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  • 31/01/2011 Le tasse. L’ultimo tabù di Mr B. (http://www.ilfattoquotidiano.it)

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    Parlate di tutto. Di minorenni, bunga bunga, escort, amichette, veline e Olgettine. Ma per carità, non toccate le tasse. Non sia mai. Che poi gli elettori prendono paura e si disperdono a colpi di dichiarazioni sulla famigerata tassa patrimoniale. Non citate quelle sigle, che solo a sentirle vengono gli incubi a metà degli italiani. Irep, Irap, Ici, Ires, sono pronte ad apparire come Erinni vendicative nei sogni di un intero paese. Non svegliatele.

    Per bloccare sul nascere il salutare dibattito sulla fiscalità e il debito pubblico, lanciato dal Corriere della Sera nelle scorse settimane, Berlusconi si è preso la briga di scrivere una lettera al giornale. L’ha fatto con uno stile affettato, estraendo dal cilindro due carte che da tempo non gli vedevamo giocare: il dialogo con l’opposizione e il “nuovo” miracolo italiano che, a furia di invocarlo, diventa sempre più vecchio e stantio, come un disco impolverato.

    In sostanza l’appello accorato del premier dalle colonne del Corriere è molto semplice: le tasse non servono ad abbattere il debito, bisogna rilanciare l’economia italiana, far crescere il Pil. Bella scoperta. Nel rapporto debito/Pil – che in Italia è quasi arrivato al 120% – il prodotto interno lordo è a denominatore: se lo facciamo crescere il rapporto diminuisce. E’ matematico. Peccato che negli ultimi dieci anni il Pil in Italia sia cresciuto mediamente di uno striminzito 0,57%. Ora, facendo due calcoli, in otto anni su dieci lo stesso Berlusconi era primo ministro. E, in teoria, “il balzo liberalizzatore e riformatore”, che in Germania è stato innescato “paradossalmente” dal socialdemocratico Gerhard Schröder – come scrive B. nella sua lettera – avrebbe potuto innescarlo proprio lui, senza tanti paradossi.

    E invece no, non ce l’ha fatta. E ora invoca l’aiuto del socialdemocratico Bersani che, si sa, quando c’è da rimboccarsi le maniche non è uno che si tira indietro. Per lavorare fianco a fianco con il leader del Pd, “sensibile al tema delle liberalizzazioni”, B. è pronto anche a dimenticare le sue urla scomposte nel coro dei “moralisti un tanto al chilo”, quelle poche volte che Pier Lluigi ha detto qualcosa di sinistra.

    Peccato che Bersani abbia già risposto picche. Peccato, perché l’Italia potrebbe davvero ripartire, con un “grande piano bipartisan per la crescita”, che riesca anche a far emergere “la ricchezza privata nascosta”, quella che le statistiche ingenerose dell’Unione Europea non riescono ad intercettare. Alla fine l’unico messaggio chiaro della lettera è che sotto il suo governo, un’imposta patrimoniale che “impaurisce e paralizza” non si farà mai. Sarà forse costretto ad imporla un governo futuro, qualunque sia il suo colore politico. Magari dovrà approvarla in fretta e furia lo stesso Berlusconi per evitare il collasso. Ma sono cose che non si dicono. Non fanno bene al paese. E gli elettori, per una volta, potrebbero non gradire.

    31/01/2011 E ora tra i contribuenti si aggira lo spettro della patrimoniale (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    Da Giuliano Amato a Pellegrino Capaldo. Passando per Walter Veltroni. Extrema ratio contro l’esplosione del debito, la tassa patrimoniale non piace né a Berlusconi né a Bersani. Ma viene continuamente rilanciata. E mentre il Pd si divide, l’ipotesi di una gigantesca manovra di risanamento non è più esclusa

    Ufficialmente non la vuole (quasi) nessuno, eppure se ne continua a parlare con un’insistenza pressante, esagerata, probabilmente sospetta. Bocciata da Berlusconi così come da Bersani, la tassa patrimoniale torna al centro del dibattito economico e in fondo la cosa non sorprende. Un po’ perché, con le sue (teoricamente) enormi potenzialità risanatrici, evoca una possibile risoluzione al problema reale di un debito pubblico crescente. Un po’, al tempo stesso, perché nella sua aspra severità finisce per far sorgere il sospetto di una svolta contabile piena di amare sorprese. Ovvero un nuovo capitolo di ristrutturazione dei conti che sembra oggi decisamente più “dietro l’angolo” rispetto a qualsiasi apprezzabile prospettiva di crescita.

    Nel giorno in cui Silvio Berlusconi lancia un invito alla collaborazione al segretario del Pd Bersani senza, per altro, riuscire a convincere nessuno – “E’ un appello strumentale pensato per distogliere l’attenzione dalle gravissime vicende personali del premier” dichiara Stefano Fassina, responsabile nazionale dell’economia per il Partito Democratico raggiunto telefonicamente in tarda mattinata – riecco agitarsi le acque nel marasma della finanza pubblica nazionale. Fa un certo effetto, occorre dire da subito, osservare il risveglio (per quanto impastato di secondi fini) del governo dopo mesi di paralisi in cui Giulio Tremonti si è cortesemente eclissato e i martellanti attacchi alla magistratura, all’informazione e ai villeggianti monegaschi di Rue Princesse Charlotte hanno scandito quelle stesse aste obbligazionarie che hanno sancito, per chi ancora non l’avesse notato, la triste realtà di un sistema economico in piena crisi. Il debito cresce tanto in termini assoluti quanto in rapporto a un Pil stagnante e il suo costante rifinanziamento tende a costare sempre di più (i tassi accordati nell’ultima collocazione sono i più alti degli ultimi due anni).

    In una recente intervista al Corriere della Sera, Pellegrino Capaldo, ordinario di economia aziendale alla Sapienza, ha lanciato la sua controproposta. Una tassazione sulle rendite immobiliari da applicare in varie soluzioni. In pratica si tratterebbe di imporre un’aliquota sulla crescita del valore degli immobili che i proprietari hanno accumulato dal momento dell’acquisto. Un provvedimento che interesserebbe dal 5 al 20% del valore delle case e che potrebbe essere pagato, subito, in 3-4 anni, o a scadenza successiva (quando l’immobile verrà venduto, ad esempio). L’obiettivo, in sostanza, sarebbe quello di trasferire, de facto, circa la metà del debito pubblico – stimato attorno al 25% del valore degli immobili italiani – sulle spalle dei privati dimezzando tanto il disavanzo statale (toccando così la quota obiettivo del Patto di Stabilità, ovvero il 60% del Pil) quanto il deficit (da 80 a 40 miliardi di interessi pagati ogni anno dallo Stato). Ma anche questa proposta non convince i più.

    Dalle pagine del suo Chicago Blog, Oscar Giannino parla di “furto ai danni di tutti i cittadini”, un progetto che rischia di “estendere la classe dei più ricchi agli almeno 6 milioni di italiani che hanno uno stock patrimoniale pari ad almeno 100 mila euro: azzerandoglielo o meglio intaccandogli ben sotto la soglia della povertà il reddito disponibile annuale”. Una critica feroce che trova, però, importanti punti di raccordo con il diffuso rifiuto che si è da tempo imposto sul tema nel centrosinistra. Per Stefano Fassina la ristrutturazione dei conti italiani passa da altre strade (“incentivi alla crescita, recupero dell’evasione, veri e propri piani industriali per la pubblica amministrazione”), non certo attraverso un’imposta patrimoniale “iniqua che colpisce in misura sproporzionata anche i redditi medi e quelli bassi”. Un’interpretazione che sarebbe poi quella approvata all’unanimità dal Pd l’8 e 9 ottobre scorso a Varese quando il partito ha redatto il suo piano per la riforma del fisco. Ma il condizionale è ovviamente d’obbligo.

    A ricordarlo, implicitamente, è stato sabato scorso l’ex segretario Walter Veltroni dal pulpito torinese del Lingotto. La sua proposta – “istituire per il 10% più ricco della popolazione italiana un contributo straordinario per tre anni per far scendere il debito pubblico all’80 per cento” – crea una certa spaccatura nel partito ma inquadra anche un certo clima di fondo che, secondo alcuni, inizierebbe a diffondersi tra i Tremonti boys. E’ il sentimento colto in questi giorni dal quotidiano Milano Finanza secondo il quale “nelle retrovie dell’esecutivo” qualcuno starebbe “lavorando per mettere a punto una svolta in grado di dimezzare o quasi i 1.770 miliardi di debito pubblico”.

    Ammesso che la notizia possa essere confermata, non è detto che l’eventuale maxi stangata abbia la medesima forma ipotizzata dai “patrimonialisti”. Ma non è escluso, in ogni caso, che di fronte a contingenze sempre più pressanti il governo (attuale o successivo) possa optare prima o poi per il temuto binomio lacrime & sangue da far ingoiare ai contribuenti di fronte allo spettro di un’uscita del Paese dall’euro. Piano fiscale estremo o no, teme Fassina, “il governo avendo sovrastimato il recupero dell’evasione dovrà intervenire nuovamente nei prossimi mesi per raggiungere i suoi obiettivi di debito”. E l’avverbio, in questo caso, è del tutto appropriato. La pressione fiscale è cresciuta ancora nell’ultimo anno e le tariffe pubbliche hanno subito gli immancabili aumenti. Tra il 2009 e il 2010, nel frattempo, l’evasione fiscale rilevata è cresciuta del 46%.

    31/01/2011 Ocse: in Italia la pressione fiscale sale al 43,5 per cento del Pil (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    Il nostro Paese al terzo posto nella classifica delle tasse più alte. Diffusi anche i dati sulla disoccupazione giovanile: Italia penultima nell'area dell'Organizzazione con il 21,7 per cento di ragazzi senza lavoro

    Sale la pressione del fisco in Italia:  dal 43,3 per cento del 2008 al 43,5 per cento del 2009 del prodotto interno lordo. E’ quanto riferisce l’Ocse nelle stime preliminari relative all’anno scorso contenute in “Revenue Statistics”. L’Italia supera così il Belgio (che nel 2009 ha visto il peso del fisco diminuire al 43,2 per cento dal 44,2 per cento del 2008) e sale al terzo posto nella classifica dei Paesi dove maggiore è il peso delle entrate. Prima dell’Italia nel 2009 si collocano solo la Danimarca (48,2 per cento del pil) e la Svezia (46,4 per cento).

    Oltre a Danimarca, Svezia e Italia, i paesi Ocse che nel 2009 hanno registrato una pressione fiscale sopra il 40 per cento del pil sono Australia, Belgio, Finlandia, Francia e Norvegia. Il Messico con il 17,4 per cento e il Cile con il 18,2 per cento hanno registrato nel 2009 la più bassa pressione fiscale, seguiti da Stati Uniti (24 per cento) e Turchia (24,6 per cento). Mentre la maggior parte dei Paesi hanno visto una diminuzione della pressione tra 2008 e 2009, ce ne sono alcuni, come la stessa Italia, in cui il peso del fisco nell’anno è cresciuto. Gli incrementi più consistenti si registrano in Lussemburgo (dal 35,5 per cento del 2008 al 37,5 per cento del 2009) e in Svizzera (dal 29,1% al 30,3%).

    Diffusi anche i dati sul tasso di disoccupazione, che nell’area Ocse sale all’8,6% a ottobre, lo 0,1% in più rispetto a settembre. A essere colpiti continuano a essere soprattutto i giovani, che hanno il doppio delle possibilità di trovarsi senza lavoro rispetto alle altre fasce d’età. E per l’Italia non ci sono buone notizie in quanto a occupazione giovanile: penultima tra i Paesi Ocse, con il 21,7% fa meglio solo dell’Ungheria, ferma al 18,1%, ed è ben al di sotto della media dei Paesi membri, 40,2%.

    L’Ocse invita i governi ad occuparsi con urgenza del problema per scongiurare il rischio di “esclusione a lungo termine” per una larga parte delle nuove generazioni.  Dall’inizio della crisi, riporta lo studio, nell’area Ocse ci sono 3,5 milioni di giovani disoccupati in più, e almeno 16,7 milioni di ragazzi sono nel cosiddetto ‘gruppo Neet’, né educazione né lavoro. Ma la cosa più preoccupante, sottolinea l’organizzazione parigina, è che tra questi ultimi solo 6,7 milioni sono in cerca di un impiego, mentre gli altri 10 milioni hanno smesso di cercare, scoraggiati dalla situazione. In questo contesto, aggiunge lo studio, i governi devono impegnarsi al più presto a “lanciare programmi di intervento che forniscano un’efficace assistenza alla ricerca di lavoro per i diversi gruppi di giovani”, con particolare attenzione alle categorie più a rischio, come gli immigrati o i ragazzi privi di titolo di studio. Inoltre, l’Ocse consiglia di “rinforzare l’apprendistato e altre forme di training integrato per giovani con competenze di basso livello” e di “incoraggiare le aziende ad assumere i giovani, fornendo sussidi temporanei, in particolare per le piccole e medie imprese”.

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