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  • 05/03/2007 Addizionali senza alternative (Francesco R. Frieri, www.lavoce.info)

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    L’aumento dell’addizionale Irpef per i comuni è una via obbligata. E sicuramente è più idonea per il finanziamento delle spese correnti di quanto non lo siano quegli oneri di urbanizzazione ai quali si è fatto ricorso in questi anni di blocco della leva fiscale. Con il duplice effetto di incentivare un abuso del territorio e di rendere possibile il finanziamento della spesa corrente attraverso l’indebitamento.

    Le novità della Finanziaria

    Dopo il lungo dibattito sulla Legge finanziaria, l’attenzione si è spostata sulle manovre degli enti locali. In particolare, i comuni appaiono l’ultimo anello della catena di presidio istituzionale, e come tali, sopportano ora una notevole conflittualità attorno all’approvazione dei propri bilanci. Schematicamente, la Legge finanziaria ha introdotto queste novità:

    · Lo sblocco delle addizionali all’Irpef a discrezione dei comuni
    · La possibilità di elevare la quota di oneri di urbanizzazione a finanziamento della parte corrente dal 50 al 75 per cento
    · La rimozione del divieto di assunzioni
    · Un nuovo Patto di stabilità che apparentemente rispetta l’autonomia degli enti locali poiché si basa sul saldo fra entrate e uscite (non tutte). Le conseguenze di tale novità sono il generalizzato ricorso alla leva fiscale e il pressoché divieto di indebitamento
    · Alcune lievi ridotazioni di fondi finalizzati alla costruzione di asili, per la non autosufficienza, l’immigrazione, la famiglia e il fondo unico per lo spettacolo.

    Blocco delle addizionali, esternalizzazioni e privatizzazioni

    Dalla Finanziaria per il 2002 si sono susseguite norme tese a limitare la crescita della spesa in termini nominali degli enti locali. Il risultato è stato la creazione sistematica di gestioni separate di contabilità, grazie a esternalizzazioni e privatizzazioni, ottenute ad esempio facendo riscuotere la tariffa dei rifiuti al gestore e ponendo conseguentemente anche la spesa per il relativo servizio fuori dal bilancio comunale. Inoltre, dalla fine degli anni Novanta altre norme hanno tentato di frenare le assunzioni dirette da parte degli enti: l’effetto collaterale è stato un aumento del precariato in seno alla pubblica amministrazione o, di nuovo, una tendenza alle esternalizzazioni. Dopo alcuni anni si sono ovviamente esaurite le tecniche per eludere tali limiti, come l’elasticità della gestione dei bilanci dei comuni sempre più ridotta per ciò che riguarda la gestione ordinaria.
    È importante ricordare che gli enti locali sviluppano quasi il 75 per cento degli investimenti del paese, e li finanziano, prevalentemente, attraverso alienazioni patrimoniali, oneri di urbanizzazione e ricorso all’indebitamento. Le privatizzazioni a livello decentrato sono state dunque utilizzate sia per finanziare gli investimenti che per eludere il Patto di stabilità interno. Ma anche il ricorso all’indebitamento è cresciuto notevolmente negli ultimi anni, e il debito accumulato comporta costi a carico della fiscalità locale.

    Il finanziamento della spesa corrente con gli oneri di urbanizzazione

    Negli ultimi cinque anni, un importante margine di elasticità dei bilanci comunali riguarda l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione. Sono definibili come il corrispettivo pagato dal cittadino per il rilascio da parte del comune dell’autorizzazione a costruire. La contropartita a carico dell’ente è ovviamente la realizzazione di urbanizzazioni primarie e secondarie. Queste ultime sono di fatto investimenti, pertanto finanziabili anche con entrate da alienazioni patrimoniali o debito. Presto svelato il gioco: dal 2000 è permesso ai comuni di destinare il 50 per cento degli oneri di urbanizzazione a finanziare la parte corrente, per poi realizzare le urbanizzazioni, al cui finanziamento sarebbero istituzionalmente destinati, con alienazioni patrimoniali o con ricorso al debito. In altri termini, questo giro contabile rende possibile pagare gli stipendi del personale con debito o con vendite in misura tanto maggiore quanto più il piano regolatore consente di costruire. Gli ambientalisti farebbero bene a preoccuparsi del fatto che l’uso del territorio sia diventato l’unico margine di elasticità dei bilanci locali, a maggior ragione se si pensa che le costruzioni generano gettito Ici per le finanze comunali dall’anno successivo alla loro realizzazione. Ma la cosa più preoccupante è che, paragonando i comuni a famiglie, si può dire che essi si sono venduti i mobili per mangiare.

    Il quadro attuale: più imposte, più oneri o entrambi

    Il superamento del quadro normativo che ha determinato questi effetti, non poteva che implicare un massiccio ricorso alla fiscalità comunale. La cosa ha fatto inviperire le forze sociali, che solo dopo Natale hanno capito che al ridisegno dell’imposta sul reddito delle persone fisiche andavano aggiunte varie addizionali, in alcuni casi fino ad annullare i vantaggi della manovra nazionale. E ha suscitato molte critiche, dato lo scarso effetto redistributivo delle addizionali stesse.
    È una condizione generalizzabile a tutti i comuni italiani, escludendo i grandissimi e i piccolissimi, e deve essere ben chiaro che quelli che raccolgono le pressioni di sindacati e categorie per non aumentare il prelievo fiscale, non possono che utilizzare l’altro margine di elasticità disponibile: l’abuso degli oneri di urbanizzazione. Tuttavia, anche se non si ha a cuore la preservazione dell’ambiente, occorre rendersi conto che inevitabilmente la dipendenza da entrate una tantum a finanziamento di spese rigide e storiche, non potrà che portare, prima o poi, a un aumento della pressione fiscale o a maggiori trasferimenti dal centro. Poiché la seconda possibilità non pare attuale, chi non aumenta le tasse oggi, usa il territorio, dissesta il bilancio e, semplicemente, rimanda il problema.
    A sostegno della tesi illustrata consideriamo di seguito un campione di capoluoghi di provincia che non siano anche capoluoghi di Regione. Tutti i dati sono riferiti ai preventivi 2007. In giallo è rappresentata la percentuale degli oneri di urbanizzazione che viene destinata al finanziamento della spesa corrente, in verde l’aumento di tale percentuale previsto per il 2007. I valori si leggono da destra a sinistra: se la barra verde è a destra dello zero ciò indica una diminuzione della percentuale di oneri di urbanizzazione destinata al finanziamento della spesa corrente. In blu viene indicato il livello dell’aliquota ordinaria dell’Ici, in rosso l’aumento dell’aliquota dell’addizionale Irpef. Consideriamo ad esempio il caso di Modena: la quota di oneri di urbanizzazione destinata al finanziamento diminuisce del 15 per cento e si assesta sul 35 per cento, l’aliquota ordinaria dell’Ici è al 7 per mille, l’addizionale all’Irpef aumenta dello 0,3 per cento. Non tutte le misure descritte nel grafico sono state ancora definitivamente approvate.

     

    I dati rendono evidente come la dinamica sia generalizzabile, in città governate da coalizioni diverse e nonostante le diverse peculiarità territoriali e con l’unica eccezione di Brescia: le addizionali o gli oneri, o addirittura entrambi aumentano. L’Ici è un’imposta proporzionale rispetto al patrimonio, ma progressiva rispetto al reddito, almeno nel Centro-Nord. Tuttavia, il livello dell’aliquota ordinaria, che genera la maggior parte del gettito, è ormai quasi ovunque al suo limite massimo, superabile solo con la tassa di scopo. Ne consegue che restano solo le addizionali all’Irpef. Chi non le usa, nasconde solo i panni sporchi sotto l’armadio.

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