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  • 10/11/2006  Il trucchetto di un mondo che sa solo commuoversi (Redazione, http://www.korazym.org)

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    I corpi delle vittime di Beit Hanun sbattuti in prima pagina. Una scelta per sensibilizzare? Oppure sentimentalismo a buon mercato per un mondo che non sa più passare dall'emozione all'azione? Un'analisi...

    La strage di Beit Hanun è l’ennesimo episodio di sangue della Terra Santa. “Un errore tecnico dell'artiglieria", ha spiegato il primo ministro Israeliano Ehud Olmert. “Errore” che ha lasciato sul campo 18 civili palestinesi, tra cui donne e bambini, morti schiacciati sotto le macerie delle loro case. E mentre cresce lo sgomento per una pace che sembra ogni giorno più lontana, si rafforza la convinzione che al di là della politica, a perdere sia in definitiva la stessa dignità umana. Una convinzione sempre più difficile da sostenere, perché in Terra Santa quando qualcuno muore, deve ormai fare i conti con l’ideologia, le strumentalizzazioni e un sensazionalismo, alimentato molto spesso dai media internazionali.

    Nemmeno le piccole vittime di Beit Hanun sono state risparmiate, per essere sbattute in prima pagina dei quotidiani internazionali, compreso l’italiano Corriere della Sera che ha pubblicato a cinque colonne una foto sconvolgente. In primo piano, il corpo di una donna, con il viso segnato dal pallore della morte. Vicino a lei, i corpi dei suoi figli: un bambino di pochi mesi con un sorriso accennato e una bimba di 6-7 anni con il volto sporco di sangue. Sembra che dormano, ma in realtà sono sul ripiano di un obitorio. Morti. L’assurdità della violenza si incarna così nelle storie di persone con un nome e un cognome, colpevoli solo di essersi trovati in casa al momento sbagliato.

    La morte in prima pagina, però, serve davvero a qualcosa? Si tratta di una scelta squisitamente editoriale che può essere apprezzata o meno, ma che è senza dubbio scorretta sul piano deontologico. A ricordarlo sono le tante carte di impegni sottoscritte nel corso degli anni dai giornalisti italiani, a cominciare dalla Carta di Treviso del 1990 che impegna a tutelare in ogni caso (a maggior ragione quando ci sono episodi di morte) la persona del minore. La più esplicita è forse la Carta dei doveri del 1993 che tra i principi della professione include anche un obbligo: quello di non “pubblicare immagini o fotografie particolarmente raccapriccianti di soggetti coinvolti in fatti di cronaca, o comunque lesive della dignità della persona”. Al tempo stesso, il giornalista, non “deve soffermarsi sui dettagli di violenza o di brutalità, a meno che non prevalgano preminenti motivi di interesse sociale”.

     


    La morte in prima pagina. Corriere della Sera, giovedì 9 novembre

    Si dirà che anche mostrare i cadaveri dei bambini è un modo per perseguire un interesse sociale, sensibilizzando l’opinione pubblica sulle contraddizioni della guerra e creare i presupposti per un coinvolgimento della comunità internazionale, partendo dal presupposto che nella storia del ‘900 le immagini hanno svolto un ruolo importante: dai campi di sterminio nazisti alla bambina nuda in fuga dai bombardamenti in Vietnam, passando per la strage del mercato di Sarajevo.

    Tuttavia, affrontare la sfida della sensibilizzazione su questo terreno è rischioso, perché se si innesca la dinamica che porta ognuno a mostrare i propri morti, nel circo delle opinioni, peseranno sempre di più le categorie di giudizio, per non dire le classifiche. Il vero problema è che la morte mediatica si rivela come un trucco a buon mercato per ottenere risultati difficilmente raggiungibili per altre strade: l’ingrediente pietistico ideale, per una società che non sa più agire. Qualche anno fa, il sociologo Luc Boltanski, nel suo “Lo spettacolo del dolore”, descrisse bene le reazioni umane di fronte ad un episodio tragico, riducendo il ragionamento a due paradigmi possibili: quello dell’indignazione che scuote le persone e le porta a manifestare il proprio stato d’animo in una denuncia e quindi in un’azione (politica, sociale, ecc..). Oppure, quello dell’intenerimento, proprio di coloro che magari vedono il bambino morto in TV, si commuovono e riducono tutto al sentimento, o meglio al sentimentalismo. È la logica sublimata dalle carrambate o dai reality, che applicata al giornalismo, mette da parte l’approfondimento e l’analisi cruda degli eventi e delle loro cause (e quindi anche delle possibili risposte collettive e individuali), ripiegando sull’emozione. Come se leggere su un giornale della strage di 18 civili non fosse sufficiente a rendere l’idea di quanto successo e a suscitare una reazione. Senza foto e particolari crudi, paradossalmente, è diventato un problema credere.

    Peccato che la commozione non richieda un corpo da guardare, ma soltanto un cuore e una mente che sappiano aprirsi alle ragioni e ai problemi dell’altro. Con le loro scelte, il Corriere e gli altri giornali lo hanno totalmente dimenticato.


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