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  • 31/12/2006 Saddam, e Bush? (Fabrizio Casari, http://www.altrenotizie.org)

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    Pare che Bush dormisse mentre il raìs iracheno moriva. L’amico di un tempo, promosso a tiranno da nuovi equilibri, deve avergli dato l’ultima seccatura, svegliandolo nel cuore della notte. L’uno, il rais, un tempo alleato poi promosso a tiranno, scalciava nella botola del nuovo Iraq. L’altro, il tiranno di oggi e amico di un tempo, sbadigliava, costretto ad una alzataccia. Le ultime parole del rais assunto a vittima devono averlo rassicurato: non parlavano della famiglia reale statunitense, la dinastia Bush. Parlavano dell’Iraq. Non citavano il Brent o l’indice Dow Jones, stringevano il Corano. Pronto, il tiranno di oggi e l’amico di un tempo, sonnolento quanto gaudente, ha definito l’uscita di scena del nemico di oggi “un atto di giustizia”. Di più, “una pietra miliare nella costruzione della democrazia”. Ma Saddam l’ha battuto sul tempo ancora una volta: ha incitato gli iracheni all’unità contro gli invasori, prima ancora che il dormiente texano potesse proclamare la sua vittoria in Iraq. Il rais è morto da presidente, il texano ha parlato da proconsole.

    La morte di Saddam annuncia una vittoria che non ci sarà mai. Al suo posto, la vendetta. Tremila morti e sessantamila feriti dopo la proclamazione della “guerra terrore”, dall’Afghanistan all’Iraq proprio il terrore abita pervicacemente ovunque ci sia l’inquilino non gradito, il marines “liberatore”. Appare evidente come l’uccisione di Saddam possa apparire l’atto di nascita di una democrazia per un paese che, appese ad una forca o fritte su una sedia elettrica, è abituato a sistemare tutte le sue contraddizioni. Dichiara la morte degli incompatibili per coprire il marcio di un sistema che, come un virus inarrestabile, mentre espone il mondo all’orrore dei tempi sbagliati dell’unilateralismo a stelle e strisce, consuma l’ultimo margine di credibilità e di leadership di una potenza ormai, più che inutile, dannosa.

    Saddam aveva scelto di non recitare la parte che la Casa Bianca aveva previsto. Ha scelto di sottrarsi ad un destino modello Noriega (il generale panamense un tempo alleato, poi arcinemico degli Usa arrestato a seguito dell’invasione di Panama, detenuto a Miami e condannato all’ergastolo ndr). Invece di tacere ha deciso di parlare; piuttosto che ammettere le sue colpe ha messo in discussione la legittimità della Corte che lo giudicava e le vergogna delle procedure dibattimentali. Come già avvenuto con Milosevic, le farse processuali a scopo formale si sono dimenate nel deserto del diritto, proprio nello stesso tempo in cui Washington rifiuta la costituzione del Tribunale Penale Internazionale. Anzi, coerentemente almeno in questo, rifiuta un possibile Tribunale Internazionale per i crimini di guerra proprio perché, se vi fosse, non potrebbero esistere quelli ordinati a la carte, come Casa Bianca chiede. E mette nero su bianco nelle sue leggi che nessun cittadino americano, militare o civile che sia, potrà mai essere giudicato da una Corte non statunitense, certificando una superiorità giuridica che poggia solo sulla supremazia militare. Suoi sono gli “interessi vitali”, sue le leggi, sue le Corti, perché sue sono anche le “guerre sante”; contro il terrore a parole, contro il diritto con le armi.

    In un estremo atto di codardia, Saddam è stato giustiziato dai boia iracheni dopo che era stato deposto dagli americani, catturato dagli americani, processato da giudici scelti dagli americani, condannato alla pena capitale come richiesto dagli americani, giustiziato rapidamente su ordine degli americani. I boia, però, almeno quelli, ce l’hanno messi gli iracheni. Boia probabilmente formatisi proprio alla scuola del rais, certo non avaro di truculenze, individuali o collettive che fossero. Anche per questo forse era diventato così amico della dinastia texana. Che lo incontrava, l’omaggiava e lo sosteneva. Lo armava, lo istigava e lo difendeva finché l’Iraq, pure apparentemente lontano da Washington, muoveva la maggiore carneficina dell’area negli ultimi trent’anni aggredendo l’Iran.

    Che Saddam fosse un satrapo sanguinario non toglie nulla alla gravità di una guerra illegittima, ad una occupazione illegale, a milioni di morti che dal 1991 ad oggi hanno scandito la discesa agli inferi dell’Iraq. Uccisi da guerre, embarghi ed invasioni, gli iracheni non appaiono mai nella contabilità dei morti innocenti. Eppure sono milioni, due generazioni che hanno interrotto discendenze e futuro per la sete di petrolio e di gloria della dinastia texana.

    Saddam ha ucciso i dissidenti, invaso a scopo espansionistico i paesi confinanti, utilizzato armi battereologiche contro le minoranze, terrorizzato la popolazione. Si è arricchito e ha teorizzato la distruzione di intere etnie. Ma è stato aiutato a farlo proprio da coloro che l’hanno mandato a morire. “Pietra miliare della democrazia” ha definito Bush la sua morte. Ma di quale democrazia? La versione da esportazione non pare un esempio fulgido di quella che Churcill definiva il minore dei mali: guerre illegittime ed invasioni illegali, torture e utilizzo di armi proibite, occupazioni di territori altrui, instaurazione di governi illegittimi, rastrellamenti di popolazioni. E anche sulla facciata destinata all’interno, non c’è da esserne fieri: abolizione dell’habeas corpus, intercettazioni e detenzioni illegali, sequestri di cittadini e menzogne diffuse a piene mani, teorizzazioni di guerre sante (definite scontro di civiltà) e arricchimenti smodati dei suoi messimi vertici, interdizione a fini politici dei codici civili e penali.

    Se dunque Saddam è stato processato e impiccato per i crimini commessi, cosa dovrebbe riservare la storia per George Bush? Di quale Norimberga ci sarà bisogno per chi ha calpestato i fondamentali del diritto internazionale e della convivenza tra i popoli? Non ci sarà, purtroppo, nessuna Norimberga per l’inquilino della Casa Bianca. Nè é ipotizzabile che siano gli americani a chiedere al mondo un giudizio sulle loro politiche. Gli Stati Uniti, da Lincoln a Bob Kennedy, amano risolvere in casa le contraddizioni insanabili tra opinioni ed interessi, mentre all'estero preferiscono invadere quelli che alle loro opinioni e ad i loro interessi non obbediscono. Oggi, l’interesse dell’inquilino della casa Bianca è quello di giocarsi il tutto per tutto davanti agli elettori. Di dimostrare a loro che è capace di andare fino in fondo. Diversamente da chi, in Viet-Nam, dovette ritirarsi e diversamente anche da suo padre, al quale consegna il trofeo che testimonia l’età adulta del figlio ritenuto incapace.

    Il prezzo da pagare per le proiezioni dionisiache del clan dei texani arriverà sul conto scoperto della stabilità della regione mesopotamica. Gli sciiti, nemici giurati di Saddam finché era in vita, lo arruoleranno tra i martiri dell’Islam. I sunniti, che grazie a Saddam si erano trasformati da minoranza in onnipotenza, lo eleggeranno a simbolo della resistenza. Il rigetto per una esecuzione senza legge fiancheggerà l’odio per la prepotenza. Tyllerand riteneva che un errore fosse molto peggio di un crimine, ma quando errore e crimine marciano insieme, è difficile stabilire la graduatoria.

    In una assurda gerarchia tra vergogne diverse, l’unica certezza è che, per ora, ha vinto l’ingiustizia mascherata da idiozia.

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  • 30/12/2006 Archivio Saddam Hussein

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