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  • 11/11/2007 Un Darfur silenzioso (Andrea Franzoni, mnz86.splinder.com, visto su http://www.canisciolti.info)

    Ricerca personalizzata

    La Repubblica Democratica del Congo scivola sempre più nel caos, con un intensificarsi degli scontri tra milizie e governo centrale nel ricco nord est del paese, provincia North Kivu, conteso tra milizie Tutsi (in guerra con gruppi Hutu) ed esercito regolare. La lotta per il potere e per la sopravvivenza tra bande, milizie e porzioni dell’esercito ufficiale, figlia della povertà endemica e dell’incapacità di reinserimento nella società pacifica delle milizie, pare destinata ad intensificarsi peggiorando le condizioni della popolazione.

    Il rischio, denunciano le agenzie umanitarie, è quello che la crisi umanitaria si diffonda nei paesi vicini, come l’Uganda, la cui frontiera è stata attraversata negli ultimi giorni da un’avanguardia di 13.000 profughi che sono stati accolti in un campo delle Nazioni Unite nei pressi di Kisoro.

    Le milizie insorte del generale Nkunda, che detengono il controllo della regione nord orientale proclamandosi come garanti della popolazione di etnia Tutsi, non hanno accettato infatti il disarmo e la discussione dell’integrazione degli effettivi nell’esercito regolare. La popolazione di etnia Tutsi, la cui presenza è consistente proprio nella porzione della RDC (Repubblica Democratica del Congo) più ricca di materie prime preziose, è stata infatti storicamente vittima di raid da parte sia delle milizie hutu, cacciate dal Rwanda e riorganizzatesi nei campi profughi congolesi, oltre che dallo stesso esercito regolare intenzionato dopo l'ammutinamento dell'ex generale Tutsi Nkunda, a riconquistare questa porzione di stato.

    Tutte le forze in guerra, esercito regolare compreso, sarebbero colpevoli di gravissime violazioni dei diritti umani, omicidi, stupri, saccheggi, nonché dell’impiego di giovani adolescenti. Amnesty International ha definito recentemente le truppe governative come «agenti di tortura e morte» denunciando il clima di impunità diffusa, e l’isolamento di ampie porzioni della popolazione civile.

    Vecchie ruggini.
    Nkunda, militare formatosi in Rwanda ed ordinato generale nel 2004 nel neonato esercito della Repubblica Democratica del Congo, si è staccato dall’esercito ufficiale insieme a seguaci di etnia tutsi conquistando la città di Bamoko a danno nelle truppe governative.

    Il generale Nkunda, sul quale pende tra l’altro un mandato d’arresto internazionale per crimini contro l’umanità dovuto alle violenze consumate nella conquista di Bamoko, si è presentato sempre come garante della popolazione del North Kivu, soprattutto di etnia Tutsi, rigettando ogni legame con il Rwanda e rifiutando il riassorbimento nell'esercito regolare. Dalla sua roccaforte nel Nord Kivu Nkunda ha continuato a combattere con l’esercito nel tentativo di conquistare la capitale della regione Goma, guadagnandosi la posizione di nemico numero uno del governo centrale. Nel frattempo le milizie di Nkunda hanno anche partecipato alla guerriglia con le formazioni Hutu riorganizzatesi nei campi profughi dopo la guerra in Rwanda, a loro volta protagoniste di raid contro le popolazioni inermi nelle “terre di nessuno” ed in rapporti spesso ambigui con il governo di Kampala. Tra queste bande le più pericolose sono oggi l’FDLC (Forces Democratiques pour la Liberation du Congo) ed i “Mai Mai”, estremisti Hutu giudicati responsabili del massacro di 800.000 tutsi durante la guerra in Rwanda nel 1994, anche se la maggioranza degli effettivi sono troppo giovani per aver partecipato, se non per ricordare, gli orrori di una guerra costata 4 milioni di morti.

    Il governo centrale, dal canto suo, ha provato a percorrere la strada della diplomazia con le milizie, tentando nel frattempo di riprendere il controllo del territorio militarmente talvolta scontrandosi con entrambe, talvolta lasciando mano libera agli Hutu nelle violenze ai danni del nemico numero uno del momento, cioè la milizia tutsi del generale Nkunda. Dopo il mancato disarmo delle milizie di Nkunda, il presidente del Congo Kabila aveva dato il via libera all’esercito per un’offensiva militare più profonda, intimando nuovamente ai ribelli di deporre le armi entro la fine dell'anno.

    Nella regione, a complicare il panorama delle forze in campo, sono dislocati anche 4.000 uomini dell’ONU, con compiti di aiuto logistico all’esercito governativo e di difesa teorica dei civili dalle violenze, in forza della quale avrebbero il diritto di aprire il fuoco.

    Mentre le organizzazioni umanitarie denunciano profughi, grossolane violazioni dei diritti umani ed utilizzo di bambini soldato da parte di tutte le parti in causa governo compreso, aumenta perciò il timore di una resa dei conti. Il limite imposto dal governo per il cessate il fuoco e per l’inizio del dialogo con i ribelli, ai quali sarebbe stato proposto il reintegro nelle file dell’esercito ufficiale, è stato infatti rigettato dalle principali milizie. Le truppe ribelli del generale Nkunda, in particolare, hanno riaperto gli scontri ad agosto rompendo un vecchio cessate il fuoco che non aveva portato a nulla, e non paiono intenzionate a desistere.

    Una nuova “coalizione dei volenterosi”.
    Secondo alcune organizzazioni non governative, il governo congolese starebbe utilizzando sempre più spesso le milizie hutu nel tentativo di sconfiggere le truppe del generale Nkunda, che conterebbe su 4.500 effettivi. In realtà il rapporto tra milizie Hutu, anch’esse irregolari, e governo congolese, sono storicamente ambigui: in alcune occasioni il governo si è scontrato con gli eredi delle bande che insanguinarono il Rwanda, altre volte ha beneficiato della loro collaborazione nella guerra ad un comune nemico. La priorità attuale del governo sembrerebbe la conquista delle aree sotto l’influenza di Nkunda e lo scioglimento delle sue milizie, piuttosto della difesa della popolazione civile o l’assistenza agli sfollati, che subirebbe violenze da parte dello stesso esercito regolare.

    Nel frattempo il governo di Kabila sta perfezionando un accordo con il Dipartimento di Stato americano per l’addestramento di alcuni reparti dell’esercito congolese. «Non si tratta di nulla di nuovo – ha spiegato Samuel Brock, capo della diplomazia statunitense in Congo- ma questa volta la collaborazione sarà più intensa». Il sostegno militare americano al Congo, infatti, è radicato nel passato, ma mai l’addestramento era stato svolto da veterani ed istruttori americani sul territorio congolese. Timori sono stati espressi dagli attivisti per i diritti umani, che denunciano da tempo l’esercito locale come responsabile delle più sistematiche e violente violazioni dei diritti umani, tra cui il reclutamento di bambini.

    Un Darfur silenzioso.
    Mentre si segnalano scontri con armi pesanti, i primi 13.000 profughi hanno negli scorsi giorni attraversato la frontiera con l’Uganda cercando accoglienza nei campi gestiti dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati che già avevano ospitato, negli ultimi due anni, altri 15.000 profughi. Alcune stime parlano però addirittura di centinaia di migliaia di sfollati interni, in una crisi umanitaria, secondo il rappresentante speciale dell'Unione europea per la regione dei Grandi Laghi africani Roeland Van de Geer, «paragonabile a quella nel Darfur».

    In questi campi profughi le agenzie di stampa hanno raccolto i racconti dei fuggiaschi, che hanno riferito di una situazione di saccheggi e violenze nella quale gli stessi miliziani Tutsi terrorizzerebbero gli abitanti impedendo la fuga da una regione ricca di risorse naturali, soprattutto minerali preziosi, storicamente contesa tra le potenze regionali.

    Andrea Franzoni


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