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  • 19/03/2007 La vittoria degli eccessi (Redazione, http://www.korazym.org)

    Ricerca personalizzata

    Attenzione mediatica sempre alta sul caso Dico, con la “guerra” fra cattolici e resto del mondo sempre al centro dell’attenzione. Le realtà concrete da affrontare, gli attacchi alla libertà della Chiesa, i suoi eccessi di entusiasmo

    I toni ora stanno davvero scadendo nel ridicolo. Se non ve ne siete accorti infatti, è spuntata la “campagna anti-Dico porta a porta e in joint venture tra cardinali”. E’ in corso l’ennesimo attacco della Chiesa, un attacco proditorio condotto con le armi della carta e della stampa: niente meno che un breve scritto del cardinal Camillo Ruini ai cattolici romani per presentare e diffondere una lettera scritta dal suo “collega” Ennio Antonelli a Firenze sul tema “Famiglia e società”. E’ la tradizionale lettera inviata dal vescovo ai suoi fedeli in occasione della Pasqua, ma viene presentata come fosse una chiamata alle armi, addirittura in prima pagina sui quotidiani nazionali. Manco fosse il più importante documento di un Concilio.

    Ognuno avrà la sua opinione sul quanto l’atto di consegnare una semplice lettera nel corso di una benedizione pasquale delle case si possa configurare come un “affondo”, un “assalto” o un’offensiva. Certamente, è diventata davvero stucchevole la polemica che ruota intorno alla presunta ingerenza della Chiesa negli affari dello stato laico, ad iniziare da quanto attiene al disegno di legge governativo in materia di unioni civili: testo che sebbene non ancora defunto, non gode certamente di ottima salute. Al Senato non sarà utilizzato neppure come testo base, come punto di riferimento per la discussione in Commissione Giustizia e - quel che per molti è ancora peggio - è stato ormai sufficientemente “impallinato” non tanto sul versante dei valori, dell’etica, della morale e della legge naturale, ma su quello – ben più suscettibile di attenzione a trecentosessanta gradi – della coerenza normativa e dell’effettiva utilità per i suoi possibili utilizzatori. Se le norme del progetto Dico fanno acqua sul versante successorio, sulla chiarezza amministrativa, sui rapporti pensionistici, fino al punto da spingere alcuni a consigliare un accordo privato, piuttosto che quello che avrebbe dovuto essere sancito per tutti dai pacs in salsa italiana, è evidente che quelle norme non vedranno mai la luce.

    Al di là delle posizioni di principio, è più che mai utile e lecito interrogarsi sulle conseguenze concrete delle norme proposte, e sulla loro capacità di rispondere effettivamente a quelle necessità, bisogni o richieste che a torto o a ragione (il più delle volte: alcune a torto e alcune a ragione) vengono proposte all’attenzione di tutti. Quel che però lascia maggiormente perplessi è la protervia e l’ingiustificata volontà nel ridurre tutto ad uno scontro frontale fra cattolici e resto del mondo, quasi che non vi siano su un versante e sull’altro posizioni degne di attenta e reciproca valutazione. Ma è il clima avvelenato che, a questo punto, sarà difficile cambiare: e se perfino nella grande stampa trovi direttori e caporedattori convinti che il papa non abbia altro da fare ogni giorno che rispondere polemicamente alle più recenti dichiarazioni del cardinal Martini, o che le esortazioni apostoliche si rivolgano anzitutto al mondo dell’italica polemica politica, o ancora che il tradizionale incontro del papa con gli universitari non era nient'altro che la reazione cattolica alla manifestazione di piazza Farnese a sostegno dei Dico, beh, sul futuro si addensano nubi ben più pesanti di quelle che ci attendono davvero, secondo le previsioni del tempo, nelle giornate che abbiamo di fronte.

    Si può essere o meno d’accordo sulle singole valutazioni, ma rappresenta senza dubbio una sconfitta il fatto che quanti considerano in tutta onestà il provvedimento sui “Dico” nient’affatto una priorità, ma forse neppure uno scandalo, non possano sentirsi rappresentati in un dibattito pubblico sempre più simile ad una disordinata festicciola fra ubriachi. E se fanno letteralmente cascare le braccia le dichiarazioni degli autoproclamatisi difensori della gloriosa e laica Italia repubblicana (ne è pieno zeppo il Parlamento), per lo meno stupore suscitano le dichiarazioni degli illustri monsignori che si lanciano a loro volta in proclami (“Riempiremo piazza San Giovanni! Saremo almeno 300mila!”) più adatti ad un sindacalista che ad un vescovo. Naturalmente, i vescovi italiani si esprimeranno sempre e tutte le volte che lo riterranno opportuno: ci sia però concesso, quanto meno, di avanzare dubbi o perfino di ritenere inopportuno che ci si lanci in proclami da manifestazione di piazza, per di più quando ancora tutto o quasi tutto, al riguardo, deve essere ancora deciso. Continuando di questo passo, il giorno del Family Day assisteremo alla guerra dei comunicati stampa sulla partecipazione di piazza, con la lotta serrata fra le cifre della questura (perennemente in ribasso) e quelle della diocesi (notoriamente abituata a strafare, anche quando si tratta di piccole processioni religiose). Insomma, dai proverbiali confronti anni settanta fra sindacato e questura, a quelli assai meno memorabili fra questura e diocesi. Siate clementi: almeno questo no.

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