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  • 24/12/03 Libia, l'effetto Domino e la Rinuncia di Gheddafi (Giovanni Bernardi)

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    Il presidente libico Muammar Gheddafi ha dichiarato che intende firmare il protocollo aggiuntivo al Trattato di non proliferazione nucleare. Una sua missione si è anche recata a Vienna per dare concretezza alla dichiarazione. Il responsabile delle ispezioni, Mohammed ElBaradei, ha già fatto sapere che sarà a Tripoli tra breve. La dichiarazione di Gheddafi, ultimo atto di un negoziato che ha avuto una durata di circa nove mesi, è il naturale sbocco di un atteggiamento che aveva portato già da tempo i servizi segreti libili a collaborare con quelli britannici e americani. Scenario di fondo: lotta dell'Occidente contro il terrorismo, guerra all'Iraq e dopoguerra con cattura di Saddam Hussein. La stessa cattura non ha certamente avuto alcun effetto sulla decisione di Gheddafi di rilasciare la dichiarazione. Il suo atteggiamento era chiaro già da quando decise di indennizzare i parenti delle vittime del volo Pan Am 103 che esplose a Lockerbie a causa di un attentato attribuito ai libici. Una serie di incontri tra servizi di sicurezza ha poi convinto USA e UK delle sue intenzioni. Il colonnello ha anche affermato di rinunciare al programma di realizzazioni di armi chimiche e biologiche e ha invitato altri Paesi a fare altrettanto. Non solo, ha anche reso nota la propria decisione di limitare la gittata dei propri missili a 300 chilometri. Il commento di soddisfazione di Israele (sarà fuori gittata) non si è fatto attendere. Da parte sua, il presidente egiziano Hosni Mubarak guida il gruppo di Paesi arabi che si sono felicitati per la decisione del Colonnello.

    Sembra che l'effetto domino, auspicato al tempo dell'attacco americano all'Iraq, si sta concretizzando, forse in modo più rapido ed efficace di quanto gli stessi americani sperassero. L'Iran ha firmato il Protocollo aggiuntivo e sta evidenziando un atteggiamento di collaborazione con gli USA, anche in virtù dell'appoggio dato a Shiiti e Curdi e della certezza di avere influenza sul prossimo governo iracheno. Il presidente siriano Bashar Al Assad ha un atteggiamento meno antiamericano e più possibilista di quanto appaia, tanto da fare parlare di una missione trilaterale da parte di Francia, Germania e Regno Unito a Damasco che dovrebbe avere lo stesso scopo di quella condotta con successo a Teheran di recente.

    I segni del mutato atteggiamento della Siria sono dati dall'impressione che si stia preparando a collaborare con la coalizione occidentale fornendo informazioni alla intelligence, facendo rigidi controlli alle frontiere ed estradando persone sospettate di crimini in Iraq. La Siria è l'ultimo di un elenco di dodici Paesi arabi e mediterranei a dover firmare un "Accordo di associazione" con l'Unione Europea; non ha programmi nucleari ma sono noti ai servizi occidentali i suoi programmi missilistici in funzione anti Israele e quelli biologici e chimici. La visita dei ministri degli Esteri Jack Straw (Regno Unito), Dominique de Villepin (Francia) e Joschka Fischer (Germania) potrebbe avere come risultato la rinuncia ai programmi WMD (Weapons of Mass Destruction - armi di distruzione di massa).

    Anche il Pakistan, ufficialmente alleato con gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo ma con parte dei servizi che ancora sembra che appoggino Al Qaeda, all'improvviso ha "scoperto" che alcune tecnologie idonee alla realizzazione di armi nucleari possano essere state trasferite a Iran e Libia. Per questo il presidente Musharraf ha ordinato una inchiesta che finora sembra abbia individuato in uno scienziato il colpevole. La cosa è naturalmente risibile perché non si capisce come delle tecnologie sofisticate possano essere trasferite da uno Stato a un altro senza che il Governo del primo ne sia informato. Ma questo fatto appartiene alla categoria delle bugie della diplomazia e della politica che potremmo chiamare "di Pulcinella": tutti sanno che sono bugie ma tutti ci credono. L'importante è che il Pakistan abbia ammesso di avere trasferito tecnologia nucleare all'Iran e alla Libia (con significativi risultati per l'Iran e quasi nessuno per la Libia).

    Anche la Corea del Nord ha dato dei segnali di possibilismo diplomatico, anche in virtù della mediazione della Cina che ha tutto l'interesse a collaborare con gli Stati Uniti, non perché li ami ma semplicemente perché fa comodo in vista di una egemonia politico-militare in Asia sud orientale. Quasi dimenticato dalle cronache dei grandi media, il Sudan (uno degli stati canaglia indicati a suo tempo da Powell) si è messo in carreggiata e ha avviato negoziati con i cosiddetti ribelli del sud.

    Con l'Iraq di Saddam neutralizzato, l'Iran che accetta le ispezioni agli impianti nucleari di cui aveva sempre negato l'esistenza, il Sudan messo in carreggiata e collaborativo anche grazie a promessi aiuti USA, la Libia che rinuncia alle WMD, la Siria che potrebbe farlo tra non molto, la Corea del Nord che ha capito l'aria che tira, si può affermare che l'effetto domino c'è stato e che il deciso intervento militare americano prima in Afghanistan poi in Iraq è riuscito a combattere il terrore con il terrore, anche se di tipo occidentale e supportato dalla azione diplomatica.

    La lotta al terrorismo non è finita: i capitali che la alimentano non arrivano solo da Stati ma anche da altre organizzazioni che operano fuori dell'ambito delle leggi internazionali. Ma almeno questi ultimi eventi fanno ritenere che i rubinetti degli Stati stiano per chiudersi. Questo sarà un duro colpo per il Terrore internazionale che dovrà fare conto solo su una parte delle risorse finanziarie. E allora le dovrà misurare bene prima di impiegarle. Forse cominceranno anche a mancare i soldi per pagare le famiglie di quelli che portano a compimento attacchi suicidi. Forse in virtù dell'effetto domino e della mancanza di fondi si potrà avviare a soluzione anche la questione palestinese. Ma - sempre preceduto da un forse - dovrà prima uscire di scena Arafat. Anche per lui il mondo cambia.


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