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  • 26/09/2017 Ma la disoccupazione giovanile non è un inganno (Alessandro Rosina)

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    Chi contesta il tasso di disoccupazione giovanile conclude anche che il problema vero è la fascia 25-34 anni. Su cui dovrebbero concentrarsi le politiche pubbliche. La questione però non è anagrafica, riguarda invece alcuni passaggi cruciali.

    Cosa dice veramente il tasso di disoccupazione

    Il tasso di disoccupazione giovanile suscita grande preoccupazione, ma viene messo in discussione da alcuni osservatori ed esperti. Le critiche sono fatte proprie e sviluppate in un recente libro dal titolo L’inganno generazionale, scritto da Alessandra del Boca e Antonietta Mundo.

    Vi si afferma che il tasso di disoccupazione calcolato per gli under 25 porta a risultati gonfiati e che il modo corretto per valutare la dimensione del fenomeno è il rapporto tra disoccupati e totale delle persone in età 15-24. Le due autrici arrivano poi a concludere che il problema vero non sta negli under 25 ma nella fascia 25-34 ed è su questi che va concentrata l’azione politica.

    Ma è davvero così? Due questioni si pongono, una di metodo (quanto è corretto l’indicatore?) e una di merito (qual è l’effettiva condizione dei giovani rispetto al lavoro?). Sono due questioni molto rilevanti perché sono connesse sia alla comunicazione (qual è il contenuto informativo dell’indicatore che l’Istat fornisce?) che alle politiche (quanto è importate investire in misure a favore degli under 25?).

    Partiamo dalla questione metodologica. Per chiarirne i termini supponiamo che su 10 giovani valga la seguente situazione: 2 lavorano, 1 cerca lavoro ma non lo trova, 1 non lavora e non lo cerca per vari motivi, mentre 5 sono studenti. Abbiamo quindi 3 persone con disponibilità attiva a lavorare (“forza lavoro”). Il tasso di disoccupazione si concentra su queste persone e va a calcolare la quota di chi non trova collocazione (pari a 1 su 3 nell’esempio numerico).

    Un indicatore che ha lo stesso numeratore del “tasso di disoccupazione” (“rate” in inglese) ma mette al denominatore tutti i giovani, è il “rapporto di disoccupazione” (“ratio” in inglese). Nell’esempio numerico il valore è pari a 1 su 10. L’errore che fanno spesso i media italiani è prendere il valore del tasso (“rate”) e interpretarlo come rapporto (“ratio”), affermando così che un giovane su tre è disoccupato.

    In generale, nel confronto tra paesi sono d’aiuto le convenzioni e la possibilità di affiancare vari indicatori. Il tasso di disoccupazione giovanile è senz’altro imperfetto, ma più che sminuirne la portata e contestare le soglie d’età, va migliorato il suo utilizzo ed esteso il confronto. Ad esempio fornendo – come Istat e Eurostat fanno – sia “rate” che “ratio” e sia 15-24 che 25-34 come fasce d’età. In ogni caso, il problema della disoccupazione dei giovani italiani rimane.

    Ma quanti sono i giovani che lavorano?

    Passiamo allora alla questione di merito. Se 1 su 3 sembra tanto, 1 su 10 preoccupa molto meno Prendiamo allora altri punti di riferimento per capire se abbiamo o meno problemi in Italia nel rendere attivi i giovani. Ad esempio, il tasso di occupazione è molto facile da interpretare perché mette al numeratore chi ha un lavoro retribuito e al denominatore tutti i giovani. Per l’Italia, i dati Eurostat più recenti (primo quadrimestre 2017) ci dicono che nella fascia 15-24 gli occupati sono il 16,2 per cento, circa la metà rispetto al resto alla media UE-28 (33,4 per cento). Se quindi il discusso tasso di disoccupazione risulta eccessivamente alto, passando a quello di occupazione la situazione non diventa più rosea (peggio di noi fa solo la Grecia). La conclusione rimane la stessa (al di là delle questioni metodologiche): siamo il paese meno capace di attivare in modo formale le nuove generazioni.

    Lo stesso esito si ottiene se si usa l’indicatore che l’Unione europea considera il più adatto per misurare quanto un paese spreca il potenziale delle nuove generazioni, ovvero il tasso di Neet (acronimo che indica i giovani che non studiano e non lavorano). L’indicatore è costruito come il rapporto di disoccupazione (ratio), mettendo quindi al denominatore tutti i giovani, ma ponendo al numeratore oltre ai disoccupati anche tutti gli altri giovani che finiti gli studi sono rimasti, per vari motivi, inoperosi (compresi gli scoraggiati). Ebbene, il nostro tasso di Neet nella fascia 15-24 è uno dei peggiori in Europa.

    Perché occuparci degli under 25?

    Chi contesta il tasso di disoccupazione giovanile arriva a concludere che il problema vero non sono gli under 25, ma la fascia 25-34. Secondo Del Boca e Mundo, tra gli altri, è su questa fascia che le politiche dovrebbero concentrarsi, visto che in fondo un disoccupato ventenne non è poi un problema così drammatico, mentre per un trentenne la disoccupazione ha ricadute molto più gravi.

    Cosa non va di questo ragionamento? Proviamo a rispondere in tre punti.

    Primo: perché mettere “giovani” in senso stretto (15-24enni) contro “giovani-adulti” (25-34enni)? Perché non riconoscere le specificità di ciascuna categoria su cui intervenire? Altrimenti, ci sarà chi dirà che la disoccupazione è ancora più grave a 40 che a 30 anni, che la povertà di un 65enne è peggiore rispetto a quella di un 35enne e così via.

    Secondo: supponiamo pure che gli under 25 non ci interessino, le analisi ci dicono comunque che i contesti con alti tassi di inattività involontaria prima dei 25 anni presentano anche alti tassi di disoccupazione degli over 25.

    Terzo: se anziché leggere le fasce d’età in senso statico, si guardano alle fasi della vita in modo dinamico, si scopre che per ridurre la disoccupazione degli over 25 è necessario rafforzare le condizioni (la transizione scuola-lavoro) tra i 15 e i 24 anni.

    Più che le soglie anagrafiche contano, infatti, i passaggi nelle varie fasi della vita. Su questi dovrebbero agire le politiche pubbliche: snodo delle scelte formative, snodo della transizione scuola-lavoro, snodo scelte di vita (autonomia e formazione di una propria famiglia) che possono essere vissute a età diverse.

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