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17/06/2006 Toglietemi tutto, ma non il Cuneo Fiscale (Matteo Richiardi, Matteo Leombruni, www.lavoce.info)

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La proposta di Romano Prodi per una riduzione di 5 punti percentuali del cosiddetto "cuneo fiscale" tocca alcune importanti questioni, che però non sono state affrontate nel dibattito generale, tranne rare eccezioni.

Le componenti del cuneo

La questione più importante consiste in un chiarimento non solo terminologico, ma di sostanza, su cosa è il cuneo fiscale.
Con questa espressione si intende la differenza tra il costo del lavoro pagato dalle imprese e la retribuzione netta in busta paga. È una differenza che in Italia pesa molto, oltre il 45 per cento del costo del lavoro, ma non ne deteniamo il record: in Europa siamo superati da Belgio, Germania, Francia, Svezia e Ungheria (vedi tabella 1). Siamo comunque su livelli alti e non a caso Confindustria auspica da tempo una riduzione del "cuneo" per abbassare il costo del lavoro e rilanciare così la competitività delle imprese.
Prescindendo dalla componente relativa all’Irap (nella cui base imponibile è incluso il costo del lavoro), il cuneo è composto da tre macro-voci: imposte sul reddito del lavoratore, contributi sociali e contributi previdenziali.
La prima voce, almeno ai fini di questo dibattito, non è da considerare: si tratta dell’Irpef, che è un’imposta sui redditi personali (e non sul lavoro) per la quale le imprese fanno semplicemente da sostituto d’imposta. Certamente, sia i lavoratori che, indirettamente, le imprese, beneficerebbero di una sua riduzione, ma non è questo il punto in discussione.
Veniamo ai contributi sociali. Parlare qui di cuneo fiscale è fuorviante, perché non si tratta propriamente di imposte. I contributi sociali sono in tutto e per tutto premi assicurativi versati all’Inps per coprirsi contro diverse eventualità: fisiche (infortuni, malattie, invalidità, morte), economiche (disoccupazione, sospensione dal lavoro) o famigliari (matrimonio, persone a carico). Ad esempio, nelle aziende industriali con più di 50 dipendenti il datore di lavoro paga per ogni operaio l’1,61 per cento della retribuzione imponibile per i sussidi di disoccupazione, lo 0,68 per cento per gli assegni famigliari, il 2,20 per cento di contributi per la cassa integrazione ordinaria, e così via. In totale l’8,57 per cento della retribuzione imponibile, che equivale al 6 per cento del costo del lavoro.
È possibile ridurre questa componente? Prima di tutto, la domanda va riformulata correttamente: i premi pagati sono troppo alti rispetto alle prestazioni erogate dall’Inps? Almeno un riordino delle aliquote è auspicabile: attualmente esistono alcune centinaia di tabelle diverse, che coprono una casistica di lavoratori assolutamente eccessiva, che va dai "viaggiatori e piazzisti nell’artigianato lapideo dell’indotto" agli "operai e impiegati delle sale bingo". È ragionevole che il premio, ad esempio, per l’eventualità di una maternità non vada differenziato tra categorie così "estreme". Con il riordino, inoltre, è sicuramente possibile che si arrivi a un risparmio sui premi pagati da lavoratori e imprese. Basti pensare che fino a qualche anno fa si pagava un contributo sociale del 2 per cento contro il rischio di tubercolosi: è probabile che un aggiornamento al ribasso di qualche altra voce sia alla portata di un riformatore illuminato.

Non chiamatemi fiscale

Veniamo ai contributi previdenziali, sicuramente la componente del cuneo più importante. E sgombriamo subito il campo dall’equivoco più grave: nell’attuale sistema i contributi previdenziali non sono una tassa sul lavoro, sono soldi dei lavoratori. Aggiungerebbe quindi chiarezza al dibattito non parlare impropriamente di "cuneo fiscale". La confusione terminologica è eredità (meglio ancora un residuo) di una discussione che aveva senso vent’anni fa, ma non più oggi.
Se prima della riforma Amato del 1992 (e fatte salve le osservazioni di Alessandro Cigno) i contributi previdenziali potevano essere considerati alla stregua di un’imposta con la quale si finanziava il sistema pensionistico nel suo insieme, con il nuovo sistema di calcolo delle pensioni, detto per l’appunto "contributivo", sono a tutti gli effetti una componente della retribuzione. Dovrebbe risultare chiaro quindi che una riduzione ex lege dei contributi equivarrebbe a una riduzione ex lege delle retribuzioni dei lavoratori – ovvero equivarrebbe a una invadenza dello Stato nelle contrattazioni tra lavoratori e imprese, se non a un vero e proprio furto.
Fortunatamente, non sembra questa la proposta di Prodi. L’ipotesi è quella di fiscalizzare i contributi, esonerando quindi le imprese dal loro pagamento e caricando sulla fiscalità generale (ovvero sulle tasse pagate da tutti i cittadini) i "contributi figurativi" mancanti. È una strada percorsa con grande generosità in passato, ma è profondamente contraria a due principi fondamentali che sono stati introdotti con fatica nel nostro ordinamento pensionistico: la separazione tra previdenza e assistenza, e l’equità tra quanto si versa all’Inps e quanto si riceverà come pensione.
I due principi sono una delle eredità più importanti del decennio di riforme 1992-2002, di cui proprio il Governo di centrosinistra uscito vincitore dalle elezioni del 1996 fu un fautore. Ci auguriamo che Prodi non voglia metterli in discussione. Innanzitutto, da un punto di vista dell’equità. È giusto chiedere alla generalità dei cittadini – quindi per esempio, ai lavoratori precari, ai pensionati, alle famiglie monoreddito e così via – di aiutare le imprese a pagare una parte delle retribuzioni dei lavoratori? Ma anche da un punto di vista della distorsione che introdurrebbe nel mercato, a favore o contro particolari forme di lavoro.
Da questo punto di vista, anche la proposta di Tito Boeri e Pietro Garibaldi lascia perplessi. Anche per limitare l’impatto sul bilancio pubblico, Boeri e Garibaldi propongono che la decontribuzione venga circoscritta ai soli lavoratori con bassi salari, che sono a forte rischio di ricadere nella platea dei beneficiari delle sole pensioni minime. Per questi lavoratori, assistenza e previdenza già sono mescolate tra loro, e i principi della riforma Amato non verrebbero, per così dire, traditi. Limitare la decontribuzione ai salari più bassi introdurrebbe però una distorsione paradossale nel mercato del lavoro. Si verrebbe a creare un incentivo per le imprese a ricorrere (in maggior misura) a forme di lavoro poco qualificato, ovvero si "sponsorizzerebbe" una specializzazione produttiva dell’economia italiana proprio nei settori a minor valore aggiunto. E non ci sembra una buona strategia di sviluppo spingere le imprese a fare concorrenza ai produttori asiatici sul loro stesso terreno

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