, l’adozione dei bambini? “I Dico hanno un valore in loro stessi. L’adozione è qualcosa che non chiediamo e sulla quale dunque non ci stiamo confrontando: d’altronde si tratta di un aspetto delicato, soprattutto per la presenza del bambino, i cui diritti devono avere sempre la precedenza. Ora ci sono i Dico: è quello che cerchiamo”.

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