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  • 28/12/2006 Saddam, il tirannicidio inutile (Neri Santorini, http://www.altrenotizie.org)

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    I caduti della guerra in Iraq hanno superato i morti dell’11 settembre ma c’è ancora un morto che entrerà in questo triste novero: Saddam Hussein. Nonostante gli appelli per un atto di clemenza che nelle scorse settimane erano partiti da tutto il mondo (con l’esclusione dei governi americano e britannico) e che ieri hanno visto anche l’Italia farsi parte attiva perché la pena capitale venga tramutata in una condanna all’ergastolo, pare proprio non esista modo per bloccare l’impiccagione. Il presidente della Repubblica, il curdo Jalal Talabani, si è detto contrario alla pena di morte ma è già accaduto- ed accadrà anche questa volta - che abbia delegato la firma di convalida di un’esecuzione capitale a uno dei due vice presidenti. A confermare la serenità del verdetto c’è poi la dichiarazione di un portavoce della corte d’appello, Rahed Juhi: “Il sistema giudiziario garantirà che Saddam Hussein venga giustiziato anche se Talabani e i due vice presidenti non dovessero ratificare la decisione”. Giustizia dev’essere fatta a ogni costo, insomma, e poco conta se per questo verranno calpestate tutte le regole del diritto, anche quelle appena stabilite.

    Durante il processo, Saddam Hussein aveva risposto orgoglioso alla corte che “ogni presidente ha il diritto di difendere la propria incolumità, e quello era stato un attacco al presidente dell’Iraq”. La Corte d’Appello ha risposto a queste affermazioni confermando la condanna all’unanimità. In questi giorni pare siano stati molte centinaia gli iracheni che si sono offerti come boia. Un consigliere del primo ministro Nouri al Maliki ha raccontato di uno sciita che lo ha chiamato da Londra, dove era fuggito molti anni fa e ha finito con fare fortuna: “Per favore, fate che io possa azionare la leva di quella botola, sono pronto a lasciare tutto e a tornare a Baghdad”. Saddam gli aveva fatto uccidere un fratello. Sembra che per designare il boia si dovrà fare ricorso a un’estrazione a sorte.Come un regnante deposto da una nuova e peggior dittatura, l’ex rais ha scritto ieri al suo popolo chiedendo “l’unità davanti ai nemici del Paese”. “'Mi sacrifico – scrive - se Dio vuole ordinerà di pormi accanto ai martiri, ai veri uomini”. Si tratta di un testamento spirituale, scritto in realtà alcune settimane fa, ma che diventa particolarmente attuale poiché l’esecuzione è ormai davvero imminente, anche se potrebbe essere ritardata, per ironia della sorte, dalla festa islamica “del Sacrificio”, che inizierà sabato. Secondo quanto ha fatto sapere il ministro della giustizia Hashem al Shibli occorrerà infatti ancora “un po’ di tempo” perchè Saddam vada al patibolo. “Il decreto della Corte deve essere trasmesso alla presidenza. Il decreto presidenziale firmato sarà poi inviato alla prigione che dovrà applicare la sentenza” entro 30 giorni da oggi, ha detto Shibli. L’unico ritardo potrebbe riguardare l'Eid El Adha, la festa del Sacrificio, che dura tre giorni e celebra l’inizio del pellegrinaggio islamico a Mecca. Le parole di Shibli sono state in Iraq l’unico commento ufficiale alla conferma della condanna. Il governo ha infatti mantenuto il silenzio, così come il premier Nuri al Maliki, che tempo fa aveva auspicato l’esecuzione entro la fine dell'anno. Nessun commento anche alla lettera di Saddam che esorta il popolo a restare unito “di fronte ai nemici”, vale a dire “gli invasori e i persiani...che tentano di seminare l’odio tra di voi”.

    Ben diversa è invece l’atmosfera nelle strade del Paese. Già ieri, dopo che la Corte d’appello ha reso nota la sua decisione, nella capitale sono stati sparati numerosi colpi di mortaio, da un quartiere all’altro, ben più del solito. Allo stesso tempo si sono diffuse una serie di voci incontrollate secondo cui i sostenitori di Saddam si preparerebbero a rapire almeno 2000 persone vicine agli alti funzionari dello Stato, che saranno uccise tutte insieme non appena sarà data la notizia dell’avvenuta esecuzione. Mentre molti deputati definiscono l’impiccagione di Saddam come “un punto di svolta nella storia del Paese”, la soddisfazione, se non l’esplicita felicità, ma pure il timore di una ulteriore impennata della violenza, domina gran parte dei discorsi nelle piazze di Baghdad, o delle altre maggiori città, come riferisce la stampa locale. A Tikrit, città natale dell’ ex rais, Nasim Jaber, un insegnate di 51 anni affermava oggi che “la decisione di impiccare l’ex presidente non rappresenta il volere del saggio uomo in America, ma bensì quello degli iraniani, la cui storia è scritta nell’odio per gli arabi”. Sardar Mohammed Hassan, 25 anni, studente di giurisprudenza, contesta invece la “fretta”: “Se la sentenza verrà eseguita - ha detto ad un quotidiano locale - prevarrà l’ingiustizia nei confronti delle vittime degli altri casi che sono ancora in corso (come quello per il genocidio dei curdi) o che devono essere ancora portati in tribunale. Solo dopo la conclusione di tutte le vicende giudiziarie si dovrebbe procedere con l’impiccagione, in modo che tutti coloro che hanno sofferto a causa di Saddam possano finalmente sentirsi vendicati”.

    In un paese allo sbando, dove lo Stato non controlla il territorio, i cittadini muoiono a decine in attentati a cadenza quotidiana e le truppe anglo-americane assistono all’incipiente guerra civile, il primo vero atto di sovranità del governo iracheno sarà dunque l’esecuzione della condanna a morte di Saddam. Nel sinistro contro alla rovescia avviato ieri e contro cui è si è levata la voce del mondo occidentale civile, non è inscritta solo una violazione dei diritti umani, sebbene a scapito di un tiranno responsabile di efferate persecuzioni verso il suo popolo, ma anche l’ennesima conferma del disastro americano in Iraq.

    La condanna di Saddam è infatti prima di tutto la vendetta della maggioranza sciita sull’ex dittatore sunnita, come dimostra peraltro lo scontro ai vertici delle stesse istituzioni irachene tra il premier Nouri al-Maliki (sciita) e il presidente Jalal Talabani (curdo, ma contrario all'esecuzione). Prima ancora che materia per le diplomazie occidentali e per Amnesty International, la fine di Saddam - ostaggio e vittima di quel puzzle di etnie e confessioni che per un quarto di secolo l’ex rais aveva tenuto insieme sotto un tallone di ferro - dovrebbe zittire una volta di più quei think tank neoconservatori che hanno teorizzato l’esportazione della democrazia in Iraq, salvo non sapere da dove l’opera potesse avere inizio; per i bravi manualisti che hanno ingolfato libri, giornali e riviste sulle virtù del nation building, salvo ritrovarsi a fare i conti con una nazione inesistente e impossibile, la cui unica occasione di palingenesi è il tirannicidio, in quanto cruenta vendetta di una parte sull’altra. L'unico merito storico acquisito in Iraq dai teorici della guerra preventiva è aver capovolto von Clausewitz, trasformando la politica in prosecuzione della guerra. E il tirannicidio non fa altro che confermare il disastro irakeno firmato dagli Usa e dai suoi sodali. Come quel Tony Blair che ancora ieri inneggiava a valori universali da difendere da parte di un Occidente che crede “nella tolleranza religiosa, nell'essere aperti agli altri, nella democrazia, nella libertà e nei diritti umani garantiti da tribunali laici” e che si dice consapevole “che non si può sconfiggere un’ideologia fanatica imprigionando o uccidendo i suoi leader: bisogna sconfiggerne le idee”. Saddam andrà comunque a morte mentre Bush non mostra cedimento, pronto ad inviare nuove truppe. Alla fine, i caduti in Iraq saranno troppi rispetto ai morti dell’11 settembre.

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  • 30/12/2006 Archivio Saddam Hussein

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