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  • 03/01/2007 Pena di morte: l' Italia dice basta (Bianca Cerri, http://www.altrenotizie.org)

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    Finalmente un anno che si apre con una buona notizia: il Governo italiano si è formalmente impegnato ad avviare la procedura per la moratoria universale della pena di morte, il più deleterio ed inutile tra gli strumenti di giustizia. Viene però da chiedersi come mai ci sia voluta l’esecuzione di Saddam Hussein per indurre il governo italiano e buona parte dell’opinione pubblica mondiale a prendere una posizione tanto netta contro la pena capitale, dal momento che le esecuzioni, soprattutto negli Stati Uniti - da dove è partito l’ordine di giustiziare l’ex-rais - sono ormai una cosa talmente comune da non meritare neppure un trafiletto sul giornale. Il comunicato di Palazzo Chigi lascia sperare che molto presto le ignobili visioni di esseri umani che agonizzano appesi ad una corda o rantolano sul lettino dell’iniezione letale apparterranno alla storia.

    Non sarà semplice per Roma rompere il muro che separa il diritto dall’autonomia degli Stati, come ha preventivamente ricordato il neo Segretario Generale. Per dirla in termini più precisi, non sarà semplice, anzi probabilmente impossibile. Perché impossibile sarà convincere la presidenza di turno russa del Consiglio di Sicurezza e, ancor più, convincere Washington ad una moratoria. Se nella Russia di Putin persino l’ombra del diritto interno è stato derubricato agli interessi del nuovo zar e sotto le macerie della Cecenia giacciono i “principi democratici” della nuova Russia, negli Usa di Bush è ancora peggio. Sulla pena di morte, sul diritto alla sua applicazione da parte dello Stato, s’intrecciano convincimenti ideologici e interessi elettorali, ambedue elementi importantissimi della vicenda politica statunitense. In misura ancora maggiore quella dell’ascesa al potere di George W.Bush.
    Saddam Hussein era stato processato in un clima grottesco da nemici dichiarati oltre che alleati della potenza straniera che quasi quattro anni fa invase l’Iraq. Il prezzo pagato dal popolo iracheno è stato altissimo: settecentomila vite perdute, migliaia di vedove ed orfani, caos economico, perdita dei valori culturali, malattie e tutto quanto di negativo può avvenire in un paese dove l’esistenza dei suoi abitanti è appesa a fili invisibili. Non era molto difficile prevedere che per Saddam Hussein non ci sarebbe stata clemenza, soprattutto se si considera che il vero regista della sua morte è un uomo come George Bush, tuttora detentore del record di mandati di morte firmati, più di qualsiasi altro governatore americano.

    Dopo una vittoria elettorale ottenuta grazie ai danarosi amici paterni, l’attuale presidente americano prese possesso della Governor’s Mansion inaugurando il suo mandato con una festa da mille e una notte. Verso la mezzanotte, proprio quando la festa aveva raggiunto il suo culmine, a pochi chilometri di distanza faceva il suo ingresso nella camera della morte Mario Marquez, un immigrato di origine messicana con un quoziente intellettivo pari a quello di un bambino di otto anni. Un gruppo di testimoni che avevano assistito all’esecuzione uscì dall’edificio dei Walls talmente sconvolto da non riuscire a rispondere neppure alle domande dei giornalisti.

    Nei quattro anni che seguirono, la cadenza delle esecuzioni assunse un ritmo frenetico. Supportato dal procuratore generale del Texas, Alberto Gonzales, oggi ministro della Giustizia degli Stati Uniti d’America, George Bush selezionò accuratamente i nomi delle persone da giustiziare affinché risultassero utili alle sue ambizioni politiche. La camera della morte del Texas divenne talmente famosa che molte nazioni straniere organizzarono delegazioni a cui venne affidato il compito di osservare da vicino i metodi instaurati da Bush nel suo stato.

    Nel giugno del 2000, dopo 18 lunghi anni passati a protestare la sua innocenza, venne messo a morte in Texas Gary Graham. Accusato di aver ucciso Bobby Lambert, un informatore della polizia che si era fatto decine e decine di nemici nella malavita, a 18 anni Graham si era trovato al centro di una delle storie criminali più dibattute nella storia degli Stati Uniti. Nel 2000, anno elettorale, Bush lo fece giustiziare in modo che la sua morte potesse servire da trampolino politico alla sua candidatura alla presidenza. Gary Graham, afro americano, era inviso a parte dell’opinione pubblica americana perché fondatore assieme ad altri detenuti di un movimento di matrice marxista interno al braccio della morte del Texas e la sua esecuzione costituì anche un monito per gli altri condannati a morte a non farsi affascinare da idee disapprovate dalle autorità. Feci una breve visita a Graham la mattina del cinque giugno 2000, 15 giorni prima della sua morte, e mi confidò di sperare ancora di riuscire a dimostrare la sua innocenza. Tutti sapevano, e George Bush per primo, che l’arma trovata in possesso di Gary Graham NON era quella che aveva ucciso Bobby Lambert ma nel clima di terrore che regnava allora in Texas si trattava solo di un particolare insignificante.

    Nel 1997 e nel 2000, George Bush ordinò le esecuzioni di altri due malati di mente: Terry Washington e Oliver Cruz, entrambi con uno sviluppo intellettivo fermo agli anni dell’infanzia.

    Il 2000 è anche l’anno in cui Bush diventa presidente, assumendosi il compito di guidare il paese nei primi anni del terzo millennio. Da allora non c’è praticamente più stata linea di demarcazione tra sistema carcerario e regolamenti militari. Gli aspetti militaristi della sorveglianza penitenziaria si sono accentuati, le carceri hanno adottato armi e dispositivi di sorveglianza elettronica simili a quelli in dotazione all’esercito, macchine a raggi x, sistemi di contenzione che in molti casi hanno portato a morte i detenuti. Non è un caso se le atrocità di Abu Ghraib hanno avuto tra i principali protagonisti aguzzini importati dal sistema penitenziario americano. Lane McCotter è un responsabile della “Management and Training Corporation”, l’impresa che costruì le mura di Abu Ghraib. Nel 1997, quando era sovrintendente alle carceri in Ohio, un detenuto malato di mente affidato alla sua custodia, morì soffocato perché rimasto una notte intera legato alla famigerata “sedia del diavolo”. Per ore ed ore il cadavere dell’uomo, che si chiamava Michael Valent, venne abbandonato dai sottoposti di Cotter nella sporcizia più degradante. Solo un mese prima che Cotter fosse inviato in Iraq, su mandato dell’allora ministro della Giustizia John Armstrong, era stata avanzata contro di lui la tredicesima denuncia per maltrattamenti inferti ai detenuti compresi quelli rinchiusi nei reparti psichiatrici. Di tutto ciò, Bush ha sempre detto di non aver mai saputo nulla. Una grave mancanza per uno sceriffo del suo calibro, come pure è grave il fatto che Bush fosse profondamente addormentato nel momento in cui la testa di Saddam veniva infilata nel cappio. Viene quasi il dubbio che più che un capo di Stato, George Bush sia uno di quei mocciosi petulanti che buttano tutto all’aria per dispetto quando perdono a monopoli e poi pretendono che il pavimento lo ripuliscano gli altri.

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  • 30/12/2006 Archivio Saddam Hussein

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