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  • 25/04/2005 I tagli se ne vanno in fiscal drag (Massimo Baldini, Paolo Bosi, Lavoce.info)

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    Ma perché i tagli all’Irpef già introdotti, che nel complesso ammontano alla non trascurabile cifra di circa 13 miliardi di euro, hanno avuto così scarsi effetti?
    Una prima ragione sta nel fatto che parte della riduzione fiscale è stata finanziata, come già messo in evidenza da Giannini e Guerra  su questo sito, da aumenti di imposte indirette. Inoltre, tagli fiscali finanziati non con minore spesa pubblica, ma con un allargamento del deficit, lasciano temere che nel prossimo futuro le tasse aumenteranno per compensare il buco nel bilancio, e ciò non predispone al consumo. Un altro motivo molto importante sta nel cattivo andamento generale dell’economia, che si riflette in una scarsa crescita dei redditi, e spesso anche in una maggiore insicurezza sul proprio posto di lavoro. In queste condizioni, è naturale un atteggiamento prudente da parte dei consumatori. Ma c’è un’altra ragione dietro ai così scarsi effetti reali degli sgravi fiscali, ed è costituita dal fiscal drag: ogniqualvolta si verifica un aumento del reddito, sia esso attribuibile a fattori reali o semplicemente al recupero del potere di acquisto ridotto dall’inflazione, la somma da pagare per una imposta progressiva come l’Irpef cresce più che proporzionalmente rispetto al reddito, determinando quindi sempre un aumento reale del peso dell’imposta.
    Facciamo un semplice esempio. Nel 2002, prima della riforma fiscale del Governo, un lavoratore dipendente con un figlio a carico e con un reddito lordo di 25mila euro, pagava 5.185 di Irpef (aliquota media del 20,7 per cento). Applicando invece la legislazione 2005 ai 25mila euro, l’imposta è pari a 4.708 euro (il 18,8 per cento del reddito), con una riduzione di quasi 500 euro. Sembra quindi che i due moduli abbiano diminuito significativamente l’imposta. Bisogna però considerare che, se nel 2002 avevo 25mila euro, oggi il reddito è assai probabilmente più alto, anche per il solo effetto dell’agganciamento al costo della vita. Supponiamo che sia aumentato del 2,5 per cento all’anno negli ultimi tre anni, più o meno come i prezzi. Oggi avrei un imponibile di 26.922 euro, e ne pagherei 5.294, cioè il 19,7 per cento. Sembra quindi che per chi aveva 25mila euro nel 2002, i due moduli abbiano garantito un risparmio del 2 per cento dell’imponibile, mentre in realtà la vera riduzione è l’1 per cento del reddito.
    L’intensità del fiscal drag non è uguale per tutti i contribuenti. Dipende dall’andamento dell’aliquota media della struttura dell’imposta. Nel caso italiano è possibile verificare che la variazione dell’aliquota media, per un dato incremento percentuale del reddito imponibile, decresce al crescere del reddito (a esclusione di una fascia di reddito imponibile tra 26 e 29mila euro e fino a 100mila euro). Il fiscal drag attribuibile all’inflazione danneggia di più i redditieri più poveri.

    L’impatto sulle famiglie

    Un calcolo della rilevanza del fiscal drag si può effettuare sia a livello di singoli contribuenti, che di famiglie. Di seguito presentiamo una figura che sintetizza l’impatto del fiscal drag sulle recenti riforme dell’Irpef per tutte le famiglie italiane. Questa figura, costruita usando un modello di microsimulazione basato su un campione rappresentativo di famiglie, rappresenta, per decili di redditi familiare equivalente, le variazioni dell’aliquota media prodotte dai due moduli di riforma dell’Irpef. (1)
    La linea tratteggiata più in basso rappresenta la variazione dell’aliquota media nell’ipotesi che i redditi nominali tra il 2002 e il 2005 non si siano modificati (variazione normativa). È appunto lo sgravio medio di circa 2 punti percentuali di cui normalmente si parla. Tale sgravio è assai contenuto per il 10 per cento più povero, le famiglie incapienti, cresce fino al quarto decile, e poi si riduce all’aumentare del reddito familiare. Le due linee nel versante positivo rappresentano invece l’effetto del fiscal drag attribuibile alla variazione reale del reddito (fiscal drag reale) e la parte attribuibile all’aumento del reddito pari al tasso di inflazione (fiscal drag nominale). L’aumento dell’aliquota media prodotto dal fiscal drag attribuibile all’inflazione è abbastanza significativo, pari in media all’1 per cento, ed è più forte sui redditi bassi, dal momento che risulta decrescente a partire dal terzo decile.
    La curva negativa nera continua (variazione effettiva) è la somma algebrica della variazione normativa e del fiscal drag nominale e rappresenta lo sgravio effettivo goduto dalle famiglie italiane, assai inferiore a quello mostrato dalla curva tratteggiata.
    In conclusione, il fiscal drag si è mangiato circa metà dello sgravio Irpef concesso in questi ultimi tre anni. Dopo i due moduli, il reddito reale delle famiglie italiane è aumentato la metà di quanto si potrebbe concludere osservando solo la struttura formale dell’imposta a redditi nominali invariati. Si potrebbe mostrare che, rispetto alla struttura di aliquota media in vigore nel 2002, quella introdotta con la riforma comporta una lieve intensificazione dell’effetto del fiscal drag attribuibile all’inflazione. Ciò è dovuto al fatto che la progressività dell’imposta è nel complesso aumentata, ma in misura relativamente più forte per i redditi medio-bassi.

    (1) Nei nostri precedenti interventi su questo sito a proposito della riforma Irpef abbiamo mostrato come varia il reddito disponibile delle famiglie, qui ci concentriamo invece sull’aliquota media dell’imposta.

     

    Come è cambiata l’aliquota media dell’Irpef dopo i due moduli della riforma

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