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  • 19/01/2007 Quando la redistribuzione passa per l'addizionale (Massimo Bordignon, http://www.lavoce.info)

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    Con l’approvazione della legge Finanziaria per il 2007, sono entrate in vigore le nuove regole finanziarie previste per Regioni e enti locali. Tra queste, accanto a criteri più ristrettivi sui saldi di bilancio e a una sostanziale riduzione dei trasferimenti erariali, c’è la possibilità per gli enti locali di rimettere in moto la propria autonomia tributaria sulle addizionali Irpef e Irap, rimasta bloccata dal 2003 a seguito di un intervento d’imperio deciso dal governo di allora (LINK Ambrosanio e Bordignon). Di più, il gioco complesso della rimodulazione degli scaglioni e della sostituzione delle deduzioni dall’imponibile con detrazioni dalle imposte sui redditi personali, deciso con la stessa legge Finanziaria, ha determinato "naturalmente" un incremento delle addizionali regionali e locali sull’Irpef: le detrazioni dall’imposta erariale non riducono la base di calcolo per l’addizionale, mentre le deduzioni sì.

    L’effetto "addizionale"

    Ciò ha generato un aggravio dell’imposizione fiscale sui redditi personali, che in qualche caso, per il combinato disposto dell’incremento automatico dell’addizionale e degli aumenti delle aliquote autonomamente decisi da Regioni e comuni, ha condotto a una totale eliminazione dei vantaggi fiscali decisi in Finanziaria per i redditi di fascia bassa. (1)
    L’addizionale Irpef locale è appunto un’addizionale, non una sovrimposta, e in quanto tale non può essere discriminata più di tanto per scaglioni di reddito, nonostante la possibilità di introdurre qualche soglia esente.
    Esemplare il caso di Bologna, dove il sindaco, ex segretario della Cgil, è sotto attacco da parte della sua stessa ex organizzazione per aver deciso, in alternativa all’incremento dell’Ici, un aumento dell’addizionale Irpef.
    L’argomento dei critici, implicito o esplicito, è che in questo modo si determina un intervento distributivo in senso contrario all’azione redistributiva decisa dal governo con la rimodulazione delle aliquote, degli scaglioni e delle detrazioni dell’Irpef, interventi strenuamente difesi dai sindacati e da componenti della stessa maggioranza (il famoso "che piangano anche i ricchi").

    Quali strumenti per la redistribuzione

    Questo argomento non è però corretto, o quanto meno dovrebbe essere pesantemente qualificato. Deriva da un doppio assunto, non si sa quanto dovuto a un pregiudizio ideologico o a una scarsa conoscenza dei fatti, così riassumibile: 1) la redistribuzione si attua e si misura solo sul lato del prelievo, e non su quello della spesa; 2) la redistribuzione si attua e si misura solo con riferimento all’Irpef. Entrambi gli assunti sono palesemente infondati.
    In particolare, come strumento distributivo, l’Irpef è fortemente limitata da due considerazioni. In primo luogo, e ovviamente, azioni redistributive attuate tramite l’Irpef non possono avvantaggiare chi l’Iperf non la paga perché troppo povero, i famosi incapienti. Si tratta di circa il 20 per cento della popolazione dei contribuenti con un imponibile positivo. In secondo luogo, lungi dall’essere basata su una definizione onnicomprensiva dei redditi, la base imponibile dell’Irpef è composta solo da una loro parte assai limitata, per oltre il 75 per cento redditi da lavoro dipendente o assimilati. Molti redditi sono legalmente esclusi dalla base imponibile dell’Irpef (tutti i redditi da capitale) o assoggettati a una tassazione volutamente bassa (tutti i redditi catastalizzati). Oppure, notoriamente, evasi o elusi. Inoltre, al di là delle correzioni introdotte dalle detrazioni per carichi familiari, l’Irpef è basata su un’imposizione di tipo individuale, che non consente di capire qual è la effettiva situazione economica del percettore di quei redditi. Per spiegarsi meglio: anche se possiamo osservare il reddito per fini Irpef di un certo contribuente, non sappiamo se questo individuo, per esempio, possiede altri redditi non assoggettati a Irpef e quindi tassati ad aliquote più basse. Oppure è inserito in un nucleo familiare ricco o può contare su altri trasferimenti da parte di altri componenti familiari. Il "povero" contribuente Irpef potrebbe benissimo essere il figlio o il coniuge di un facoltoso altro contribuente, il quale magari a sua volta percepisce redditi in larga misura non soggetti a imposizione Irpef.
    Queste considerazioni dovrebbero indurre a qualche cautela nell’assegnare un peso eccessivo all’Irpef come strumento redistributivo. E, viceversa, a rivalutare la redistribuzione effettuata sul lato della spesa.
    Si dà appunto il caso che molte delle attività svolte dai comuni italiani abbiano un forte impatto redistributivo: circa il 20 per cento in media della spesa comunale è destinata al finanziamento di attività con finalità dichiaratamente sociali, ma ha un’impronta più o meno marcatamente redistributiva una larga parte di interventi dell’ente locale.
    Non solo, ma proprio alla luce delle precedenti considerazioni, nell’elargizione dei servizi, molti comuni italiani sono attenti all’effettiva condizione economica dei possibili beneficiari. Per esempio, è diffuso l’uso di indicatori, come l’Isee, che tengono conto di altri aspetti oltre al reddito per fini Irpef: in particolare, indicatori di bisogno e indicatori relativi alla ricchezza posseduta dal cittadino. Si può anche argomentare che è efficiente che la definizione della platea dei potenziali beneficiari avvenga a livello locale, e non sia svolta dallo Stato: il governo locale ha gli incentivi e le informazioni migliori per parametrizzare gli indicatori di bisogno alle condizioni locali.
    Prima di concludere che un aumento delle addizionali comunali Irpef conduce inevitabilmente a un impatto redistributivo negativo, bisogna quindi considerare quali spese questo incremento finanzia e quali alternative in termini di risorse erano a disposizione dello stesso comune. Un supplemento di istruttoria è come minimo necessario.

    (1) Si veda per esempio Il Sole 24 Ore del 17/1/2007.

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